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Scilla e Cariddi, opposti che attraggono

Sullo Stretto di Messina le meraviglie inaspettate

Scilla e Cariddi: mostri mitologici o luoghi magnifici?

Alla scoperta del profondo sud dello Stivale: Scilla e Cariddi sono fra le meraviglie italiane prima d’ora messe ingiustamente in secondo piano. Adesso che, causa Covid, sono state notate, si scoprono inaspettatamente belle, e –elemento che non guasta - pure vicine. 

Partiamo alla volta della punta dello stivale, nella Calabria più meridionale, Scilla, protesa col suo promontorio sullo Stretto di Messina e dirimpettaia della siciliana Cariddi: mentre si percorre l’autostrada verso Reggio Calabria, lungo la costa prima di arrivare nella cittadina si apre davanti agli occhi il panorama straordinario dello stretto di Messina, con Scilla aggrappata alla roccia, le sue scogliere suggestive che disegnano una curva discendente dell’Aspromonte fino al mare. Poi entrando in paese si vede lì quasi afferrabile la punta della costa siciliana con Cariddi e la sua spiaggia di sabbia chiara abbagliante, e più a destra le Isole Eolie che fanno da sfondo ad un panorama emozionante. 

 

Scilla significa “scoglio” in greco e per ammirare appieno la sua spettacolare posizione bisognerà che il nostro viaggiatore passeggi fra le scenografiche stradine del centro storico, in particolare fra gli antichi quartieri di Jeracari e Chianalea. Le pittoresche case dei pescatori costruite davanti al (per non dire “sul”) mare, le barche ormeggiate fra le case, le viuzze strette e tortuose, i piccoli pontili allungati nel mare, fanno di Chianalea la “Venezia del sud”, oltre che uno dei più bei borghi d’Italia. L’ingresso a questo quartiere avviene dalla parte nord da cui, proseguendo lungo la via principale, ci si imbatte nella chiesetta di San Giuseppe, un piccolo edificio, perché parte di quello che fu il seicentesco Convento dei Crociferi. Per celebrare San Giuseppe ogni anno, ormai da secoli, si celebra il rito della “riatta”, una gara di barche che si tiene tra il porto di Scilla e la spiaggia. Mentre il nostro viaggiatore cammina verso il mare, può affacciarsi nei vicoli curiosando tra le botteghe artigiane e indugiando sotto ai portoni delle case più importanti ad ammirare le caratteristiche maschere apotropaiche, che secondo l’antica credenza tengono lontani gli spiriti maligni. Spesso ci imbatte in pescatori appena rientrati dal largo che sistemano o costruiscono le reti da pesca, che riparano le barche o che riportano il pescato quotidiano.

 

Da vedere il Palazzo Scategna, col suo doppio ordine di balconi in pietra squadrata disposti su tre piani, e Villa Zagari in stile eclettico; dopodichè la spiaggia sarà l’obiettivo per un po’ di relax. Proprio a Chianalea si trova una graziosa spiaggetta con ciottoli acqua cristallina, dove attardarsi la sera in attesa dell’imbrunire. A Marina Grande, un lungo arenile fra i più noti della costa, attrezzato e alla moda, ci sono tanti piccoli ristoranti tipici: qui si gode un tramonto in tutte le sfumature dei colori caldi. Nella cala attigua, Punta Pacì, si fanno immersioni attrezzate e snorkeling per esplorare i fondali profondi, ricchi di flora marina e di numerose specie di pesci. Altrettanto ricca di spunti per immersioni è la spiaggia delle Sirene, acqua trasparente e fondali popolosi, non però nel periodo estivo, quando l’affluenza di turisti spinge al largo i timidi pesci. Per trascorrere una giornata lontano da tutti, la spiaggia giusta è Cala delle Rondini, natura incontaminata, anche perché di difficile accesso.

 

Risalendo le stradine di pietra si arriva fino all’austero Castello dei Ruffo, oltre 1500 anni di storia come edificio di controllo, vista la sua eccezionale posizione strategica, durante i secoli di dominazioni. Dalle sue mura si possono apprezzare le mille sfumature di azzurro del mare, le spiagge sottostanti e l’arcipelago delle Eolie. Come in una cartolina.

 

Di là dallo stretto si trova Cariddi - il letale mostro marino secondo il mito, opposto a Scilla, terrificante creatura a 6 teste – che oggi possiamo identificare in Capo Peloro, o Punta del Faro, punto di incontro tra mar Ionio e mar Tirreno, luogo caro ai messinesi e ai siciliani tutti. Capo Peloro è infatti una delle tre punte della Sicilia insieme a Capo Passero (in provincia di Siracusa) e Capo Lilibeo (Trapani) che compongono la triscele della bandiera dell’isola. 

 

Il viaggiatore sarà attratto dal caratteristico vecchio faro, che segnala la punta nord della Sicilia, zona d’ingresso allo Stretto di Messina; Per vedere il vecchio faro il viaggiatore deve entrare nell’antico Forte degli Inglesi. E poi c’è l’altissimo pilone in ferro alto 232 metri, ormai divenuto un segno di riconoscimento della fine della lingua di sabbia, simbolo del bell’abbraccio fra i due mari e fra le due regioni, Sicilia e Calabria. Nello stretto le correnti marine sono tanto impetuose, quanto le descriveva Omero al passaggio di Ulisse, motivo per cui la conformazione delle spiagge muta da un anno all’altro. Eppure la spiaggia di Capo Peloro, bella e frequentata, insieme alla riserva naturale laguna di Capo Peloro, trasmette pace e silenzio, equilibrio e protezione: le rive sono meta fissa di uccelli migratori che si fermano qui per rifocillarsi dopo le fatiche dell’attraversamento contro vento dello Stretto, inoltre nella riserva sono stati creati anche allevamenti di molluschi. La spiaggia che si affaccia sul versante jonico è una grande e lunga distesa di sabbia chiara attrezzata, frequentata già dai primi giorni di primavera dagli sportivi sia di vela, che di kite surf o windsurf. Dall’altro lato, quello bagnato dal Tirreno, invece, la spiaggia è di piccole dimensioni, segnata dalle erosioni, con ciottoli e sassi, ciononostante perfetta per oziare in tranquillità. 
 

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