Silvia Salis, power dressing o scandalo? Quando un paio di Manolo Blahnik fa più rumore della politica
Tra doppi standard e simboli di status, il caso della sindaca di Genova riaccende il dibattito su immagine, genere e legittimazione del potere femminile
di Manuela D'Argenio© Tgcom24
Per chi ha amato Sex and the City, le Manolo Blahnik indossate da Silvia Salis sono molto più di un accessorio. Sono un simbolo culturale, un’idea di indipendenza femminile resa popolare da Carrie Bradshaw: una donna colta, emancipata ed economicamente autonoma che ha la moda e la scrittura tra le sue più grandi passioni. Ridurre la polemica a "oggetto da ricchi" è fuorviante: la scelta di indossare un capo così iconico non è solo estetica ma concettuale e chiama in causa il "power dressing", ovvero la decisione consapevole di comunicare anche con l'abbigliamento. Invece quel paio di scarpe ha scatenato tanto rumore attorno alla figura della sindaca di Genova. Ma il punto è, ancora una volta, il doppiopesismo: perché un uomo politico che indossa orologi costosi, abiti sartoriali o dettagli di stile non compromette la sua credibilità, ma se lo fa una donna cambia il giudizio e si urla allo scandalo?
Doppio standard - Nel momento in cui una figura femminile sceglie un capo iconico, immediatamente scatta il sospetto: è davvero concentrata sui contenuti o sta "giocando" con l’immagine? Le critiche, spesso velate da un’apparente attenzione all’opportunità istituzionale, rivelano in realtà un doppio standard ancora radicato.La domanda, dunque, non dovrebbe essere se una donna politica possa permettersi di indossare certe scarpe, ma perché questo gesto venga percepito come problematico. Forse il punto è che il potere, quando assume forme estetiche femminili, continua a generare disagio.
Le Manolo più amate - Il cuore della polemica ruota attorno a un paio di Manolo Blahnik, tra le calzature più iconiche e riconoscibili al mondo. E quando si parla di Manolo Blahnik non si può non pensare a Sex and the City. Nell’iconica serie Carrie Bradshaw è ossessionata da questa griffe. Il suo modello preferito sono le décolleté Hangisi, le stesse sfoggiate da Silvia Salis nello scatto finito al centro dei riflettori. Dal tacco vertiginoso, si tratta di un modello pump in raso blu, impreziosito da una fibbia gioiello sulla punta, luminosissima. Lo stilista ha disegnato queste preziose décolleté ispirandosi alla passione della famiglia Bonaparte per i dettagli e gli accessori luminosi. Nel corso delle sei stagioni della serie, Carrie ha indossato diverse volte questa calzature dal costo di circa 1200 euro fino al giorno del matrimonio con Mister Big.
Il power dressing - E' qui che entra in gioco il power dressing, una strategia comunicativa ben nota in ambito internazionale. Non si tratta di vanità, ma di linguaggio. L’abbigliamento diventa uno strumento per affermare presenza, autorevolezza e controllo. Negli anni ’80 e ’90, figure come Margaret Thatcher o Hillary Clinton hanno utilizzato il guardaroba come parte integrante della propria identità pubblica. Tailleur strutturati, colori studiati, accessori selezionati: ogni elemento contribuiva a costruire una narrazione di potere. Nel caso di Salis, la polemica sulle scarpe di lusso sembra ignorare proprio questo aspetto. Indossare un capo iconico non è necessariamente un atto di ostentazione, ma può essere una scelta consapevole di posizionamento. In un contesto in cui le donne sono ancora spesso giudicate più per l’apparenza che per le idee, il power dressing diventa quasi una forma di autodifesa: un modo per entrare in uno spazio storicamente maschile con strumenti simbolici altrettanto forti.
La polemica e la retorica del comunista radical chic - La polemica sulle scarpe di lusso di Silvia Salis è stata scatenata da un post del senatore umbro di Fratelli d’Italia Franco Zaffini pubblicato il 10 aprile, nel quale riprende lo scatto della Salis con le Manolo, accompagnato dalla didascalia: “Difenderemo gli ultimi! Saliremo sulle barricate proletarie e antifa, calzando scarpe da Manolo Blahnik! La sinistra della corrente capalbiana con caviale e champagne, spiegata così bene in una foto". Il post ha ottenuto oltre 2 mila like e 5 mila commenti, scatenando un dibattito acceso In molto hanno difeso la sindaca, dicendo che essere di sinistra non significa per forza non potersi comprare oggetti di lusso, tanto più se uno se lo può permettere e paga di tasca propria. Del resto, non è la prima volta che la retorica del comunista radical chic diventa oggetto di propaganda. Fausto Bertinotti, all'epoca leader di Rifondazione comunista, è stato più volte attaccato per i suoi maglioncini in cachemire; la stessa leader del Pd, Elly Schlein, è stata duramente criticata per le sue sedute di armocromia pagate 200 euro all’ora. Anche la giornalista Maria Teresa Meli ha attaccato lo scatto, riprendendo anche una foto in cui Salis sfoggia una borsa fashion di Louis Vuitton. C’è chi associa alla sindaca il termine "radical chic", coniato da Tom Wolfe negli anni ’70 per descrivere l’élite newyorkese che sosteneva movimenti radicali, organizzando feste patinate in attici lussuosi. Ma il punto è un altro: finché il guardaroba resterà un terreno di giudizio più severo per le donne rispetto agli uomini, ogni scelta stilistica sarà inevitabilmente politicizzata. E forse è proprio questo il nodo della questione: non le scarpe in sé, ma ciò che rappresenta.
