Lacrime

È davvero una vergogna piangere davanti a estranei?

La psicologia sdogana questo modo di esprimere le emozioni: ciò che fa male è, piuttosto, reprimerle

10 Mar 2026 - 06:45
 © Istockphoto

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Il desiderio di piangere può coglierci quando ci sentiamo molto tristi o frustrati, oppure in occasione di una gioia violenta e impetuosa. Le lacrime, di solito considerate un retaggio femminile, sono uno sfogo sempre concesso quando ci si trova nell’intimità della propria casa, o comunque in un luogo appartato e senza la presenza di occhi indiscreti. Che succede, però, se a versare lacrime è un uomo, oppure se ci trasformiamo in salici piangenti davanti ad altre persone? Considerando la situazione nell’insieme, possiamo dire che, anche se ci sentiamo in piena tempesta emotiva, in effetti non accade proprio nulla: non facciamo del male a nessuno, non offendiamo la decenza, tutt’al più, qualcuno proverà il desiderio di avvicinarci e consolarci. Se ci troviamo in certi contesti, magari qualcuno troverà da ridire, ma è lui, in realtà, a doversi vergognare, non chi piange.

LE LACRIME COME SEGNO DI DEBOLEZZA – È innegabile che intorno al pianto le convenzioni sociali esprimano una certa riprovazione. Il pianto è considerato una manifestazione infantile, un segno di immaturità e di incapacità a contenere le proprie emozioni, degno di biasimo soprattutto nei soggetti di sesso maschile. Tutto questo avviene a causa di modelli culturali e di stereotipi sociali che hanno cominciato ad affermarsi in età vittoriana, nei quali la forza era collegata alla capacità di contenere le emozioni, specialmente davanti a estranei e in ambito maschile. Manifestare apertamente il proprio stato d’animo, ad esempio attraverso il pianto ma non solo con esso, era visto come una reazione legata a una eccessiva emotività e per questo era concesso, solo entro certi limiti e sempre in privato, alle donne. Eppure, nei periodi storici più antichi, piangere in pubblico non era malvisto. Nel Medioevo, addirittura, era considerato un segno di innocenza e di purezza: una donna che non versava lacrime era addirittura sospettata di essere una strega perché, secondo le teorie del tempo, esse potevano versare solo tre lacrime. Un pianto copioso e sincero era quindi considerato segno di virtù. Con il trascorrere dei secoli, però, la società ha cominciato a preferire il comportamento di chi mostrava forza e controllo, tanto che le uniche reazioni considerate socialmente accettabili per una persona di sesso maschile erano la rabbia e il silenzio. Da quel momento il pianto ha cominciato a essere interpretato come l’impossibilità di controllare le proprie emozioni, a cui corrispondeva una impossibilità nel gestire le situazioni.  

UNA REAZIONE TIPICAMENTE UMANA – Il pianto è in effetti, solo un modo per affrontare un sovraccarico emotivo. Gli studi compiuti negli ultimi tempi hanno confermato che piangere è un processo naturale e utile, visto il suo effetto positivo nell’elaborare le emozioni, scaricare la tensione e ritrovare l'equilibrio, molto più salutare che reprimere gli stati d’animo e nasconderli. I lavori degli scienziati hanno anche identificato il pianto emotivo come un adattamento tipico e proprio solo della specie umana, non riscontrato in altre specie viventi. Si potrebbe persino dire che le persone che piangono spesso sanno apprezzare appieno la propria umanità, anche quando si tratta di esplorare apertamente emozioni che di solito si considerano negative, come la tristezza e il dispiacere.

I BENEFICI DEL PIANTO – Chi non si nega qualche lacrima ogni tanto sa che piangere ha una funzione catartica: gli esperti concordano sul fatto che piangere abbia anche benefici psicologici. Christina Pierpaoli Parker, professoressa associata presso il dipartimento di psichiatria e neurobiologia comportamentale presso la Marnix E. Heersink School of Medicine dell'Università dell'Alabama a Birmingham, sostiene che piangere, soprattutto quando si è soli, può fungere da autoterapia perché le lacrime costringono davvero a pensare alla ragione che scatena il pianto, e a elaborarlo: solo da questo processo di presa di coscienza passa la “guarigione”. Quando si è in preda a emozioni forti, sia positive che negative, si crea stress, e il pianto funziona come valvola di sfogo. La ricerca dimostra che appena prima di iniziare a piangere, la risposta “attacco o fuga” del sistema nervoso raggiunge il picco, mentre appena si comincia a piangere il sistema nervoso comincia a rilassarsi. Quando le lacrime cominciano a scorrere, infatti,  viene stimolato il rilascio di sostanze chimiche che abbassano i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Il meccanismo è stato confermando analizzando dal punto di vista chimico le lacrime emotive e confrontandole con quelle basali, ovvero i fluidi prodotti costantemente dalle ghiandole lacrimali per mantenere l'occhio lubrificato; le prime contengono un certo livello di endorfine, che hanno un effetto antidolorifico, e di ossitocina, ormone del benessere, assente in quelle del secondo tipo. Il pianto, inoltre, ha l'effetto di manifestazione a livello sociale della tristezza, aumentando negli osservatori la percezione del bisogno di supporto.

LE LACRIME POSSONO DIVENTARE TROPPE? – Lasciarsi andare occasionalmente al pianto non è dunque un fatto negativo perché indica capacità di empatia e di elaborare le proprie emozioni. Ci sono però situazioni in cui l’incapacità nel trattenere le lacrime può causare imbarazzo sociale e avere un impatto sulla vita quotidiana. Nei contesti lavorativi, ad esempio, le lacrime non sono ben viste, soprattutto quelle maschili. In questi casi può valere la pena fare uno sforzo di autocontrollo e, eventualmente, indagare sulle cause psicologiche che stanno alla base di queste reazioni incontrollabili. In tutti gli altri casi, limitiamoci a far scorta di fazzoletti e a utilizzare prodotti di trucco rigorosamente water-proof.