numeri critici anche in italia

Non fare figli è egoismo o lucidità? Cosa ci dice il calo demografico record della Cina

Il crollo della natalità è un tema universale, che riguarda anche l'Europa e l'Italia in particolare. Mette in risalto le crepe profonde dei sistemi in cui viviamo: bonus, sussidi, congedi più lunghi non funzionano se non sono accompagnati da un cambiamento strutturale del modello sociale e lavorativo. E il costo della genitorialità diventa sempre più insostenibile

20 Gen 2026 - 09:09
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La Cina ha registrato nel 2025 il più forte calo demografico dalla grande carestia del 1959-61. Secondo i dati diffusi dall'Ufficio nazionale di statistica (NBS), la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone, passando da 1,4083 miliardi a 1,4049 miliardi. Meno di otto milioni in un Paese che per decenni ha fondato la propria forza economica su una popolazione giovane e sterminata. È il quarto anno consecutivo di calo demografico, un record negativo che non può più essere liquidato come un semplice effetto della fine della politica del figlio unico. È, piuttosto, il sintomo di una trasformazione profonda. Di fronte a questi numeri, la domanda torna con forza anche nel dibattito pubblico occidentale, e italiano in particolare: scegliere di non fare figli è un atto egoista o una decisione saggia?

La fine dell’obbligo morale - Per secoli, fare figli è stato considerato un dovere implicito: verso la famiglia, verso la società, verso lo Stato. Oggi questo automatismo si è spezzato. La Cina ne è l’esempio più evidente e paradossale: dopo aver imposto per decenni il limite delle nascite, ora incoraggia le famiglie ad avere più figli. Ma la risposta non arriva. Il motivo è semplice e universale: non si fanno figli per decreto.Quando il costo della vita cresce più dei salari, quando il lavoro è instabile, quando l’istruzione e la casa diventano beni di lusso, la genitorialità smette di essere una prospettiva desiderabile e diventa un rischio.

Egoismo o realismo? Un dilemma "universale" -  Definire egoista chi rinuncia ad avere figli significa ignorare il contesto. In Cina, come in Italia, sempre più giovani scelgono di non diventare genitori non per edonismo, ma per lucidità: sanno che crescere un figlio richiede tempo, risorse emotive ed economiche, reti di supporto che spesso non esistono più. In questo senso, non fare figli può essere una forma di responsabilità, non di egoismo. Mettere al mondo una vita senza poter garantire stabilità, cura e prospettive non è un atto altruista; è, semmai, una delega al caso.

Una crisi demografica mondiale - Anche in Europa la tendenza è chiara. Nel 2023, i Paesi dell’Unione Europea hanno registrato la più grande diminuzione annuale di nascite degli ultimi anni, con oltre 3,6 milioni di nuovi nati, un numero in costante discesa rispetto ai 3,8 milioni dell’anno precedente e sotto la soglia di crescita naturale della popolazione. In Italia, la situazione è tra le più critiche: nel 2024 si sono registrate 369.944 nascite, in calo del 2,6% rispetto all’anno precedente e il numero più basso dal 1861, anno dell’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità, ovvero il numero medio di figli per donna, è sceso a 1,18, ben sotto la soglia di 2,1 necessaria per mantenere stabile la popolazione, e i dati provvisori per i primi mesi del 2025 mostrano una ulteriore discesa a 1,13. Il calo della natalità non è solo una questione sociale o culturale, ma una variabile economica decisiva. In Cina, Italia ed Europa, meno nascite oggi significano meno lavoratori domani, con effetti diretti sulla crescita, sulla produttività e sulla sostenibilità dei sistemi di welfare. 

Quanto costa un figlio in Italia? - In Italia, la scelta di avere un figlio si scontra con un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: il costo economico della genitorialità. Secondo stime ricorrenti di istituti di ricerca e associazioni dei consumatori, crescere un figlio fino alla maggiore età può costare tra i 150 e i 200 mila euro, una cifra che aumenta sensibilmente se si considerano studi universitari, affitti nelle grandi città o percorsi educativi privati. Spese per l’infanzia, asili nido spesso insufficienti o costosi, libri, attività extrascolastiche, sanità integrativa e, soprattutto, il costo dell’abitazione rendono la genitorialità un impegno finanziario di lungo periodo. A questo si sommano i costi indiretti, meno visibili ma altrettanto pesanti: carriere rallentate, redditi persi (soprattutto per le donne)  e una maggiore esposizione alla precarietà. In questo contesto, la decisione di non avere figli appare meno come una rinuncia egoistica e più come una valutazione economica razionale in un Paese dove il rischio di impoverimento delle famiglie con figli resta elevato.

Il fallimento delle politiche, non delle persone - Il crollo della natalità cinese smonta un altro luogo comune: l’idea che bastino incentivi economici per convincere le persone a fare figli. Bonus, sussidi, congedi più lunghi non funzionano se non sono accompagnati da un cambiamento strutturale del modello sociale e lavorativo. Lo stesso vale per l’Italia, dove la retorica della “denatalità come scelta egoista” convive con un sistema che penalizza le famiglie, le donne e i giovani. È contraddittorio colpevolizzare le scelte individuali quando le condizioni collettive scoraggiano quelle stesse scelte. La Cina ci mostra qualcosa di più profondo: non siamo davanti solo a una crisi demografica, ma a una crisi di senso della genitorialità. In società sempre più competitive, individualizzate e incerte, l’idea di sacrificare libertà e sicurezza per un futuro che appare fragile perde forza. Non è la fine del desiderio di figli, ma la fine dell’idea che farli sia inevitabile. Il calo record della natalità in Cina non è un’anomalia lontana. È uno specchio. E ciò che riflette non è l’egoismo delle persone, ma le crepe profonde dei sistemi in cui vivono.

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