La Lega e gli addii: Vannacci dopo Bossi, Castelli, Tosi...
Dal generale alle scissioni del passato, la storia del Carroccio è segnata da addii che raramente hanno avuto fortuna
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L’addio del generale Roberto Vannacci rappresenta l’ultimo capitolo di una storia politica attraversata da divisioni e fratture interne. La sua uscita dal Carroccio si inserisce in una tradizione ormai consolidata: quella di un partito che, pur avendo avuto solo tre segretari in oltre quarant’anni (Umberto Bossi, Roberto Maroni e Matteo Salvini), ha conosciuto numerose separazioni, spesso dolorose e quasi mai positive per chi ha scelto di andarsene.
La Lega ha sempre fondato la propria identità su un forte senso di appartenenza e su una leadership riconosciuta. Quando questo dualismo si incrina, lo strappo diventa inevitabile. È accaduto in passato e continua ad accadere oggi, soprattutto in seguito della trasformazione del movimento da forza territorialmente radicata nel Nord a partito nazionale con un'impronta sovranista.
L'uscita del fondatore
Il trauma emblematico risale alla fine dell’era di Umberto Bossi. Dopo le vicissitudini del cosiddetto cerchio magico, il fondatore del Carroccio fu progressivamente messo ai margini, fino alla rottura definitiva nel 2012 con la nuova dirigenza guidata da Roberto Maroni. L’uscita di scena di Bossi segnò la fine della Lega Nord delle origini e aprì una fase di profonde trasformazioni interne.
Nomi eccellenti
Negli anni successivi, diversi dirigenti storici hanno lasciato il partito contestando proprio questo cambio di identità. È il caso di Flavio Tosi, allora sindaco di Verona, espulso dopo uno scontro frontale con Salvini e approdato poi a esperienze politiche che non sono riuscite a consolidarsi.
Tra gli esempi più significativi c’è anche quello di Roberto Castelli, ex ministro della Giustizia e figura storica del partito di Pontida, che ha lasciato la Lega in aperto dissenso con la linea di Matteo Salvini, accusata di aver snaturato l’impianto federalista del partito. Dopo l’uscita, Castelli ha promosso un nuovo progetto politico incentrato sulla questione settentrionale, senza però riuscire a incidere sul quadro nazionale.
Prima ancora, aveva lasciato Marco Formentini, ex sindaco di Milano, in rotta con Umberto Bossi per divergenze politiche profonde: una separazione che non si tradusse in un rilancio fuori dal partito.
In questo contesto, l’addio di Vannacci appare come l’ennesima conferma di una dinamica consolidata. La Lega continua a perdere pezzi, ma chi se ne va raramente riesce a costruire un’alternativa credibile.
