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Vendite allo scoperto, cosa sono e perché la Consob le aveva vietate

Dopo il crollo record di Piazza Affari il 12 marzo, la Consob aveva deciso di vietare le vendite allo scoperto per tre mesi. Cosa sono? È stata davvero la scelta migliore?

speculazione vendite scoperto

La vendita allo scoperto (o short) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non ancora acquistati, scommettendo così sul calo del valore dei titoli di borsa. Il meccanismo di guadagno deriva dal riuscire a vendere oggi un titolo che non si possiede e che si è preso in prestito, riacquistandolo successivamente a un prezzo più basso, per poi restituirlo a chi lo ha “prestato” e ottenendo così un profitto. Vengono visti come la quint’essenza della speculazione finanziaria, poiché sono tanto vantaggiose quanto peggiori sono gli andamenti dei titoli e in certi casi possono addirittura contribuire a aumentare la volatilità dei mercati. 

Il rischio è alto - Rispetto a un normale acquisto con vendita, dove non c’è un limite di acquisto, per le vendite allo scoperto esiste un limite inferiore pari a zero oltre il quale non si può scommettere. La perdita potenziale risulta illimitata per il venditore allo scoperto, il quale si espone, congelando i fondi provenienti dalla vendita a garanzia e copertura del successivo riacquisto, e rilasciando al broker un ulteriore importo, il margine di garanzia, affinché quest’ultimo possa tutelarsi dalla possibilità che il venditore riesca a ricoprirsi riacquistando gli strumenti finanziari a prezzi maggiori.

 

Stop vendite allo scoperto per 3 mesi - A causa delle forti turbolenze innescate dalla pandemia da Covid-19, la Consob era corsa ai ripari con lo stop delle vendite allo scoperto e ad altre operazioni speculative "ribassiste" realizzate tramite derivati o altri strumenti finanziari, per tre mesi. La crisi finanziaria degli ultimi tempi in cui si è trovata non solo l’Italia, ma tutta l’Europa, ha visto un numero sempre maggiore di risparmiatori vendere titoli e azioni in quanto non si sentivano tutelati dal mercato. In una nota del 17 marzo la Consob aveva dichiarato che questa decisione era stata adottata "con l'obiettivo di ripristinare l'integrità del mercato”.

 

Non solo l’Italia - La Spagna è stato il primo Paese a fermare le vendite allo scoperto su 69 titoli, mentre in Italia 85 e in Francia 92. Anche Austria, Belgio e Grecia avevano adottato un provvedimento analogo sulle rispettive borse per evitare il tracollo finanziario. Coordinate con l’Esma (nei fatti la Consob europea), tutti i Paesi concordavano che a preoccupare maggiormente fossero i titoli bancari.

 

Stop al divieto e un primo bilancio - "Alla luce della progressiva normalizzazione delle condizioni generali di mercato, la Consob ha deciso di sospendere il divieto temporaneo all'assunzione di nuove posizioni nette corte e all'incremento delle posizioni nette corte esistenti dal 19 maggio. La Consob continuerà a monitorare attentamente l'andamento generale dei mercati finanziari", si legge in una nota pubblicata il 15 maggio 2020 dalla Consob, l’Autorità di vigilanza guidata dall’ex ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona

 

In audizione di fronte alla Commissione di inchiesta sul sistema bancario e finanziario Paolo Savona ha precisato che nel forte impatto su Piazza Affari dell'emergenza Covid-19 le vendite allo scoperto hanno avuto "un effetto solo marginale", "la speculazione allo scoperto è solo una parte" che va distinta dal vendite "vere". E ha aggiunto: "Dobbiamo distinguere la speculazione allo coperto dalla speculazione sui titoli". "La speculazione allo scoperto è solo una parte" e "se volevamo evitare tutta la speculazione" la possibile soluzione "era la chiusura della Borsa ma il potere anche qui non ce l'ha la Consob ma il ministro del Tesoro". Savona poi aggiunge una valutazione "personale": "Ritengo - dice - che la Borsa debba rimanere aperta. Essendo aperte altre Borse il risparmio sarebbe andato là.  Non ho esercitato pressioni sulla chiusura della Borsa perché la ritenevo un errore", fermare le contrattazioni "significa uscire dall'economia di mercato" e far andare risorse "all'estero".


Articolo realizzato in collaborazione con il master biennale in giornalismo della IULM, contenuto a cura di Francesco Li Volti.

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