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Tombolini, il Verdicchio e il manifesto dell'anfora verde

La storica azienda vitivinicola delle Marche presenta Castelfiora e Doroverde, due Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore frutto del nuovo corso dell’azienda familiare

Un secolo di storia 

Eletto "

miglior bianco del mondo

" da

Wine Enthusiast

, il

Verdicchio

sta vivendo un momento d’oro grazie anche all’impegno di alcune aziende marchigiane particolarmente virtuose che stanno valorizzando le peculiarità di questo vitigno straordinario. Tra queste c’è

Tombolini

che, sulle colline di Staffolo, produce Verdicchio da 100 anni.


L’azienda ha inaugurato un nuovo corso grazie all’intraprendenza di

Carlo Paoloni,

pronipote del fondatore Sante e figlio di Fulvia Tombolini, donna coraggiosa e di classe che sin dagli anni ’90 porta avanti la tradizione di famiglia e oggi guida lo sviluppo dell’attività con un progetto improntato al recupero di una storia che ha pochi eguali nelle Marche e all’esaltazione del carattere unico del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Cura estrema dei 30 ettari di vigneti di proprietà (di cui 8 già certificati bio e i restanti 22 in conversione), raccolta manuale solo dei migliori grappoli, sperimentazione in cantina e restyling dell’iconica Anfora, sono gli ingredienti alla base di questo nuovo corso.


 


Con un pranzo al ristorante VIVA della chef stellata Viviana Varese all’ultimo piano di Eataly Milano,

Tombolini ha presentato l’annata 2020 di Castelfiora e Doroverde

, entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore,

nati dal nuovo corso intrapreso dalla storica casa vinicola delle Marche

. Studiare il “mistero” del Verdicchio e capirne il posizionamento, questi gli obiettivi primari. “In questi anni - spiega Carlo Paoloni - abbiamo portato avanti un lungo lavoro per rimettere al centro di tutto l’identità del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Lo abbiamo fatto partendo dallo studio dei nostri suoli e sperimentando in cantina con materiali e tecniche innovative per la nostra DOC. Festeggiamo un secolo di storia con due vini che rivelano un cambio di stile epocale. Eleganti e complessi, con il carattere chiaramente riconoscibile del vitigno, ma anche decisamente innovativi.”.


 


Castelfiora è il risultato di approfonditi studi sul miglior utilizzo di contenitori in legno con uve Verdicchio. Buona parte del vino

affina in barili di rovere francese

, dalle diverse tostature e grane, per

circa 10 mesi

, mentre una parte passa attraverso macerazioni di vario tipo, incluso in otri di ceramica. Prodotto in sole 10 mila bottiglie, è un Verdicchio in purezza ottenuto dalle migliori uve raccolte a mano negli appezzamenti più vocati della tenuta di Staffolo, con suoli particolarmente ricchi di argilla e arenaria che donano potenza e finezza olfattiva.

Vino di grande struttura, al naso rivela aromi di fiori bianchi, erbe aromatiche, frutta gialla e delicati sentori di vaniglia e crema chantilly

. Sapido, lungo in bocca, di grande equilibrio, può evolvere in bottiglia per decenni mantenendo un’intatta freschezza.


 


Doroverde è un Verdicchio in purezza, prodotto in 25 mila bottiglie, con uve provenienti dai vigneti coltivati su suoli argillo-calcarei che donano peculiare sapidità. Vino di grande luminosità, coinvolgente al naso, con aromi di fiori bianchi, bergamotto e albicocca. All’assaggio rivela sapidità e grande freschezza, bilanciate da volume e struttura.


 


A rendere ancora più speciali Castelfiora e Doroverde, è la nuova bottiglia che

rivisita l’iconica Anfora del Verdicchio

adottata da Tombolini già nel 1954. Una scelta di rottura, per tornare

orgogliosi della propria storia

e rendere immediatamente riconoscibile il territorio e la denominazione nei contesti più prestigiosi del vino. “L’idea di re-inventare l’Anfora e di usarla per i nostri vini - spiega Carlo Paoloni - è un progetto su cui io e mia madre Fulvia ragionavamo da anni, legato alla nostra tradizione di famiglia. Una scelta che va controcorrente, che nasce dal mio punto di vista libero e non condizionato dalle logiche che finora hanno prevalso nella DOC. Crediamo che l’Anfora debba essere sinonimo di vini prestigiosi e di altissima qualità, oltre ad essere simbolo di un territorio e di un vitigno autoctono straordinario. Abbiamo la fortuna di avere un’identità, sarebbe un errore non valorizzarla”.


 


Progettata in collaborazione con Doni & Associati, che ha realizzato anche le etichette di entrambi i vini, la nuova Anfora Tombolini 100 anni ha uno stile contemporaneo. Verde come i riflessi del Verdicchio, slanciata come una renana, ha il collo lungo e i fianchi appena accennati. Una bottiglia “gioiello” che comunica una perfetta corrispondenza tra l’eleganza del contenitore e quella del suo contenuto.


 


L’Anfora per noi non è un amarcord – aggiunge Carlo – è il nostro ‘Ritorno al Futuro’. È un’arma nell’arsenale del vino italiano da riaffilare. Il Verdicchio è probabilmente il più grande vitigno a bacca bianca del mondo, perché privarlo della fortuna di poter vestire un abito proprio, bellissimo, e diverso da tutti gli altri vini? Solo ad una condizione però: quell’Anfora deve contenere solo i Verdicchio migliori, a partire dal Classico Superiore (presto DOCG) in su. È così che vogliamo capovolgere il paradigma degli ultimi 30 anni della denominazione”.


 


Un secolo di storia per la famiglia Tombolini


Pioniera nel valorizzare i Castelli di Jesi utilizzando sin dagli anni ’50 l’iconica bottiglia ad anfora, che ha reso il Verdicchio riconoscibile in tutto il mondo, la storia della famiglia Tombolini inizia nel 1921 con Sante Tombolini che, con la moglie Nemorina Staffolani, fonda una florida attività di vendita e produzione di liquori e distillati nel quartiere Burcelì di Ancona. Nel ’44, Sante, notando il successo dei vini e degli spumanti dei vicini Castelli di Jesi, acquista i primi vigneti a San Paolo di Jesi. Ma sarà il figlio di Sante, Giovanni Tombolini, affiancato dal fratello Paolo, ad espandere l’attività e a cavalcare il miracolo economico degli anni ’50 e ‘60 dalla nuova sede di Loreto. Giovanni comprende appieno le potenzialità del Verdicchio. Punta sulla vinificazione in acciaio, importa competenze enologiche dal Piemonte e scrive un pezzo di storia del Verdicchio con il marchio Castelfiora in un periodo in cui il vitigno riscuoteva enorme successo anche a livello internazionale. Severino Severini, noto sommelier originario di Staffolo, negli anni’ 60 lo serviva nel suo ristorante stellato a Roma a clienti del calibro di Gary Cooper, Grace Kelly, Marlon Brando e Sofia Loren. Entusiasmato dal successo riscosso negli USA, Giovanni Tombolini costruisce nel 1972 la nuova grande cantina di Staffolo, avvalendosi dei migliori esperti del tempo per selezionarne i terreni su cui si coltiverà esclusivamente Verdicchio.


 


Negli anni ’90, sarà la figlia Fulvia a dare un nuovo impulso, portando fino a 30 ettari il vigneto e iniziando la conversione al biologico. Fulvia punterà di nuovo su Castelfiora, riportando Tombolini a New York, Monaco e Tokio. Nel 2013, il richiamo della terra diventa irresistibile per Carlo Paoloni, figlio di Fulvia, che abbandona la sua carriera di banchiere per dedicarsi all’azienda di famiglia. Inizia così un nuovo corso con Castelfiora e Doroverde, entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore che ricercano, ciascuno in modo diverso, la massima espressione di questo straordinario vitigno delle Marche.


 


Giorgia Brandolese


A cura di

Indira Fassioni


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