L'intervista

Paolo Belli: "La vita è un giro in bicicletta"

Il noto cantautore e showman si racconta a Tgcom24 a 360 gradi: il rapporto speciale con la moglie e l'energia della sua orchestra che resiste al tempo. "La musica mi salva, sul palco vinco ogni insicurezza"

di Jessica Anostini
25 Giu 2026 - 14:01
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 © Ufficio stampa

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La vita è come un giro in bicicletta, meglio se in buona compagnia. Parlare con Paolo Belli è una ventata di allegria e leggerezza, ma soprattutto un tuffo nella bellezza delle cose semplici che però ti restano addosso come il profumo dei fiori e dell’erba fresca in una mattina di primavera, magari dopo la pioggia. È un periodo meraviglioso quello che sta vivendo il noto cantautore e showman. Dopo gli ultimi anni, in cui ha attraversato insieme alla moglie momenti complicati dovuti proprio alla malattia di quest'ultima, fortunatamente superata, ora si gode un nuovo inizio.

Due singoli pubblicati in pochi mesi, l'ultimo "Profumo d’estate" uscito proprio in questi giorni, la partecipazione al Concertone del 1° maggio, un tour teatrale ("Pur di far Spettacolo") terminato da poco e un altro tour musicale in giro per l’Italia con la sua Big Band appena iniziato. Insomma, un 2026 da incorniciare sotto il profilo artistico e Paolo Belli non nasconde la soddisfazione.

"Sto vivendo un momento davvero sereno. Questo disco, quello uscito a febbraio e le ultime due canzoni rispecchiano esattamente il mio stato d'animo, felice. Sono brani che invitano a ballare, che trasmettono vibrazioni positive, esattamente quelle che sto provando io. In tutto questo, il grazie più grande va a mia moglie: lei è stata ed è incredibile, un universo straordinario. Mi ha trasmesso un'enorme positività e vederla andare avanti a testa alta me la fa stimare ancora di più. E poi c'è la musica. Per me ha dei poteri miracolosi: giù dal palco sono un uomo profondamente insicuro, ma quando ho davanti migliaia di persone improvvisamente mi è tutto chiaro. Lì sopra sono sereno. E questo lo devo alle persone che mi circondano, che mi hanno sempre supportato, che mi hanno permesso di coltivare il mio sogno".

C'è un passaggio nel tuo nuovo singolo "Profumo d’estate" che sembra una critica al mondo digitale. Ce l'hai un po' con i social?

"Premesso che anche io uso la tecnologia e mi piace, la verità è che non sopporto l'uso improprio che se ne fa, ed è quello che sottolineo nella canzone. Credo che una persona debba esporsi quando ha realmente qualcosa da dire, da raccontare, mentre c'è gente che usa i social in modo convulso. Siamo arrivati a un punto in cui non si distingue più la verità dalla finzione. Invece io vivo molto ancorato alla bellezza delle cose reali. Quanto è bello viaggiare in bicicletta e sentire il profumo dei fiori? Ecco, per me la vera bellezza è godere delle piccole cose che ci circondano".

Parliamo da poche decine di minuti e la parola bicicletta è già sbucata due volte nelle tue parole: c’è nella tua ultima canzone, c'era nel tuo primo tormentone “Sotto questo sole”. Come mai?

"La bicicletta è la metafora della mia vita. Tradotto: per arrivare dove vuoi servono sudore e fatica. Però quando arrivi su, in cima, ti senti un eroe. Allo stesso modo nel mio lavoro ho studiato tantissimo e ancora continuo a farlo, ho fatto anche tanta fatica. Ma adesso guardando indietro mi accorgo che la cosa più bella è stata proprio il percorso, senza "spinte" ma sicuramente accompagnato dal tifo della gente, della mia famiglia, delle persone che da anni mi seguono e collaborano con me. La bicicletta per me rappresenta questo "viaggio" in cui, come avrete capito, non ci sono solo "dolori". La metafora migliore è il volo: d'altronde quando sei in bici mica tocchi a terra... Ai più fantasiosi come me, pare quasi di volare".

La chiusura del tour teatrale, il riconoscimento al San Marino Contest, il Concertone del Primo Maggio e ora il nuovo tour. Ti senti soddisfatto?

"Ogni anno dico: "Questo è l'ultimo". Ma mia moglie mi sprona sempre: "Vai, vai, che a casa sei un disastro!". E allora continuo perché in realtà la gente mi vuole ancora bene, lo vedo ogni volta sotto il palco, quando sento migliaia di persone cantare con me. Un privilegio enorme anche perché oggi vivere di musica è difficile e noi non solo ci togliamo grandi soddisfazioni, ma diamo lavoro anche a tante persone e di questo sono veramente felice. Finché il pubblico continua a seguirci, la risposta alla domanda "ci fermiamo?" Ovviamente è no".

Giovedì 25 giugno canterai anche a Roma in occasione del Safety Love 2026, una serata evento che coniuga intrattenimento e temi legati alla salute e sicurezza sul lavoro. Un tema di cui si parla molto negli ultimi anni...

"Giustamente. La sicurezza sul lavoro è un diritto assoluto, oltre a darti serenità su ciò che sei chiamato a fare, ti dà anche un senso di appartenenza, che ti porta ad avere ancora più stima di te e del lavoro stesso".

In oltre 35 anni di carriera hai fatto tantissime cose. Cambieresti qualcosa o rifaresti tutto uguale?

"Ho fatto diversi errori, anche grossi. Se potessi tornare indietro con il senno di poi non li rifarei, ma se li ho commessi è perché in quel momento non avevo l'esperienza necessaria. Adoro fare teatro, televisione, musica e concerti ma la cosa che mi appaga di più è l'affetto della gente. Alla fine rifarei tutto, anche gli errori - magari meno grossi, ecco! - perché mi sono serviti per migliorare e mi hanno portato dove sono oggi. Li ho pagati tutti sulla mia pelle, quindi va bene così".

Che cosa pensi dei musicisti emergenti di oggi? Hai qualche consiglio per loro?

"Consigli non saprei, la mia ricetta è semplicemente andare a casa, riguardare tutto quello che si fa, studiare e cercare di migliorarsi. I giovani d'oggi comunque mi piacciono molto: li vedo determinati, e in questo settore fatto di alti e bassi, la determinazione è tutto. E poi vedo anche tanta preparazione, per noi musicisti è fondamentale perché come dico sempre, facciamo un gioco molto serio, e se il pubblico percepisce la nostra leggerezza è proprio merito dello studio e della conoscenza alla base. Io ho avuto il privilegio negli anni di vedere da vicino grandi artisti come Jannacci, De André, Gaber, Guccini, Springsteen... tutta gente che ha preso questo gioco molto sul serio. I risultati parlano da soli".

Qualche nome di giovane che ha preso la musica molto sul serio?

"Alfa, per esempio, lo trovo preparatissimo, ma ce ne sono diversi. Mi piace vedere questa competenza. Guardate Jovanotti: ha fatto negli anni una maturazione straordinaria. Ed è quello che continuo a dire ai giovani artisti che lavorano con me: la preparazione è l'unica cosa che ti salva nei momenti più bui, quando magari sembra che nessuno voglia più farti giocare".

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Se potessi scegliere un artista qualsiasi con cui salire sul palco adesso, chi sceglieresti?

"Il mitico Bruce. Quando vado a vedere Springsteen ai concerti mi riprometto sempre di cercare di studiare, la verità è che poi mi faccio rapire dallo spettacolo e non ci riesco mai. Qualche volta è scappata anche la lacrimuccia".

Progetti per il futuro? Qualche sogno nel cassetto rimasto da realizzare?

"Ne ho ancora tantissimi, ma non li direi nemmeno sotto tortura! L'importante è che ci sia la salute, che è la base di tutto. Ho ancora tanti sogni, ma anche se non si avverassero andrebbe bene lo stesso. Considerando che non dimentico da dove sono partito direi che da uno a dieci posso dire di essere arrivato a mille".

A proposito di radici, la tua famiglia ti ha appoggiato agli inizi della tua carriera?

"In verità non mi hanno mai supportato attivamente, ma non mi hanno nemmeno tarpato le ali. Vuoi un esempio: quando avevo dieci anni volevo comprare un pianoforte. Considera che avevo iniziato a suonare a cinque, quando ancora non sapevo leggere e scrivere. In qualche modo riuscii a comprare una piccola tastiera che aveva ben sette tasti rotti. Orgoglioso sono andato da mio padre e gli ho detto: "Papà, guarda che bella! Però ha sette tasti rotti". E lui, molto pragmaticamente mi ha risposto: "E tu usa gli altri". La sintesi è sempre stata questa: trova un modo. Insomma, non ho mai avuto genitori che mi mettessero i bastoni tra le ruote, ma non mi hanno neanche mai spinto. Vedevano però che avevo una passione smisurata e mi hanno lasciato libero. Di quegli anni conservo un ricordo bellissimo: un senso di grande libertà, ma anche di forte determinazione. Come scalare lo Stelvio in bicicletta..."

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