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La politica giapponese dei pantaloncini da uomo nei posti di lavoro per affrontare il caldo estivo e preservare l'ambiente divide, tra decoro e parità di genere
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Paese che vai, caldo e dress code... che trovi. In Giappone, la svolta "casual" negli uffici pubblici di Tokyo, con il via libera ai pantaloncini durante l'estate nell'ambito della campagna "Cool Biz", sta però alimentando un acceso dibattito social. Nel Paese, dove l'abbigliamento formale è ancora la norma, come scrive il New York Times, la misura, pensata per affrontare le temperature record e ridurre il consumo di aria condizionata, ha riportato al centro due temi inattesi. Da un lato la cosiddetta sune-hara ("molestia da peli sulle gambe"), espressione coniata dai media per descrivere il disagio di alcune donne davanti alle gambe scoperte e pelose dei colleghi. Dall'altro, le critiche di chi denuncia la disparità di genere nel doppio standard imposto: mentre agli uomini è consentito alleggerire l'abbigliamento con il caldo, molte lavoratrici continuano a subire la pressione sociale di indossare collant o gonne lunghe.
La campagna "Cool Biz", lanciata dal ministero dell'Ambiente nel 2005 per favorire il risparmio energetico, entra ora, dunque, in una nuova fase con questa versione potenziata, che invita i funzionari a togliere cravatte e giacche in estate. Ma non senza polemiche, anche se i bermuda sotto la scrivania conquistano, comunque, i lavoratori pubblici e suscitano l'invidia dei dipendenti privati che non possono indossarli.
Tra i testimonial della campagna, il funzionario del governo metropolitano di Tokyo Noboru Watanabe, 50 anni, che ha vinto l'imbarazzo e si è presentato in ufficio in pantaloncini. Con lui altri cinque "coraggiosi" colleghi hanno sostituito il completo con i calzoncini.
Altri lavoratori stanno a guardare. "Li associo a un giorno di riposo", è il commento più frequente di chi non può indossarli sul posto di lavoro. "Semplicemente non penso che le gambe pelose sembrino molto ordinate in ufficio", è il mood dei più conservatori, che contestano online la reale adeguatezza dei pantaloncini come abbigliamento da lavoro.