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Pasquale Bonfilio: “Vi racconto come nasce la mia arte del cappello”

Dall’estro creativo dell’artista pugliese, copricapo unici fatti a mano come morbide sculture

Il cappello, indumento di origini antichissime, in principio ideato per ripararsi dal sole, dal freddo o dalle intemperie, attraverso secoli di storia, si è affermato come simbolo culturale e come forma d’arte, che rappresenta la creatività non solo di chi lo confeziona, ma anche di chi lo indossa. Questo accessorio ha caratterizzato lo stile di alcune delle icone del nostro tempo, da Humphrey Bogart, ad Audrey Hepburn, da Charlie Chaplin a John Wayne, da Brian Johnson a Johnny Depp.

I cappelli-scultura di Pasquale Bonfilio

Oggi ho il piacere di incontrare Pasquale Bonfilio (www.pasqualebonfilio.com), giovane modista di origine pugliese, uno dei maggiori esponenti dell’arte di chi i cappelli li fa, con acuta originalità, sapiente maestria, genuina manualità.

Nato trentasette anni fa a San Severo, in provincia di Foggia, ha trascorso la sua infanzia tra il Tavoliere e il Gargano ed è oggi il titolare a Milano della Cappelleria Artistica che porta il suo nome. Il suo straordinario talento e la sua passione per l’arte l’hanno spinto lontano dalla terra d’origine, che tuttavia spesso ritroviamo nelle sue sofisticate creazioni: cappelli-scultura dal fascino senza tempo, che hanno conquistato le riviste più patinate, da Vogue a l’Officiel, e calcato le più ambite passerelle d’alta moda.

I suoi copricapo, che rievocano la superba eleganza dei grandi personaggi storici del passato, sono tutti pezzi unici, confezionati a mano, con quei materiali pregiati e finiture preziose che da sempre contraddistinguono la pura artigianalità italiana.
Ammirando le sue creazioni, esposte nell’atelier milanese, il mio pensiero viene d’improvviso catapultato nel mondo magico delle fiabe, in un faccia a faccia con il Cappellaio Matto, ed un istante dopo viene proiettato nella Francia del ‘700, a tu per tu con Napoleone e le dame di Versailles, per approdare infine in una realtà onirica e surreale, dominata da raffinate figure geometriche astratte, in un magistrale intreccio di feltro, tulle, piume e velette.

Nel passato la tua formazione professionale ti ha visto impegnato nei mestieri più disparati. Qual è stato il tuo percorso nel mondo del lavoro prima di consacrarti all’arte dei cappelli?
La mia famiglia era molto numerosa per cui sono andato a lavorare prestissimo: prima il pasticcere, a decorare torte; oggi li chiamano cake designer, allora pasticceri. Poi mi sono dedicato al restauro. Nel 2004 mi sono trasferito in Belgio e mi sono occupato di finizione artistica in una delle aziende più importanti in Europa nel campo della stampa 3D. Dopo quella esperienza avevo bisogno di rivolgere le mie attenzioni esclusivamente alla pittura e così, rinunciando allo stipendio fisso, mi sono imbarcato nell'avventura di preparare la mia prima personale, e poi un'altra ancora, con due importanti gallerie di Bruxelles. Durante un'esposizione ho fatto la conoscenza di Elvis Pompilio, il famoso modista. Dopo quella mostra, mi ha chiesto aiuto per un progetto ed è stato così che mi sono ritrovato a collaborare con lui per alcuni anni, imparando il mestiere. Rientrato in Italia, qualche anno fa, ho avviato il mio marchio.

Quando hai scoperto la moda come forma d’arte?
Sin da bambino la passione per l'arte ha guidato i miei passi, in origine era la pittura: appena potevo scappavo a dipingere, usando qualsiasi cosa mi capitasse a tiro, tovaglie comprese. Ma in fondo la moda mi ha sempre affascinato. Ho però iniziato ad occuparmene attivamente solo 8 anni fa, a Bruxelles.

Perché i cappelli? Attribuisci un particolare significato o valore a questo accessorio?
Il cappello è un accessorio molto importante perché incornicia il nostro volto e quindi lo definisce. In passato lo portavano tutti, dopo anni di declino, ora sta tornando sulle scene e io amo far rivivere le cose, per questo ero appassionato anche di restauro.

Le tue creazioni si presentano come delle vere e proprie opere d’arte con un forte richiamo alla cultura del passato: quali sono le tue fonti d’ispirazione?
Il Rinascimento italiano è sempre stato fonte di ispirazione per me, sia in pittura che per i cappelli. Per questi ultimi, tuttavia, un importante pozzo a cui attingere e da cui trarre spunti creativi è anche il cinema degli anni '50.

Ritratto di Pasquale Bonfilio - Foto: Yossi Loloi

Quali sono le caratteristiche fondamentali dei cappelli che portano il tuo nome?
Quello che caratterizza un cappello Bonfilio è l'unicità: non realizzo mai due cappelli uguali anche perché confeziono tutto a mano e uso le forme in legno solo quando indispensabile. Modello il feltro il più possibile con il vapore.

La tua terra di nascita e le tue successive esperienze cosa ti hanno trasmesso? Cosa ritroviamo di te e della tua cultura nella tua produzione artistica?
I colori della mia Puglia di sicuro influenzano molto il mio lavoro. Come si diceva, sono cresciuto tra il Tavoliere e il Gargano, due terre molto diverse tra loro e con dei colori splendidi. Lo studio del restauro e della pittura, invece, mi ha offerto moltissimo in termini di comprensione dei materiali. Tutto ciò che ho appreso mi serve oggi per capire come modellare il feltro nel modo corretto, così da ottenere sempre le forme che ho in mente.

A quali dei tuoi tanti modelli sei più affezionato?
Di sicuro al Bonfilio in Wonderland, al Devotion, al Clerical. E poi a Scighera, che rappresenta il mio omaggio a Milano, la mia città di adozione; in Milanese significa nebbia, proprio come quella nuvola di veletta che forma il mio cappello.

Quali difficoltà hai dovuto affrontare per affermare te stesso e la tua creatività?
Il confronto più difficile che ho dovuto affrontare è stato quello con me stesso: accettare che la cosa più importante nel lavoro è divertirsi, il resto è quasi facile.

E oggi quali nuovi traguardi vorresti raggiungere?
Ho due sogni…nel cappello! Ho già collaborato e tuttora collaboro con alcune case di moda, ma ne ho in mente qualcuna in particolare con cui vorrei lavorare nel prossimo futuro.
La seconda sfida è quella di condividere ciò che ho imparato con le nuove generazioni, magari in una scuola di moda. Chissà!

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