L'intervista a TgCom24

Ivana Lotito è Lucia in "Erica, una detective per caso": "Con Vanessa Incontrada un rapporto di sorellanza"

A Tgcom24, l'attrice pugliese racconta la costruzione del personaggio della serie Mediaset, anche alla luce della propria esperienza personale

09 Set 2026 - 09:54
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"Rosa Pietra Stella", Ivana Lotito © Ufficio stampa

"Rosa Pietra Stella", Ivana Lotito © Ufficio stampa

In "Erica, una detective per caso" - la nuova fiction Mediaset diretta da Ciro D'Emilio -, l'attrice pugliese Ivana Lotito interpreta Lucia, una donna apparentemente forte che, nel corso della storia, si trova a fare i conti con una realtà molto più dolorosa e complessa. Attraverso il rapporto con la sorella Erica, interpretata da Vanessa Incontrada, Lucia prende progressivamente consapevolezza di una violenza domestica che non si manifesta soltanto nei gesti più evidenti, ma che può iniziare molto prima, attraverso la manipolazione. A Tgcom24, Lotito racconta la costruzione del personaggio di Lucia, anche alla luce della propria esperienza personale, il legame con Vanessa Incontrada e il significato di una storia che porta in scena dinamiche familiari, fragilità e difficoltà al femminile. E non manca di parlare dei suoi progetti futuri. 

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La fiction italiana nasce dall'adattamento della serie francese Erica, a sua volta ispirata ai romanzi di Camilla Läckberg. Hai avuto modo di vedere la versione francese prima di affrontare questo progetto? 

No, non ho visto la serie francese, anche un po' per scelta. Mi sono chiesta se fosse davvero la decisione giusta e ne ho parlato con il regista, Ciro D'Emilio. È stato proprio lui a consigliarmi di non guardarla per non essere condizionata e per far emergere il personaggio in maniera autonoma. Quindi ho preferito non avere uno strumento di paragone. Avrei potuto vedere la serie successivamente, anche per curiosità, e non escludo che possa accadere. Ma durante le riprese credo sarebbe stato rischioso, perché sarebbe potuto diventare quasi un obiettivo da raggiungere, oltre che un elemento di distrazione durante le riprese. Avrei finito per chiedermi continuamente come differenziarmi, come distanziarmi da quella versione. Invece ho preferito rimanere completamente autonoma, adattarmi alla storia e avere un approccio libero, come accade nella maggior parte dei casi.

Lucia è un personaggio che, nel corso della storia, si rivela molto più complesso di quanto sembri all'inizio. Qual è stato l’aspetto che ti ha conquistata maggiormente?

Mi piace molto la stratificazione che è stata costruita in fase di scrittura. Lucia è un personaggio che emerge e si sviluppa nel tempo. All'inizio emerge un'idea piuttosto superficiale di lei: una donna dedita alla famiglia, una madre perfetta, quasi l’incarnazione di un’idea tradizionale di maternità. Poi, con il susseguirsi degli eventi, emergono altri elementi che la rendono molto più complessa. Affiorano fragilità, ma anche una grande forza. È stato interessante poter lavorare proprio su questo dualismo. Essere una donna in difficoltà non significa necessariamente essere una donna debole. Significa anche mettersi alla prova, interrogarsi sui propri valori, sulle proprie priorità e sul proprio senso del limite. Da questo punto di vista, per me, Lucia compie una vera prova di forza, anche se agli occhi degli altri potrebbe apparire semplicemente fragile.

Questa fragilità, che convive con una grande forza, è stata per te soprattutto stimolante o anche difficile da interpretare?

È stato difficile nella misura in cui si cerca di raccontare qualcosa di consolidato, qualcosa che siamo abituati a vedere. L'idea, condivisa con Ciro, era proprio quella di uscire dal cliché e dallo stereotipo. Ho cercato quindi di fare un lavoro di immersione e di chiedermi davvero che cosa significhi vivere in un contesto violento, quali siano le diverse forme della violenza domestica e, soprattutto, quanto la violenza possa esistere molto prima del gesto fisico. La violenza può essere anche manipolazione. Può cominciare molto prima del gesto plateale, quello che tutti riconoscono e che diventa immediatamente imputabile. Prima c'è tutto un lavoro molto più sottile e subdolo: creare insicurezza, rendere l'altra persona inerme, farla sentire piccola, inadeguata, inutile, meno di quello che realmente è. È proprio questo lavoro silenzioso a essere devastante. La violenza maschile spesso agisce lì, nelle pieghe della quotidianità, molto prima di diventare visibile.

C'è un momento particolare in cui questo cambiamento diventa evidente?

Sì, sicuramente quando, anche grazie a Erica, interpretata da Vanessa Incontrada, Lucia comincia a prendere consapevolezza di quello che sta accadendo nella sua vita e riesce finalmente a dare un nome a ciò che sta vivendo. Da quel momento diventa molto più padrona di sé. È un passaggio importante anche nella costruzione del personaggio.

In questo percorso Erica rappresenta quasi una figura salvifica per Lucia. Quanto è stato importante costruire il passato e il rapporto tra le due sorelle?

In questo senso Vanessa Incontrada è stata davvero una presenza di grande aiuto. È una persona estremamente empatica, molto fisica e affettuosa. Ho sentito che mi cercava, che voleva la mia presenza. Abbiamo quindi cercato di costruire anche fisicamente questo rapporto di sorellanza, di vicinanza. La storia delle due sorelle è segnata dalla perdita dei genitori. Erica torna a Piombino dopo la loro morte e si rende conto di quante cose abbia lasciato alle sue spalle, di quanto si siano disgregate e di quante crepe la sua assenza possa aver provocato nella vita delle persone che ama, compresa Lucia. A quel punto sente il bisogno di starle vicino e, soprattutto, di aprirle gli occhi. Non c'è una figura di riferimento che abbia mai assunto questa responsabilità e allora Erica lo fa, proprio come avrebbe fatto un genitore: cerca di mostrarle, con uno sguardo esterno e lucido, ciò che Lucia non riesce ancora a vedere.

Nella tua vita privata sei madre di due figli. Quanto la maternità ti ha aiutato a comprendere le emozioni e le paure di Lucia?

La maternità per me è uno strumento profondo di sensibilità e di sensibilizzazione. In qualche modo ti espone molto di più, quasi ti toglie degli strati di protezione dalla pelle e ti permette di sentire le cose con un impatto e una profondità diversi. Sicuramente comprendo l'istintività materna. Non credo, però, che sia necessario essere madri per comprendere un sentimento di questo tipo. Nel mio caso la maternità mi ha aiutato ed è stata un riferimento prezioso, anche se come madre sono molto diversa da Lucia. Io, invece, mi pongo meno problemi rispetto alla continuità della presenza. Mi prendo abbastanza facilmente i miei spazi, soprattutto quando lavoro. Ho costruito una sorta di rete e so che i miei figli sentono la mia presenza anche quando non sono fisicamente accanto a loro. Quello che invece riconosco molto bene è l'istinto protettivo, la capacità di rinunciare a qualcosa e l'amore incondizionato. E comprendo anche quanto possa incidere sui figli la presenza di una figura genitoriale che svaluta continuamente l’altro genitore o esercita una violenza più sottile, quasi invisibile. Sono meccanismi che si insinuano nelle dinamiche familiari e possono avere un impatto molto forte sulla crescita dei figli. È un tema che mi sta molto a cuore e che cerco continuamente di approfondire, anche nel tentativo di essere un buon riferimento genitoriale, con tutti gli errori che naturalmente commetto.

Perché, secondo te, il pubblico dovrebbe affezionarsi a Lucia e lasciarsi coinvolgere dalla storia di Erica?

Spero innanzitutto che il pubblico si affezioni al progetto. Ci sono sicuramente degli elementi investigativi, una vera e propria ricerca quasi da detective, che crea suspense e mantiene alta l'attenzione. È una componente che può incuriosire e appassionare molto. Ma credo che il punto di forza siano anche i personaggi, costruiti con grande sottigliezza. Nulla è dato per scontato e credo che sia facile riconoscersi in molte delle loro esperienze. Si parla di famiglie, quindi di storie che in qualche modo possono appartenere a tutti, ma allo stesso tempo i personaggi possono essere fonte di ispirazione: nella voglia di mettersi in gioco, nella paura di innamorarsi di nuovo, nel desiderio di iniziare una nuova storia o una nuova vita. Nel caso di Lucia, soprattutto, c’è la possibilità di riflettere su cosa significhi riconoscere davvero la violenza e comprendere cosa voglia dire vivere accanto a una persona nociva, capace di fare del male alla nostra vita. Credo quindi che ci siano molti motivi per appassionarsi alla storia, ma anche per fermarsi a riflettere sulla propria.

Guardando alla tua carriera, tra cinema, fiction e serie televisive di successo, c’è un ruolo che senti di voler ancora interpretare?

Non saprei indicarne uno preciso, perché tutto dipende sempre dalla scrittura. Mi piacerebbe essere sorpresa da ruoli e da confini che ancora non conosco. Vorrei esplorare qualcosa di ignoto e, attraverso quel lavoro, scoprire anche qualcosa di me che ancora non conosco. Non so quindi rispondere con precisione, ma sono sempre alla ricerca di nuovi linguaggi, di qualcosa che vada oltre il realismo e la quotidianità consolidata. Mi piacerebbe esplorare maggiormente l’onirico, i deragliamenti, ma anche la commedia. Vedremo.

Ci sono già nuovi progetti all'orizzonte?

C'è anche l'ipotesi di un film, ma per il momento non posso dire nulla.