Prendi la laurea e scappa: metà dei cervelli in fuga ha un titolo accademico
Quasi 200mila ragazzi hanno lasciato l'Italia in appena cinque anni. Tra loro, la quota dei laureati è in vertiginoso aumento. Ma perché emigrano?
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C'è un'Italia, anche numericamente molto sostanziosa, che studia, si laurea e poi fa le valigie. Parliamo, ormai, di più della metà dei quasi 200 mila ragazzi fuggiti all'estero negli ultimi anni. E i motivi di questa emorragia sono drammaticamente chiari: un tasso di occupazione per gli under 25 che si ferma sotto il 20%, solo due terzi dei giovani che trovano lavoro entro tre anni dal titolo (contro oltre l'80% della media europea) e un divario occupazionale tra Nord e Sud che tocca i 27 punti percentuali. Le prospettive lavorative pesano, dunque, sulla "fuga" dei cervelli laureati.
L'ingresso nel mondo del lavoro è ritardato, le prospettive di carriera sono fragili e gli stipendi non reggono il confronto con l'Europa. Per questo dopo la laurea si lascia l'Italia. A lanciare l’allarme su questo trend è il "Rapporto di previsione Primavera 2026" del Centro Studi Confindustria, basato su rielaborazioni di dati Istat ed Eurostat. Ulteriormente approfondito dal portale Skuola.net, che ha cercato di mettere in luce i passaggi cruciali del capitolo del report dedicato proprio alla condizione giovanile, evidenziando il paradosso di un Paese che invecchia ma che non riesce a trattenere i suoi profili più brillanti.
I numeri della "fuga dei cervelli": la metà ha la laurea
Tra il 2019 e il 2023, intervallo preso in esame dallo studio di Confindustria, oltre 190mila giovani hanno deciso di lasciare l'Italia per cercare fortuna oltre confine. Ma il dato che preoccupa maggiormente non è solo quantitativo, bensì qualitativo: una fetta enorme di chi emigra possiede un'alta formazione. Un trend che, peraltro, ha registrato una costante e inesorabile crescita in tempi più recenti: se nel 2019 i laureati rappresentavano il 38,7% degli emigrati, dal 2020 questa quota ha sfondato la soglia psicologica della metà, toccando il 50,9% nel 2023.
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Perché si parte? Il lavoro c'è, ma meno che in Europa
La narrazione di questa fuga di massa si intreccia inevitabilmente con le motivazioni che spingono migliaia di under 35 a espatriare. La ragione principale è, molto semplicemente, la mancanza di un accesso rapido e solido al mercato del lavoro.
Sebbene in Italia l’istruzione, specialmente se di alto livello, continui a rappresentare un vantaggio competitivo - il tasso di occupazione dei laureati è al 74,3% contro il 59,3% dei diplomati - questo "premio" per gli studi è decisamente minore rispetto a quello garantito negli altri Paesi europei.
Le statistiche, relative in questo caso all’anno 2024, sono inequivocabili: solo il 67,6% dei giovani italiani (tra i 20 e i 34 anni) trova un'occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio. Un abisso se confrontato con l’81% della media dell’Eurozona e, ancor di più, con l’oltre 90% registrato in Germania.
Stipendi e carriere: i profili tecnici i più invogliati ad andare via
Non c’è solo, però, una difficoltà nel trovarlo il lavoro. Perché, anche quando si riesce a ottenerlo, spesso le “regole d’ingaggio” sono deludenti. E l'emigrazione riflette in pieno proprio la ricerca di maggiori opportunità lavorative, salari più alti e migliori traiettorie professionali.
Non è un caso che tra i giovani più propensi ad andare all’estero figurino ingegneri e informatici, esattamente gli stessi profili per i quali le imprese italiane segnalano le maggiori difficoltà di reperimento, non potendo garantire gli stessi vantaggi, in termini di stipendi e prospettive di carriera, rintracciabili altrove.
Più in generale, le retribuzioni di ingresso nel nostro mercato del lavoro, pur avendo registrato una timida crescita (+7% dal 2022), restano relativamente contenute nel confronto internazionale. Questa debolezza salariale non è casuale, ma secondo Confindustria riflette le caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano, dominato da imprese mediamente più piccole, da una più bassa dinamica della produttività e da percorsi di carriera decisamente meno strutturati.
Il paradosso dell'Italia: studi troppo lunghi e ingresso ritardato nel mercato
Tutte queste evidenze si inseriscono, poi, nel quadro di un ritardo cronico con cui ci si presenta alle porte del mercato del lavoro. Il problema dell'Italia, infatti, non è solo quanti giovani lavorano, ma quando iniziano a farlo. Nel 2024, il tasso di occupazione giovanile nella fascia tra i 15 e i 24 anni si attesta a un misero 19,7%, ben al di sotto della media europea (31,5%).
La situazione migliora fisiologicamente con l'età: il tasso sale al 63,1% nella fascia 25-29 anni, per poi raggiungere il 73,9% tra i 30 e i 34 anni. Tuttavia, come certificano i dati, solo nelle regioni del Nord Italia il tasso di occupazione dei trentenni (all'83,3%) riesce finalmente ad allinearsi agli standard delle principali economie europee.
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L'abisso occupazionale del Mezzogiorno
A rallentare la competitività del Paese, come spesso accade, ci pensa la storica frattura territoriale, che divide l'Italia (anche giovanile) in due mondi separati. Se il Nord regge il passo dell'Europa, l'abisso occupazionale del Sud resta una ferita aperta: il divario tra Mezzogiorno e Settentrione arriva a circa 27 punti percentuali per l'occupazione dei giovani adulti. Nonostante una ripresa post-pandemia, al Sud l’occupazione giovanile è semplicemente tornata ai livelli di vent’anni fa, faticando a compiere uno scatto reale in avanti.
NEET: le cose migliorano, ma non basta per sorridere
L'ultimo tassello dell'indagine e ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la platea dei cosiddetti NEET, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. La curva tracciata dal grafico del Centro Studi Confindustria su dati Eurostat mostra un andamento in netto miglioramento nel tempo: dal drammatico picco del 26,2% raggiunto nel 2014, la quota è progressivamente scesa fino a toccare il 15,2% nel 2024, il livello più basso degli ultimi vent'anni. Eppure, l'ottimismo deve essere cauto. La percentuale di "giovani sospesi" in Italia resta ancora strutturalmente al di sopra della media dell'Eurozona, confermando che il nostro Paese lascia ancora una fetta troppo grande della sua generazione migliore ai margini del sistema produttivo.
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