AL VOTO IN SENATO

Ddl stupri, Bongiorno (Lega) presenta una riformulazione del testo: pene ridotte | Pd: "Un'offesa alle vittime"

Tolta anche la parola "consenso" al centro dell'accordo tra Meloni e Schlein. Le opposizioni attaccano: "La maggioranza ha rotto il patto". La senatrice del Carroccio replica: "Nessun tradimento, il testo era vago"

22 Gen 2026 - 15:45
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La proposta di riformulazione del disegno di legge sulla violenza sessuale, presentata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, introduce una distinzione tra le pene: per la violenza sessuale senza altre specificazioni, la reclusione si riduce da 4 a 10 anni, rispetto ai 6-12 anni del testo votato all'unanimità in prima lettura; resta invece il range di 6-12 anni se "il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa". Pene comunque diminuite di non più dei 2/3 per i casi di minore gravità.

Tolta la parola "consenso"

 Nella proposta di Bongiorno al vaglio della commissione Giustizia del Senato, viene inoltre tolta la parola "consenso" che era al centro dell'accordo bipartisan tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Nel testo approvato alla Camera si parla di "consenso libero e attuale" a un rapporto sessuale, senza il quale scatta il reato.

Il Pd: "Legge stravolta"

 "Un'offesa alle donne, un'offesa alle vittime e un'offesa anche alla presidente del Consiglio. Il testo Bongiorno sulla pdl sul consenso fa tornare indietro una legge di civiltà sulla violenza contro le donne e stravolge l'accordo tra opposizione e maggioranza siglato dalla stessa premier Meloni. La forzatura compiuta oggi al Senato stravolge il senso della legge che aveva l'obiettivo di tutelare le vittime rileggendo in senso limitativo le sentenze della Corte costituzionale. Un comportamento spregiudicato che fa emergere tutte le contraddizioni interne alla maggioranza e le pressioni della Lega che non ha mai creduto alla proposta", scrivono Chiara Braga e Francesco Boccia, capigruppo Pd alla Camera e al Senato. "Questa volta bisogna scegliere se stare dalla parte delle donne o le sirene maschiliste a destra avranno la meglio nello stracciare un accordo contro la violenza e a favore delle donne che consentiva alla politica di parlare con una sola voce", concludono Braga e Boccia.

Le opposizioni: "La maggioranza ha rotto il patto"

 Sulla legge per il consenso esplicito "la rottura è politica, ed è tutta sulle spalle di chi ha scelto di tornare indietro. Ora la presidente del Consiglio dica con chiarezza se intende difendere il risultato raggiunto alla Camera o se accetta che venga cancellato proprio ciò che aveva reso quella legge un segno di straordinaria civiltà", affermano in una nota i capigruppo di opposizione a Palazzo Madama Francesco Boccia (Pd), Stefano Patuanelli (M5a), Raffaella Paita (Iv), Peppe De Cristofaro (Avs), Marco Lombardo (Azione), che si rivolgono direttamente a Meloni dopo che il testo di Bongiorno "smentisce l'accordo della Camera".

"Non esiste, in questa legislatura, un precedente paragonabile a ciò che sta accadendo oggi. Dopo l'unità del Parlamento sancita pubblicamente da una stretta di mano, la maggioranza decide di rompere quel patto politico con l'opposizione proprio sul terreno più sensibile e simbolico: la libertà e l'autodeterminazione delle donne. A Montecitorio - ricordano i capigruppo di opposizione - era stato raggiunto un risultato alto e condiviso, costruito sull'unità trasversale delle donne e su un principio semplice, chiaro, universale: solo sì è sì. Un principio che ha dato voce alle vittime, ha parlato il linguaggio della realtà e ha avvicinato l'Italia agli standard più avanzati del diritto e delle convenzioni internazionali. La proposta avanzata dalla presidente Bongiorno cancella quell'impegno assunto direttamente dalla presidente del Consiglio Meloni, rappresenta un arretramento gravissimo rispetto a quel traguardo, rispetto alla parola data dal governo e rispetto a una conquista che aveva unito il Parlamento e il Paese. La volontà non è consenso. Offuscare questa distinzione significa far male e indebolire la tutela delle donne e tradire lo spirito di quell'intesa".

La replica di Bongiorno: "Nessun tradimento, il testo alla Camera era troppo vago"

 "Io rispetto il testo passato alla Camera, che tra l'altro condividevo, e di fatto il filo conduttore dei due testi è stato stesso. Mi sembra che si faccia molta confusione, in realtà la volontà della donna è centrale in tutti e due i testi, quindi non c'è nessun tradimento", ha detto la Bongiorno, contattata da LaPresse. "Nel testo approvato alla Camera c'erano però delle espressioni, se vogliamo un po' vaghe, che avevano indotto qualcuno a pensare addirittura che ci fosse una sorta di inversione dell'onere della prova. Qui cerchiamo di evitare quell'equivoco. Il primo testo parlava, genericamente, di 'consenso libero attuale'. Qui si parla di 'contro la volontà'. Non mi pare che ci sia chissà quale differenza, ma il testo supera quella vaghezza ed è più preciso", ha sottolineato la senatrice leghista. "La premier risponderà da sola, a me risulta ci sia stato un accordo a procedere nel senso di fare delle leggi che valorizzassero la volontà della donna. E questa è una legge che valorizza la volontà della donna", ha concluso.

Le novità

 Nel testo riformulato, che sarà messo ai voti la prossima settimana, si parla di "volontà contraria all'atto sessuale" da parte di una persona. E in particolare nel secondo paragrafo, si dice che quella "deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso". Si specifica, inoltre, che "l'atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso".

Infine nell'ultimo paragrafo, sulle sanzioni dei casi di minore gravità che possono essere ridotte fino a 2/3, si fa riferimento alle "modalità della condotta" e alle "circostanze del caso concreto, nonché in considerazione del danno fisico o psichico arrecato alla persona offesa".

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