Gb, tenuta in schiavitù per 25 anni in una casa: viveva di avanzi e puliva senza poter uscire
Entrata da adolescente nella casa di una donna nel Gloucestershire per trascorrere un fine settimana, è rimasta intrappolata per oltre due decenni, isolata dal mondo e vittima di abusi continui
© gloucestershire police
Doveva restare solo un fine settimana, invece, quella casa è diventata la sua prigione per venticinque anni. A Tewkesbury, nel Gloucestershire, in Inghilterra, una ragazza di 16 anni, entrata a metà degli anni Novanta nell'abitazione di una donna che si era offerta di ospitarla, non è più riuscita ad andarsene. Per oltre due decenni è stata costretta a vivere tra quelle mura, isolata dal mondo, obbligata a lavorare e sottoposta a minacce e violenze continue, fino alla liberazione arrivata soltanto nel 2021.
Un weekend diventato una prigionia
La vittima è una persona con disabilità cognitive il cui nome non è stato reso pubblico. La sua vita cambiò radicalmente: da adolescente con un futuro davanti a sé diventò una domestica forzata, confinata tra quattro mura fino a quando aveva ormai più di quarant'anni. Per questi fatti Amanda Wixon, oggi 56enne e madre di dieci figli, è stata condannata a 13 anni di carcere con accuse di sequestro di persona, sfruttamento lavorativo e aggressioni. Durante il processo è emerso che la vittima conosceva la donna attraverso legami familiari e che da bambina aveva trascorso del tempo con lei e con la sua famiglia, prima di essere segregata.
Vita da schiava dentro casa
In tribunale è emerso un quadro di violenze e umiliazioni quotidiane. La donna era costretta a svolgere tutte le faccende domestiche: pulire, fare il bucato, stirare e occuparsi della casa e dei figli della sua aguzzina. Dormiva in una stanza descritta dagli agenti come simile a una cella. Viveva nutrendosi degli avanzi e non le era permesso uscire di casa. Anche gesti semplici, come lavarsi, erano vietati: riusciva a farlo soltanto di nascosto durante la notte. Tutto avveniva sotto un regime di minacce costanti che le impedivano di ribellarsi o chiedere aiuto. La vittima ha raccontato in aula: "Essere stata salvata dalla polizia nel 2021 mi ha salvato la vita, ma il danno non si è fermato quel giorno e sto ancora lottando per guarire".
Le violenze e le umiliazioni
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, nel corso degli anni la vittima sarebbe stata picchiata più volte. In un episodio venne colpita con il manico di una scopa fino a perdere alcuni denti. Tra gli abusi denunciati ci sarebbero anche detersivo per piatti spruzzato in gola, candeggina versata sul viso, capelli rasati contro la sua volontà e la testa spinta nel water. Quando la polizia intervenne, la donna presentava cicatrici visibili sul volto e sulle labbra. Gli agenti notarono, inoltre, calli profondi su piedi e caviglie, segni delle lunghe ore passate inginocchiata a lavare i pavimenti. La donna era obbligata a trascorrere ore ogni giorno in ginocchio a spazzare i pavimenti con paletta e scopetta. Doveva, inoltre, servire i pasti alla famiglia e lavare i piatti. Doveva fare il bagno ai bambini e a preparare l'acqua per i bagni della stessa Wixon, ma le era proibito lavarsi.
La vittima ha anche raccontato che tra il gennaio 1997 e il marzo 2021 la Wixon la strangolava, le spingeva la testa nel water e le versava detergenti sul viso e in gola. La aggredì anche calpestandola e colpendola al volto con il manico di una scopa, facendole perdere alcuni denti. Inoltre, le rasava i capelli contro la sua volontà, nonostante lei desiderasse tenerli lunghi.
La fuga grazie a un telefono nascosto
La svolta arrivò nel marzo 2021. Dopo essersi sentita male, la donna riuscì a utilizzare di nascosto un cellulare che qualcuno le aveva consegnato in segreto. Con quel telefono contattò una persona di fiducia e chiese aiuto. Da lì partì la segnalazione alle autorità. La polizia arrivò nella casa di Tewkesbury e finalmente scoprì la situazione. Non era la prima volta che tentava di comunicare con l'esterno: in precedenza la sua aguzzina le aveva già confiscato un altro telefono, usandolo persino per colpirla al volto fino a provocarle un occhio nero, prima di distruggerlo con un martello.
Una persona scomparsa per lo Stato
Uno degli aspetti più inquietanti del caso riguarda la totale assenza di controlli. Per circa vent'anni la donna non ha effettuato visite mediche né controlli dentistici. Di fatto era sparita dai radar delle istituzioni. Eppure, alla fine degli anni Novanta, i servizi sociali erano stati coinvolti per assistere la famiglia di Amanda Wixon. Nonostante ciò, nessun intervento riuscì a far emergere la condizione di prigionia.
La lenta rinascita
Dopo la liberazione, la donna è stata accolta da una famiglia affidataria che la sta accompagnando nel percorso di recupero. I primi giorni, ha raccontato la sua caregiver, erano segnati da paura e fragilità: era denutrita, diffidente, incapace perfino di accettare un abbraccio. Aveva sviluppato un bisogno quasi ossessivo di fare docce calde. Spesso si svegliava alle tre del mattino per lavarsi, come se cercasse di cancellare anni in cui le era stato negato perfino il diritto all'igiene.
Gli incubi sono ancora frequenti: sogna la sua aguzzina ai piedi del letto e sobbalza ai rumori improvvisi. Dopo una vita di isolamento aveva persino dimenticato gesti quotidiani come attraversare una strada, entrare in un negozio o scegliere come vestirsi quando piove. Oggi la sua vita sta lentamente cambiando. Frequenta il college, segue un percorso terapeutico e ha iniziato a viaggiare: è stata all'estero e ha partecipato a diverse crociere nel Mediterraneo. Un gesto simbolico racconta meglio di molti altri la sua nuova libertà: si è fatta crescere i capelli, come aveva sempre desiderato.
Le domande ancora aperte
Nonostante la condanna, restano molti interrogativi. Come è stato possibile che una ragazza vulnerabile entrasse in una casa da adolescente e ne uscisse solo venticinque anni dopo senza frequentare la scuola, senza cure mediche e senza controlli? Alcuni vicini sostengono di aver segnalato la situazione alle autorità. Secondo una testimonianza, qualcuno avrebbe provato a contattare i servizi competenti, ma senza ottenere risultati.
