La stretta sui raduni

Rave, i dubbi di costituzionalisti e giuristi sul decreto del governo

Le norme "in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali" aumentano le perplessità e rischiano di andare in contrasto con l'Articolo 17 della Costituzione. E c'è il nodo intercettazioni, anche se non sono citate direttamente

02 Nov 2022 - 10:08
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Il decreto del governo sui rave party suscita perplessità non solo nel mondo politico ma anche tra giuristi e costituzionalisti. La stretta voluta dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni (per cui organizzare e partecipare ai rave diventa un reato, il 434-bis, punibile con pene fino a 6 anni di reclusione) fa discutere proprio perché l'articolo 434-bis del codice penale si presta a interpretazioni ampie e fa temere che, in futuro, possa essere applicato anche per sgomberare edifici occupati e campi rom. 

Il nodo intercettazioni - Al centro del dibattito, all'indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle norme "in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali", c'è soprattutto la possibilità di intercettare non solo gli organizzatori ma anche i partecipanti ai rave. La norma voluta dal governo, infatti, si rivolgerebbe a tutti coloro che invadono "terreni o edifici per raduni pericolosi per l'ordine pubblico o l'incolumità pubblica" in "un numero di persone superiore a cinquanta". Quindi nel mirino rischia, potenzialmente, di finire anche chi occupa un edificio nel corso di una protesta (basta che ci siano più di 50 persone e che il loro raduno venga considerato "pericoloso").

Possibili confische - Il nuovo 434-bis, dunque, offre a polizia e magistratura la possibilità di adottare misure particolarmente severe nel corso delle indagini: registrazione delle conversazioni e delle chat ma anche la possibilità di confiscare e adottare misure patrimoniali nei confronti di chi è anche solo semplicemente indagato, come avviene per i reati di mafia. 

Reclusione e multe - Nel codice penale è già previsto il reato di invasione di terreni o edifici (articolo 633), che prevede pene fino a 4 anni e multe fino a 2mila euro (se commesso da più di cinque persone), ma con il decreto anti-rave del governo si è voluto fare di più, inserendo pene più dure. La nuova norma su "invasione di terreni o edifici" commessa da più di 50 persone, "allo scopo di organizzare un raduno", per organizzatori e promotori prevede, infatti, pene da 3 a 6 anni di reclusione e multe da mille a 10mila euro.

I dubbi del costituzionalista sui "giovani che hanno commesso reati" - Ma al centro del dibattito, oltre alle pene, c'è soprattutto la possibilità delle intercettazioni preventive: non citate nel decreto legge, ma possibili perché la pena prevista è superiore a 5 anni. Le intercettazioni solitamente vengono interpretate dai giuristi come la voglia di spiare tutto e tutti. "C'è una stretta e un controllo sugli individui che si può dedurre dalla possibilità di intercettare tutti, anche i minori. A dispetto delle rassicurazioni di esponenti del governo, i pm potranno mettere sotto controllo i telefoni di moltissime persone, pur giovanissime, senza che abbiano commesso alcun reato", ha detto a Repubblica Gaetano Azzariti, costituzionalista de La Sapienza. 

I timori per "l'estensione" della norma - Come detto, a sollevare perplessità è la possibilità di una sorta di "estensione" della norma. "È possibile che abbia spazi applicativi più ampi rispetto all'origine che è quella dei rave. Che dunque possa estendersi anche a situazioni diverse", ha spiegato Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, al Fatto Quotidiano.  C'è poi una questione anche strutturale, di metodo: "Il decreto legge è poco adatto all'introduzione di norme penali, incriminatrici. Da oggi quella norma è pienamente vigente senza che ci sia stata ancora un'approvazione del Parlamento", ha aggiunto.

"Un segnale politico" - Anche Giuliano Pisapia, eurodeputato eletto come indipendente nelle liste del Pd e avvocato, ha analizzato il decreto anti-rave, definendolo "un segnale politico all'elettorato di destra" perché "si usa lo strumento del decreto malgrado non vi sia necessità e urgenza, come previsto dalla Costituzione. La politica, comunque, da Letta a Conte, aveva iniziato fin dalle prime ore a esprimere il suo sdegno e la sua contrarietà sul tema

Rischio conflitto con l'articolo 17 della Costituzione - Insomma la norma metterebbe a rischio la libertà di manifestare, in conflitto, dunque, con l'articolo 17 della Costituzione, che il diritto di manifestare lo rende "sopprimibile" solo "per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica". Si tratterebbe di una sorta di sfida alla Consulta che già nel 1958 aveva bocciato una norma del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che risaliva al 1926, e che limitava il diritto di manifestare. Proprio per questo l'ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, ha espresso a Repubblica tutti i suoi dubbi sulla debolezza costituzionale di questo passaggio: A quanto ricordo la Costituzione parla di limitazioni soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica, mentre non fa cenno a pericoli per l'ordine o per la salute pubblica. Andrebbe subito verificata la costituzionalità di questa estensione dei limiti", ha detto. 

La mediazione di Forza Italia - Il nodo delle intercettazioni, ma anche la severità delle pene di reclusione, vedono sull'attenti soprattutto Forza Italia. Un punto di mediazione potrebbe essere l'abbassamento della pena massima: arrivare a 4 anni, come già oggi prevede la legge, eliminando così le intercettazioni, lasciando comunque la confisca e le misure patrimoniali a cui il ministro dell'Interno Piantedosi, da prefetto prima ancora che da ministro, tiene particolarmente. Insomma non è escluso che in sede di conversione del testo qualcosa cambi. 

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