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Quando noi eravamo i paperoni del calcio e i tedeschi ci temevano...

Oggi il capocannoniere della scorso campionato di serie A gioca in Germania, ma fino a qualche anno fa erano i campioni della Bundesliga a invadere l'Italia. Un trend che si è invertito nel tempo, e pensare che nel 1988...

- Aspettando Juve-Borussia Dortmund di Champions, fa tristezza vedere Ciro Immobile, capocannoniere della scorsa serie A col Toro con ben 22 gol, relegato tra le seconde linee della squadra tedesca. Certo, ha avuto la sfiga di finire in giallonero nell'anno sbagliato, ma gioca poco, spesso parte dalla panchina, e segna altrettanto poco. Povero Ciruzzo, che da stella nascente in patria rischia di diventare un promessa non mantenuta in terra straniera.

    E pensare che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile che il bomber del nostro campionato si trasferisse all'estero, per di più in Bundesliga, torneo storicamente più di esportazione di talenti che di importazione. Complici tanti fattori, adesso va così, anche se chi segue il calcio da qualche decennio ricorda benissimo quando erano i "panzer" tedeschi a fare a gara per venire a giocare in Italia.

    Abbiamo recuperato per caso un articolo della primavera del 1988 di "Sport Bild", ripubblicato nello stesso anno in Italia dal "Guerin sportivo" un paio di settimane dopo l'uscita, che riletto oggi racchiude un misto di malinconia e rabbia. "Fermate le nostre stelle", titolava il settimanale, e il grido di allarme era rivolto alla federazione tedesca, rea di non riuscire a trattenere in patria le stelle in fuga verso l'Italia. Per la cronaca tra la metà degli anni '80 e il decennio successivo, arrivarono in Italia campioni del calibro di Rummenigge, Muller, Voller, Briegel, Brehme, Matthaus, Klinsmann, Kohler, Hassler, Riedle, Berthold, Bierhoff, il meglio insomma di un'intera generazione di calciatori.

    "Praticamente i nostri fuoriclasse imparerano tutti l'italiano a suon di milioni", scriveva "Sport Bild". Il settimanale citava poi i "ricchi, ricchissimi italiani" che facevano a gara per depredare la Bundesliga: "Agnelli, che conta sui soldi della Fiat; Berlusconi, re delle tv private; Pellegrini, che ha un fatturato di 500mila marchi al giorno; Viola, Mantovani e Ferlaino, grandi e ricchi imprenditori".

    Insomma, a rileggere l'articolo a 27 anni di distanza, i tedeschi temevano la grandi disponibilità economiche italiane (incredibile a dirsi, eh?) e proponevano alcune ricette per arricchire il loro campionato. "Potremmo costituire un'agenzia che compri tutti i diritti sulla Bundesliga e lanciarla sul mercato (...), vendere tutti i diritti televisivi, aprire alle emittenti private (...), far diventare il calcio un'industria", scriveva "Sport Bild".

    Quello che allora era fantascienza oggi è realtà, e la Bundesliga è diventata, sgranocchiando quote di mercato di anno in anno, un campionato più ricco della nostra Serie A. Prima noi eravamo il loro modello, ora praticamente succede il contrario. C'era però qualcuno che già allora era convinto che le cose prima o poi sarebbero cambiate. "Questo momento magico del calcio italiano finirà nel caos già dopo i mondiali del '90 -prediceva Uli Hoeness, allora manager in ascesa del Bayern Monaco -. Quando le squadre non potranno più contare su ingenti finanziamenti privati, andranno a catafascio". Ha sbagliato precorrendo un po' troppo i tempi, ma com'è andata è davanti agli occhi di tutti.

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