l'intervista

Mauro Repetto e la vita (senza Intelligenza artificiale) dopo gli 883: "La lotta tra uomo e algoritmo? C'era già in Come mai"

Dal successo con Max Pezzali alla scelta di inseguire il sogno americano, fino al ritorno alla ribalta, l'artista si racconta a Tgcom24

di Giorgio Brugnoli
30 Ott 2026 - 07:00
 © Ufficio stampa

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Ci sono artisti che restano legati per sempre a una stagione della loro successo e altri che, a un certo punto, scelgono di cambiare strada, anche quando la fama sembra garantire loro un futuro in discesa. Mauro Repetto appartiene a questa seconda categoria. Cresciuto a Pavia, alla fine degli anni Ottanta incontra al liceo Max Pezzali: insieme danno vita agli 883, il duo che diventerà uno dei fenomeni pop più iconici degli anni Novanta. Con Hanno ucciso l'Uomo Ragno e Nord Sud Ovest Est, le loro canzoni conquistano le classifiche.

L'addio a Max

 Nel 1994, quando la band è all'apice del successo, Repetto lascia il gruppo. La sua scelta lo porta momentaneamente lontano dalla scena musicale italiana, alla ricerca di un nuovo percorso oltreoceano. Il sogno americano non si realizza come immaginava e la sua vita prende (ancora una volta) un'altra direzione: si trasferisce a Parigi, dove comincia una nuova esperienza professionale a Disneyland, prima lavorando nei panni di un cowboy e poi occupandosi di organizzazione di eventi. Per anni rimane distante dai riflettori, mentre il suo nome continua a essere associato a uno dei divorzi più discussi della musica italiana.

Un nuovo inizio

 Repetto, però, non ha mai raccontato quella decisione come un errore da rimpiangere. Piuttosto, come la necessità di seguire e assecondare la propria imprevedibilità. E mentre le canzoni degli 883 continuano a far parte dell'immaginario collettivo, il loro esordio viene riscoperto anche dalle nuove generazioni grazie alla serie televisiva dedicata alla loro storia. Per Repetto si riaccendono così i riflettori: torna a esibirsi e riprende a esplorare linguaggi creativi differenti. Appassionato di cultura pop, cinema, fumetti e narrazione, Repetto ha coltivato idee trasversali che oggi hanno trovato spazio anche nella scrittura con il debutto del suo primo romanzo "Election Day 2067".

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Negli ultimi anni il pubblico ti ha un po' riscoperto attraverso la serie sugli 883, il teatro e la musica. Adesso arriva anche il tuo primo romanzo. Come stai vivendo questo momento?
Io ho sempre avuto una linea di confine molto sottile tra spettatore, utente, cultore di tutto quello che è pop, dai fumetti ai libri, al cinema, alla musica, alle serie. Per me è normale essere sia spettatore sia avere il patentino per raccontare una mia storia, dopo aver ascoltato mille storie che mi hanno esaltato. È un'idea che ho avuto da tempo, che ho proposto anche a Hollywood quando sono andato via dagli 883. Adesso ho questo patentino di essere io l'entertainer, l'autore che racconta una storia. Ma ripeto, questa linea sottile tra spettatore, performer, entertainer e autore mi ha sempre accompagnato in tutti questi anni. E l'ho sempre vissuta con piacere sia da spettatore sia da autore.

C'è qualcosa che riesci a raccontare con la scrittura e che non riusciresti a esprimere con una canzone? 
In effetti ho sempre percepito la potenza della musica in pochi secondi. Nel senso che metti una cassetta, metti uno streaming, e in un attimo catturi la volontà di ascoltarti. La canzone è sempre stata più immediata. Quindi io ho cercato nella scrittura, soprattutto nel proporre a degli editori o, all'epoca, a dei tycoon hollywoodiani, l'idea di avere la stessa immediatezza di una canzone. Cioè in pochi secondi devi cercare evidentemente di catturare l'attenzione del tuo interlocutore privilegiato. Ho sempre invidiato alla canzone la possibilità di essere immediata. 

Da dove è arrivata l'idea della storia del romanzo Election Day 2067?
L'idea mi ha sempre accompagnato in questi anni. Nel senso che ho sempre immaginato la possibilità di eleggere un presidente del mondo dettata dalla volontà capitalistica di vendere ancora di più. Chiaramente, se metti Cleopatra a vendere dei prodotti cosmetici, è la testimonial ideale. Mi ha sempre danzato nella testa questa idea di vedere unita la creatività al denaro.

Molti temi di cui racconti parlano del presente: la crisi della politica, le tecnologie, la difficoltà di distinguere ciò che è vero da ciò che è finto o costruito. Quando guardi il mondo di oggi, qual è il cambiamento che ti preoccupa di più in assoluto?
Il tema centrale del libro è la lotta tra l'algoritmo, che prende sempre più posto nella società, e l'imprevedibilità umana. La lotta tra un'icona, tra un ologramma, tra l'intelligenza artificiale e la carne umana. In fondo è la quotidiana guerra con la razionalità che c'è anche in "Come mai" (brano degli 883, ndr), però è la voglia di dire che, nonostante tutto, l'imprevedibilità umana vince sempre sull'algoritmo. E io voglio che vinca sempre nel libro.

C'è una notizia, recente o meno recente, che ti ha fatto pensare: "Questo sembra ciò che ho scritto"?
Qualsiasi notizia, purtroppo, conferma gli avvertimenti che dobbiamo porci. Nel senso che l'economia in fondo è danneggiata, quindi lo star bene è sempre sfregiato da guerre, pestilenze e dall'incapacità dei leader politici di essere veramente carismatici. Quindi la volontà di trovare una soluzione estrema la vedo in qualunque notizia.

In più la giustizia. Come deve intervenire la giustizia? Gli illuministi, Cesare Beccaria e i fratelli Verri, dicevano che in realtà la prigione non deve essere una punizione, ma deve essere un'educazione. Insomma, un dibattito che c'è da secoli. Io suggerisco anche delle cose chiaramente visionarie, nate dalla mia creatività, però che si tuffano nelle notizie di ogni giorno. E immagino, avendo una figlia di 19 anni, che uno che aggredisce una ragazza in metropolitana debba avere un braccialetto elettronico maleodorante, che puzza di Cloaca Massima, che dura dieci anni. Quindi, ogni volta che esce tutti sanno che è stato responsabile di un'aggressione a una ragazza in metropolitana, perché ha questo braccialetto che puzza di latrina.

Hai detto che l'intelligenza artificiale deve restare al servizio della creatività. Che rapporto hai oggi con l'intelligenza artificiale? La usi quotidianamente?
Anche lì sono spettatore, nel senso di spettatore critico. Io non la utilizzo mai. Sento molti amici che dicono: "Ah ho fatto una mail con l'intelligenza artificiale, pazzesco!". Io non l'ho mai utilizzata. Penso però che dobbiamo servircene col cucchiaino, senza essere contro il progresso".

C'è un politico italiano o europeo che ritieni autentico?
Io sono un grande fan delle trasmissioni politiche, sia in America sia in Francia sia in Italia. Quindi assisto con piacere alle trasmissioni politiche come si guarda un dibattito su una partita di calcio, il commento dopo il match. L'arte della retorica, sia politica sia da commentatore sportivo, mi ha sempre affascinato. Non voglio avere un'ancora fissa con un leader politico di oggi. Volo più alto.

Rimanendo sul panorama politico, tutti cercano di apparire spontanei, ma oggi ogni parola sembra studiata. Secondo te quanto è ancora possibile essere autentici quando si diventa personaggi pubblici?
È mancanza di carisma. Quando sei guidato rischi di perdere il tuo succo d'anima. Quando ti affidi troppo all'algoritmo sei un déjà-vu.  L'algoritmo rischia poi di fregarti a fine partita: prendi un gol perché in fondo ti sei affidato a un altro.

C'è qualcosa che la tua generazione ha promesso a quella dei propri figli e che, secondo te, non è riuscita a mantenere?
Io vedo la promessa come quotidiana. Non penso mai di essermi fermato nell'azione del promettere. Non ho mai fatto un consuntivo, perché credo, e auguro e consiglio a chiunque, di non fermarsi mai a fare dei consuntivi. No, deve essere una promessa costante, sempre dinamica, sempre in moto. Aiuta a migliorarti, aiuta a non fermarti mai troppo sul presente, aiuta a scivolare più facilmente verso una serenità.

Domanda paradossale: se l'intelligenza artificiale dimostrasse concretamente di governare meglio di un essere umano, saresti disposto a votarla?
No, assolutamente no. Perché è come dire: usciresti con un robot per una serata romantica? No. Penso che bisogna sempre cercare la carne, in tutti i sensi. Anche nel mio libro propongo comunque un'idea radicale, ma sempre partendo da una carne, sempre partendo da un dna umano. Uscire la sera con un robot anche se fosse bellissima? No, grazie.

Nel tuo romanzo immagini un futuro in cui la politica è dominata da figure create dall'intelligenza artificiale, delle icone. Qualcosa di simile è già accaduto nel 2024 in Gran Bretagna, dove alle elezioni si è presentato AI Steve, un avatar digitale. Non è stato eletto e dietro c'era una persona reale. Non sei stato troppo ottimista, troppo fiducioso, nel collocare tutto questo nel 2067?
Io metto sempre in campo due squadre: la squadra della carne e la squadra dell'avatar. Alla fine è la squadra della carne che viene scelta. Quindi sono ancora più ottimista, nel senso che qualunque cosa facciamo, secondo me, è sempre la carne che sarà scelta. L'unica cosa che io pongo alla fine come domanda agli spettatori è: la carne accetterà questa nuova dimensione o preferirà lei stessa l'imprevedibilità? Perché in fondo la carne può essere sostenuta e aiutata dall'avatar. Ecco, queste sono le domande che pongo al pubblico. Quindi vedi che sono ottimista, però arrivo anche a pensare: "Ma non ne avremo piene le scatole dell'intelligenza artificiale, nel 2067?".

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