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Il Servizio sanitario nazionale sta scivolando verso un indebolimento potenzialmente irreversibile. È un grido d'allarme chiaro e privo di mezzi termini quello lanciato dal Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani (FoSSC). Al centro della protesta c'è il Disegno di legge delega per la riforma dello stesso sistema sanitario, approvato dal Consiglio dei ministri a inizio anno, ma da allora bloccato in Senato perché concepito "a costo zero".
La situazione dell'Italia
Secondo i clinici, senza stanziamenti adeguati, la riforma rimarrà una promessa destinata a rimanere sulla carta. Il coordinatore del FoSSC, il professor Francesco Cognetti, ha delineato un quadro preoccupante durante un recente webinar: "Riteniamo prioritario ottenere in Italia una reale e concreta integrazione tra il sistema di cure primarie e quelle ospedaliere - sostiene il prof. Cognetti - È una necessità emersa durante i difficili anni della pandemia e che è sempre più attuale visto anche l’invecchiamento generale della popolazione". Il tema della riforma si inserisce però nel più ampio quadro del definanziamento statale sulla sanità pubblica che ormai presenta numeri davvero sconfortanti.
Il divario
L’Italia si trova oggi al 19esimo posto in Europa per spesa sanitaria pro capite, superata anche da Paesi come Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia. Il divario con il resto del continente è netto, dato che lo Stato destina alla salute mille dollari in meno a cittadino rispetto alla media dei Paesi Ue e Ocse, accumulando una differenza complessiva annua che tocca l'imponente cifra di 36 miliardi di euro.
Le conseguenze
Le conseguenze di questo sottofinanziamento cronico ricadono direttamente sulle corsie degli ospedali e sulla pelle dei pazienti, con un personale medico-sanitario ridotto all'osso. I giovani professionisti, sottopagati e costretti a turni intollerabili, scelgono sempre più spesso la fuga verso l'estero o il settore privato. A peggiorare la situazione si registra il crollo delle iscrizioni in specializzazioni chiave per la tenuta del sistema, tra cui chirurgia generale, anestesia e rianimazione, medicina d’urgenza e anatomia patologica. "Si registrano basse quote di iscrizioni in alcune scuole di specializzazioni mediche, tra l’altro di cruciale rilevanza e si assiste a un costante esodo del personale sanitario, soprattutto dei più giovani, dal sistema sanitario pubblico verso l’estero o verso il privato perché ampiamente sottopagati rispetto ai loro colleghi europei e sottoposti a condizioni di lavoro intollerabili", aggiunge Cognetti.
Un'integrazione (im)possibile
Per evitare la chiusura dei reparti e dei servizi indispensabili, le strutture pubbliche sono costrette a fare ancora affidamento sul controverso fenomeno dei medici gettonisti, nonostante i divieti vigenti. L'auspicata integrazione tra ospedali e cure primarie sul territorio, una necessità emersa chiaramente durante la pandemia e amplificata dall'invecchiamento della popolazione, è rimasta incompiuta. Il FoSSC parla esplicitamente di un fallimento delle iniziative per la sanità territoriale, con le cospicue risorse stanziate dal Pnrr che sono andate purtroppo sprecate. Nel frattempo, i Pronto soccorso continuano a essere intasati da pazienti che attendono per giorni un trasferimento nei reparti ordinari o in terapia intensiva, resi impossibili dal bassissimo numero di posti letto disponibili in Italia rispetto alla dotazione media europea. Questo genera liste d'attesa interminabili e un drastico aumento della mobilità regionale, che costringe i malati del Sud e di regioni centrali come il Lazio a spostarsi verso le strutture del Nord in cerca di assistenza.
La provocazione della comunità scientifica
Il documento condiviso dai presidenti delle società scientifiche lancia infine una pesante provocazione politica, paventando l'idea che si stia deliberatamente consegnando la gestione della salute nelle mani dei privati. Pur riconoscendo l'eccellenza delle strutture private accreditate, specialmente nel Nord Italia, i clinici ricordano che lo Stato ha il dovere di garantire la sopravvivenza della sanità pubblica.
"Lo Stato deve dare garanzie"
Questo, infatti, è attualmente l'unico sistema in grado di assicurare assistenza e prestazioni appropriate a tutti i malati più fragili e ai cittadini indigenti. "Il carattere pubblico del sistema sanitario nazionale inevitabilmente ne risulterà compromesso e l’idea sotterranea che si fa strada è che la sanità possa essere consegnata in modo preponderante al sistema privato, come sta di fatto già avvenendo - prosegue Cognetti - Naturalmente esiste nel nostro Paese una realtà molto forte e consistente soprattutto nelle regioni del Nord di strutture private accreditate che rappresentano grandi eccellenze e che bisogna salvaguardare, ma lo Stato deve garantire altresì la sopravvivenza della sanità pubblica che è attualmente compromessa da bassissimi livelli di finanziamento". In questo scenario, la proposta del ministro della Salute Orazio Schillaci di aggiungere 5 miliardi nella prossima Legge Finanziaria 2027 viene definita dal Forum "del tutto insufficiente" a colmare un vuoto strutturale sempre più preoccupante.
