tra polemiche e timori

Dall’esecuzione fallita di Pike allo streaming di Hasan: così la pena capitale diventa uno show

Dall'iniezione letale fallita in Tennessee al progetto di trasmettere online l'esecuzione del killer di Fort Hood, passando per alcuni dei precedenti più controversi della storia americana. La condanna a morte torna al centro del dibattito tra errori, polemiche giudiziarie e il rischio che diventi un evento mediatico

di Manuela D'Argenio
09 Ott 2026 - 11:20
 © Tgcom24

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Da una parte c'è Christa Pike la detenuta del Tennessee sopravvissuta a due iniezioni che dovevano essere letali. Dall'altra, l'annuncio del Pentagono di voler trasmettere in streaming l'esecuzione di Nidal Malik Hasan, l'ex psichiatra militare condannato per la strage di Fort Hood del 2009. Negli Stati Uniti la pena capitale torna al centro del dibattito attraverso due vicende che mettono in discussione non soltanto i metodi utilizzati per applicarla, ma anche il confine tra giustizia, trasparenza e diritto alla riservatezza. E, soprattutto, fanno riflettere sui limiti: quando bisogna fermarsi per evitare che anche la morte diventi uno show? 

I precedenti delle iniezioni letali "critiche"- Il 30 settembre, in Tennessee, Christa Pike avrebbe dovuto essere la prima donna giustiziata nello Stato da oltre due secoli. Cinquant'anni, condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, una studentessa di 19 anni uccisa nel 1995, Pike è sopravvissuta alla procedura: le sono state somministrate due dosi di pentobarbital, ma la morte non è sopraggiunta. La vicenda fece molto discutere riportando l’attenzione sui problemi legati alle iniezioni letali, considerate per lungo tempo il metodo più controllato e meno traumatico per eseguire una condanna a morte. Ma le difficoltà nell’accesso alle vene, i dubbi sui farmaci e la segretezza dei protocolli hanno già provocato in passato esecuzioni interrotte o caratterizzate da prolungate sofferenze.

Tra i casi più noti c’è quello di John Wayne Gacy, il serial killer condannato per l’omicidio di 33 ragazzi e giovani uomini, giustiziato in Illinois nel maggio 1994. Anche la sua esecuzione non fu priva di problemi: un malfunzionamento dell’apparecchiatura che somministrava uno dei farmaci provocò un ritardo nella procedura. Anche questo divenne un caso mediatico.

Vent'anni dopo, nell'aprile 2014, Clayton Lockett, in Oklahoma, portò nuovamente sotto i riflettori le criticità dell’iniezione letale. Dopo la somministrazione dei farmaci, Lockett cominciò a muoversi e a mostrare segni di sofferenza. Le autorità tentarono di interrompere la procedura, ma l’uomo morì per un attacco cardiaco circa 40 minuti dopo l'inizio dell'esecuzione. Le testimonianze raccolte e i dubbi sul funzionamento dell’iniezione alimentarono una nuova controversia sull’affidabilità del metodo e sulle garanzie offerte ai condannati. 

Un altro precedente significativo è quello di Thomas Eugene Creech, uno dei detenuti da più tempo nel braccio della morte americano. Nel febbraio 2024, in Idaho, il tentativo di eseguire la sua condanna fu interrotto dopo che il personale non riuscì a predisporre una linea endovenosa funzionante. Il caso riaccese le polemiche sulla segretezza che circonda l’approvvigionamento dei farmaci e sulle informazioni rese disponibili al pubblico riguardo alle procedure

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Willie Francis, il ragazzo sopravvissuto alla sedia elettrica - Molto prima delle polemiche sulle iniezioni letali, c'è una storia che sembra anticipare il paradosso di Pike. È quella di Willie Francis, un ragazzo afroamericano della Louisiana che nel 1946 aveva appena 17 anni quando fu portato sulla sedia elettrica per essere giustiziato. Francis era stato condannato a morte per l'omicidio di Andrew Thomas, un farmacista bianco. Il 3 maggio 1946 venne legato alla sedia elettrica e il boia azionò l’interruttore. Ma qualcosa non funzionò: la scarica non lo uccise. Il ragazzo sopravvisse, riportando ustioni, e fu riportato in carcere. La vicenda aprì un caso giudiziario destinato ad arrivare fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti per capire se lo Stato poteva tentare di uccidere una seconda volta una persona che era già sopravvissuta. Gli avvocati di Francis sostennero che un nuovo tentativo avrebbe violato il divieto costituzionale di infliggere punizioni crudeli e inusuali e il principio per cui nessuno può essere sottoposto due volte a giudizio per lo stesso reato.

Nel gennaio 1947, però, la Corte Suprema si pronunciò contro di lui, consentendo alla Louisiana di procedere con una seconda esecuzione. Il 9 maggio 1947, quasi un anno dopo il primo tentativo, Willie Francis fu nuovamente portato sulla sedia elettrica. Questa volta morì. La sua resta uno dei casi più emblematici nella storia della pena capitale americana: un adolescente sopravvissuto alla procedura con cui lo Stato avrebbe dovuto ucciderlo, costretto ad affrontarla una seconda volta dopo aver perso la battaglia legale. Non c'era una diretta televisiva, né un pubblico collegato a distanza. Eppure il caso divenne una questione nazionale, mettendo in discussione l'affidabilità delle procedure e i limiti del potere punitivo dello Stato. 

Da Timothy McVeigh a Nidal Hasan, il confine tra giustizia e spettacolo - Il rapporto tra esecuzioni e pubblico ha un altro precedente decisivo nel caso di Timothy McVeigh, responsabile dell’attentato di Oklahoma City del 1995, che provocò 168 morti, tra cui 19 bambini. McVeigh fu giustiziato l'11 giugno 2001 nel penitenziario federale di Terre Haute, in Indiana. In quell'occasione, una società chiese a un tribunale di poter riprendere l'esecuzione e trasmetterla via Internet, anche a pagamento. La richiesta fu respinta: l'idea di rendere la morte del condannato accessibile a chiunque attraverso la rete si scontrò con le norme che vietavano la registrazione delle esecuzioni e con le obiezioni del governo sulla trasformazione della procedura in uno spettacolo. Fu adottata una soluzione diversa per i familiari delle vittime: alcuni poterono assistere di persona, mentre altri seguirono l'esecuzione attraverso un collegamento audiovisivo a circuito chiuso, riservato e non accessibile al pubblico generale. 

Dunque venticinque anni fa, l'idea di trasmettere in diretta un'esecuzione letale era già stata portata davanti a un giudice, ma quella volta fu bocciata. Ora c'è Malik Hasan. Ex psichiatra dell'esercito, è stato condannato a morte per la strage compiuta nel 2009 nella base militare di Fort Hood, in Texas, dove uccise 13 persone e ne ferì altre 32. Il Pentagono ha annunciato la volontà di trasmettere la fucilazione in streaming il 3 dicembre 2026. Se confermata, la scelta segnerebbe una svolta nella prassi americana.

Dalla piazza allo show - Le esecuzioni pubbliche non sono una novità nella storia degli Stati Uniti. Rainey Bethea, impiccato in Kentucky nel 1936 davanti a una folla di spettatori, è ricordato come il protagonista dell'ultima esecuzione pubblica americana. Da allora, le autorità hanno progressivamente sottratto la pena capitale allo sguardo collettivo, pur mantenendo un sistema di testimoni selezionati, tra cui giornalisti e rappresentanti delle parti coinvolte. Lo streaming potrebbe cambiare nuovamente questo equilibrio. Se l’annuncio del Pentagono si tradurrà in realtà, la camera della morte potrebbe diventare, per la prima volta negli Stati Uniti, un luogo accessibile attraverso uno schermo a chiunque abbia una connessione facendo della morte inflitta dallo Stato un contenuto da consumare, da spettacolizzare. Ma la dignità della persona, anche se di un condannato a morte, ha ancora un valore? 

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