Uno "tsunami blu" travolge l'America di Donald Trump. In una sonora bocciatura dei primi due anni del tycoon, gli elettori hanno scelto il cambiamento e consegnato ai democratici Camera e Senato, consentendo loro anche di espugnare Stati roccaforte dei repubblicani come il Texas e il Kansas. Per il presidente è una sconfitta scottante, che gli lega in gran parte le mani per i prossimi due anni e lo rende un'anatra zoppa. Già, un'anatra zoppa. Ma cosa vuol dire? E cosa può succedere ora?
L'anatra zoppa
Con i democratici al controllo di Camera e Senato, il presidente si ritrova a governare senza il sostegno stabile da parte del Congresso, con margini di manovra politica e capacità decisionale sensibilmente ridotti. Una condizione che negli Usa viene definita, appunto, lame duck ("anatra zoppa"). Ciò non comporta necessariamente una paralisi dell'attività politica per i prossimi due anni: in determinate circostanze, infatti, Donald Trump potrebbe comunque raggiungere accordi con i democratici, costruendo maggioranze su singole questioni.
Cosa succede ora
È chiaro che la situazione, per Trump, resta comunque molto complicata. La vittoria dei democratici su entrambi i fronti ha consegnato al partito dell'Asinello il controllo dell'intero Congresso, lasciando però la Casa Bianca nelle mani dei repubblicani. Si delinea così uno scenario di governo diviso, con il potere legislativo concentrato nelle mani dell'opposizione. Ora i democratici potrebbero avviare sin da subito una serie di indagini sull'operato dell'amministrazione Trump, concentrandosi su possibili abusi di potere. A complicare ulteriormente il quadro potrebbe intervenire il mancato accordo bipartisan sulla legge di bilancio, con il rischio di un nuovo government shutdown il prossimo anno.
Possibile impeachment?
Con la vittoria democratica, già si comincia a parlare di possibile impeachment per il presidente. La procedura prevede una ripartizione dei ruoli tra i due rami del Congresso: spetta alla Camera formulare e approvare le accuse, mentre il Senato è chiamato a celebrare il processo e poi pronunciarsi sull'eventuale condanna. Per rimuovere il presidente, tuttavia, non è sufficiente una maggioranza semplice: occorre il voto favorevole dei due terzi dei senatori, pari a 67 su 100. Una soglia particolarmente elevata, che renderebbe necessaria anche una consistente adesione di esponenti repubblicani alla condanna.
La storia recente di Trump ne è un esempio: durante il suo primo mandato, la Camera approvò per due volte l'impeachment nei suoi confronti, ma in entrambe le occasioni il Senato votò per l'assoluzione. L'avvio di una nuova procedura potrebbe comunque avere un peso politico significativo, diventando uno strumento per mettere sotto pressione l'amministrazione e alimentare un dibattito pubblico critico sul suo operato.
Cosa può fare Trump?
Trump può comunque continuare a esercitare una parte significativa dei propri poteri, facendo ricorso agli strumenti che la Costituzione lascia nelle mani della presidenza. A cominciare dal potere di veto: anche se l'Asinello controlla entrambe le Camere, l'approvazione di una legge non ne garantisce automaticamente l'entrata in vigore. Il presidente mantiene infatti la facoltà di opporre il veto. Per superarlo (veto override), sarebbe necessario il voto favorevole dei due terzi di ciascun ramo del Congresso: almeno 67 senatori e 290 deputati, soglia impossibile da raggiungere senza il sostegno da parte dei repubblicani.
Esistono poi gli ordini esecutivi. Nonostante la doppia sconfitta, il presidente conserva la possibilità di emanare executive orders, ossia direttive presidenziali che consentono di impartire disposizioni alle agenzie federali nell'ambito dei poteri riconosciuti dalla Costituzione e dalle leggi. Con questo strumento, Trump può di fatto continuare a incidere su numerosi settori, dall'immigrazione alla politica energetica, dai dazi all'istruzione, fino alle relazioni internazionali. Gli ordini esecutivi non richiedono una preventiva approvazione del Congresso, ma non sono neppure intoccabili: possono essere revocati da un successivo presidente, contestati davanti ai tribunali o superati da nuove disposizioni legislative. Il Congresso, dal canto suo, potrebbe intervenire approvando leggi per limitarne gli effetti, ma anche in questo caso dovrebbe fare i conti con il possibile veto presidenziale. Si creerebbe così un complesso braccio di ferro istituzionale, in cui ciascuna parte dispone di strumenti per ostacolare l'altra.
