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L'Italexit è possibile? Ecco perché all’Italia conviene restare in Europa

L'emergenza Covid-19 ha offerto un nuovo cavallo di battaglia a coloro che vorrebbero l'Italia fuori dall'Ue, ma tirando le somme, le perdite sarebbero superiori ai presunti vantaggi

italexit

Fuori o dentro l’Europa? L’Italexit è uno scenario molto discusso, soprattutto in vista di una crisi economica post Covid-19 della quale vediamo solo i vaghi contorni. La popolazione, come la politica, si divide: c’è chi sostiene che l’Europa non abbia riservato all’Italia un trattamento di favore degno della situazione e chi, invece, sostiene che l’Unione sia l’unica scialuppa di salvataggio che ci permetterà di rimanere a galla. Se la certezza non esiste, è vero che i fatti sono un’importante linea guida per capire cosa convenga al nostro Paese. Rispondiamo con questo articolo alla richiesta di news on demand arrivata da un nostro lettore, Davide Marnati: "Volevo sapere i pro e i contro di una eventuale Italexit e cosa succederebbe al debito italiano".

Sbagliato il confronto con la Gran Bretagna - Per valutare rischi o eventuali vantaggi di un addio all’Unione Europea, bisogna tener conto degli scenari di medio-lungo termine per l’economia italiana. Tanto per iniziare, bisogna immaginare cosa vorrebbe dire un divorzio senza compromessi. Ne abbiamo parlato con Carlo Altomonte, professore associato di Politica economica europea all’Università Bocconi di Milano e autore del libro "L’Euro: una moneta, un’Europa (2002)". "Uscire dall’Unione vorrebbe dire perdere circa un anno e mezzo del Pil del nostro Paese – spiega a Tgcom24 -. Ne risentirebbe circa il 40 per cento delle nostre banche". L’ Europa, poi, è la zona più integrata al mondo per quanto riguarda il commercio internazionale. Non portare a casa un accordo vorrebbe dire sottostare a dei dazi probabilmente fatali per le aziende italiane che esportano all’estero. "Chi porta come esempio il caso della Gran Bretagna dovrebbe tener conto del fatto che uscirà dall’Unione Europea soltanto il 31 dicembre del 2020. Non beneficia dei mezzi dell’Unione, ma si avvale delle regole del mercato interno. Bisognerebbe aspettare l’effettiva uscita del Paese dall’Unione e non è detto che non continui ad avvalersi delle regole di commercio interne all’Europa".

 

Il commercio interno - E l’Italia, che ha fatto dell’export il suo punto di forza, non ha potuto che guadagnare dalla libera circolazione delle merci. Dal 2008 le esportazioni sono state in costante aumento. Nel 2017 più della metà erano dirette verso l’Unione europea, soprattutto verso Germania e Francia. Nel 2018 le nostre esportazioni hanno registrato ancora un incremento del 3%, ma per i paesi Extra Ue abbiamo registrato soltanto un +1,7%. È il libero commercio con il resto dell’Europa, insomma, a fare la differenza. Il mercato unico consente a merci, servizi e capitali di circolare liberamente. Non tutto funziona alla perfezione, ma gli stati membri beneficiano dell’accesso a un mercato molto vasto oltre che un’ampia platea di consumatori con una conseguente concorrenza più sostenuta tra le imprese. Dire addio significherebbe veder applicata al nostro Paese la politica di dazi per i partner commerciali Extra Ue.

 

Il falso mito della lira più forte - Quindi, quali sarebbero le basi per promuovere un’uscita dell’Italia dall’Ue? La principale motivazione a sostegno della decisione sarebbe la svalutazione competitiva: la diminuzione del valore della moneta nazionale (in questo caso la lira) renderebbe più convenienti i nostri prodotti perché costerebbero meno di quelli stranieri. Questo dovrebbe favorire l’aumento della domanda e un calo delle importazioni. Non è esattamente così però: la globalizzazione ha cambiato le carte in tavola. In un periodo antecedente al commercio globale, il mercato si basava sulla vendita di beni finiti. Ora, invece, bisogna seguire la strada della Global Value Chains: i processi di produzione sono dislocati in vari paesi a seconda del grado di convenienza. La svalutazione della lira aumenterebbe la domanda di beni finiti mantenendo però immobili le esportazioni di beni intermedi. 

 

Il debito pubblico - I conti pubblici rappresentano un altro tema di discussione: c’è chi sostiene che il debito pubblico italiano sia un’arma impugnata dall’Europa contro il Paese per piegarlo alla politica decisa dalla cosiddetta “Unione dei ricchi”. In realtà, l’Italexit andrebbe a svantaggio dei detentori di titoli di Stato. I mercati finanziari guarderebbero con sospetto l’acquisto di Btp, facendo così aumentare i tassi d’interesse richiesti a copertura di un rischio maggiore. Sul debito, il professore Carlo Altomonte è molto chiaro. "Abbiamo un debito importante, ma abbiamo fatto delle scelte evitabili. Potevamo investire i tre miliardi impiegati per Alitalia nella costruzione di scuole, per esempio. Le nostre decisioni ci hanno portato a essere l’unico Paese che non si è mai ripreso dalla crisi del 2008: la Spagna è cresciuta del 13% dal 2014 a oggi ed è stata una delle nazioni più colpite".

 

Coronavirus: gli aiuti senza l’Europa - L’emergenza Covid-19 sembra aver offerto un nuovo cavallo di battaglia a coloro che vorrebbero l’Italia fuori dall’Unione Europea. Abbiamo chiesto al professore Carlo Altomonte se davvero gli stati membri con un Pil più alto tiranneggiano quelli più in difficoltà: "Stiamo sopravvivendo grazie all’Europa – spiega – con il Recovery Fund pagheremo al bilancio europeo molto meno di quanto riceveremo per risollevarci: parliamo di circa 80 miliardi per il nostro Paese. La Germania, invece, pagherà 100 miliardi per riceverne meno di 40. I tedeschi si stanno tassando per l’Europa. Non parlerei di posizione di svantaggio per l’Italia". 

 

Questione di Pil? - È vero che l’Europa conviene solo ai Paesi più ricchi? Non esattamente. Lo abbiamo chiesto all’economista Francesco Daveri, docente di Macroeconomics presso il programma Mba della Business School dell’Università Bocconi: "Anche la Germania rifletterebbe due volte sulla possibilità di abbandonare l’Europa – spiega -. Un marco tedesco forte potrebbe attirare investimenti interni, ma non faciliterebbe comunque le esportazioni. A quel punto bisogna augurarsi di uscire dall’Unione con un accordo, ma fuori da lì non c’è assistenza finanziaria. Bisogna trovare dei nuovi partner e questo significa guardare a Cina e Usa. Queste modifiche degli assetti avrebbero in ogni caso un impatto sulla politica nazionale".

 

Da soli davanti al problema immigrazione - È sul versante della gestione della crisi migratoria che gli euroscettici basano la maggior parte delle rimostranze contro l’Europa. In certi immaginari, abbandonare l’Unione vorrebbe dire completa libertà di chiudere le frontiere senza dover rispondere a un accordo tra stati membri. E poi, argomentano i sovranisti, l’Europa non ha davvero mai partecipato all’emergenza, complice la nostra posizione centrale nel Mediterraneo. Cosa succederebbe, quindi, se optassimo per l’Italexit? "L’immigrazione diventerebbe uno dei nostri problemi principali – spiega Altomonte -. Siamo la scialuppa di salvataggio di milioni di disperati. Uscire dall’Europa ci espone al rischio di una chiusura dei confini con gli altri stati membri. Tutta la pressione si scaricherebbe sul nostro Paese. Chiudere l’Italia non è un’opzione, perché vuol dire condannare a morte milioni di persone, ma non potremmo contare neppure più sull’Unione, che in quest’emergenza non è stata davvero presente, ma che è comunque un appoggio importante".

 

Articolo realizzato in collaborazione con il master biennale in giornalismo della IULM, contenuto a cura di Gabriella Mazzeo.

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