Perché oggi siamo sempre più stressati? Il nostro cervello vive ancora nella preistoria
C'è chi sostiene che un tempo si vivesse con meno ansia. La realtà è più complessa: il nostro cervello si è evoluto per affrontare pericoli improvvisi, ma oggi è costretto a gestire uno stress continuo che non gli lascia il tempo di recuperare
di Silvia Trevaini© Istockphoto
"Una volta non c'era tutta questa gente stressata." È una frase che si sente spesso durante una conversazione tra amici o in famiglia. Basta guardarsi intorno per avere l'impressione che ansia, stress e stanchezza mentale siano diventati quasi una costante della vita moderna. Ma è davvero così? Oppure oggi siamo semplicemente più consapevoli della salute mentale e più propensi a parlarne? La risposta è meno scontata di quanto sembri. Da un lato, oggi vengono diagnosticati più disturbi d'ansia rispetto al passato e la sensibilità verso questi temi è aumentata. Dall'altro, però, anche il contesto in cui viviamo è profondamente cambiato. Il nostro cervello, infatti, non si è evoluto con la stessa velocità della società. Dal punto di vista biologico, siamo ancora programmati come i nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Il problema è che il mondo intorno a noi non assomiglia più a quello per cui il nostro organismo è stato progettato.
Lo stress nasce per salvarci la vita
Oggi lo stress viene spesso considerato un nemico, ma in realtà rappresenta uno dei meccanismi di sopravvivenza più importanti dell'evoluzione umana. Immaginiamo un uomo preistorico mentre raccoglie frutti o segue una preda. All'improvviso compare un predatore. Il cervello non ha il tempo di riflettere: deve decidere in pochi istanti se combattere o fuggire. È la cosiddetta risposta di "attacco o fuga" (fight or flight), un meccanismo automatico coordinato dall'amigdala, dall'ipotalamo e dal sistema nervoso simpatico. In pochi secondi il cuore accelera, la pressione aumenta, la respirazione diventa più rapida, il fegato libera glucosio per fornire energia ai muscoli, mentre digestione e altre funzioni non essenziali vengono temporaneamente rallentate. Non è una reazione patologica. Al contrario, è ciò che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere per migliaia di anni.
Il segreto era che lo stress finiva
Esiste però una differenza fondamentale tra il passato e il presente. Quando il pericolo era terminato, anche lo stress si concludeva. Se il predatore si allontanava o l'uomo riusciva a mettersi in salvo, il sistema nervoso parasimpatico riportava gradualmente l'organismo in equilibrio. Il battito rallentava, la respirazione tornava regolare, la digestione riprendeva e i livelli degli ormoni dello stress diminuivano. In altre parole, il corpo riceveva un messaggio molto chiaro: "Puoi rilassarti. Il pericolo è passato." Lo stress era intenso, ma di breve durata.
Oggi il predatore non ha più i denti
Nella vita moderna il leone è scomparso, ma il cervello continua a percepire minacce. Solo che oggi hanno un volto diverso. Sono le email che arrivano anche la sera, le notifiche continue dello smartphone, il traffico, le scadenze, le preoccupazioni economiche, la paura di perdere il lavoro, il confronto costante sui social network, l'incertezza per il futuro o il timore di non essere all'altezza delle aspettative. Dal punto di vista biologico, molte di queste situazioni vengono interpretate come segnali di allarme. La differenza è che non finiscono mai davvero. Una notifica ne segue un'altra. Un problema risolto lascia spazio a quello successivo. Il cervello resta in uno stato di vigilanza quasi continuo.
Quando lo stress diventa cronico
Il problema non è lo stress in sé, ma il fatto che oggi spesso diventa cronico. Se il sistema nervoso rimane attivato troppo a lungo, anche gli ormoni dello stress continuano a circolare nell'organismo. È come mantenere il motore di un'automobile sempre ad alti regimi: all'inizio funziona, ma con il tempo aumenta l'usura. Lo stress prolungato può contribuire a disturbare il sonno, aumentare irritabilità e difficoltà di concentrazione, alterare il metabolismo, favorire l'aumento della pressione arteriosa e influenzare perfino il microbiota intestinale, oggi considerato uno dei protagonisti dell'equilibrio tra intestino e cervello. Non significa che ogni persona stressata svilupperà una malattia, ma che un'attivazione continua dell'organismo può incidere sul benessere psicofisico.
Siamo davvero più ansiosi rispetto al passato?
È difficile rispondere con certezza. In passato molte forme di ansia e depressione non venivano riconosciute o venivano vissute in silenzio. Oggi esistono strumenti diagnostici più accurati, una maggiore informazione e meno stigma rispetto alla salute mentale. Allo stesso tempo, però, la vita moderna espone a una quantità di stimoli senza precedenti. Siamo raggiungibili in ogni momento, riceviamo centinaia di informazioni ogni giorno, lavoriamo spesso anche fuori dall'orario d'ufficio e siamo continuamente esposti al confronto con gli altri attraverso i social media. Più che dire che siamo diventati più fragili, sarebbe forse più corretto affermare che il nostro cervello si trova ad affrontare un ambiente molto diverso da quello per cui si è evoluto.
Come aiutare il cervello a "spegnere l'allarme"
La buona notizia è che il cervello conserva ancora i meccanismi che permettono di uscire dallo stato di allerta. L'attività fisica regolare, il contatto con la natura, il sonno di qualità, le tecniche di respirazione lenta, le relazioni sociali positive e i momenti in cui ci si disconnette davvero dagli schermi aiutano ad attivare il sistema nervoso parasimpatico, cioè quello che favorisce recupero e rilassamento. Non eliminano i problemi della vita, ma comunicano all'organismo che, almeno per un momento, il pericolo non è più presente. Forse non siamo diventati più deboli dei nostri nonni. Semplicemente viviamo in un mondo che cambia molto più rapidamente di quanto possa fare il nostro cervello. Per milioni di anni lo stress è stato un prezioso alleato della sopravvivenza, capace di proteggerci da minacce improvvise e di breve durata. Oggi, invece, il nostro organismo si trova spesso ad affrontare preoccupazioni continue, invisibili e senza una vera conclusione. Capire questo meccanismo non significa rassegnarsi allo stress, ma imparare a riconoscere quando è il momento di concedere al cervello ciò che cerca da sempre: la possibilità di capire che il pericolo è finito e che può finalmente tornare a fare ciò per cui è stato progettato anche migliaia di anni fa, cioè ritrovare l'equilibrio.
