Addio a Francesco Guccini, l'uomo che ci costringeva a pensare
Oggi ci lamentiamo che nessuno scrive più canzoni così. Forse la domanda è un'altra: siamo ancora capaci di ascoltarle?
di Micaela Nasca© ansa
Oggi Dio è morto. E, proprio come accadde sessant’anni fa, qualcuno potrebbe fermarsi al titolo e fraintendere tutto, perché quando Francesco Guccini scrisse questa canzone molti lessero soltanto quelle tre parole, ci volle tempo per capire che non era una bestemmia, ma una diagnosi, lucida, dolorosa, terribilmente in anticipo sui tempi. Non annunciava la morte di Dio, ma quella dei valori, dell'umanità, del coraggio di pensare, e soprattutto lasciava aperta una porta alla speranza, come ha sempre fatto. Oggi, invece, quel titolo cambia significato. Perché oggi è morto l'uomo che ci aveva insegnato a riconoscere la differenza tra uno slogan e un'idea.
Un intellettuale prestato alle osterie
Guccini non era un cantante, e chiamarlo semplicemente cantautore è riduttivo, quasi un torto. Era un intellettuale prestato alle osterie, uno che citava Borges e poi stappava un fiasco di vino e magari ti invitava a sederti accanto a lui, uno che parlava di anarchici, vecchi contadini, amori finiti e treni lanciati contro le ingiustizie con la stessa naturalezza con cui altri, seduti nei tavoli accanto, parlavano del tempo o, peggio, del denaro. Il bersaglio delle sue parole, delle sue invettive mai gratuite, non erano però mai le persone, erano il potere, l'ipocrisia, l'ignoranza e il conformismo. Per questo è stato amato, e per questo non è mai piaciuto a tutti.
La rivoluzione delle parole
Guccini non ti diceva mai da che parte stare, ti raccontava un frammento, una esistenza, un dolore. E ti costringeva a pensare. E nelle sue canzoni c'era tutto. Le rivoluzioni, raccontate senza trasformarle in santini: in Stagioni la morte di Che Guevara non è soltanto la fine di un uomo, ma il tramonto delle illusioni di un'intera generazione. C'era la rabbia lucidissima de L'Avvelenata, dove ricordava ai critici che "non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni", quasi a ribadire che il compito dell'arte non è cambiare il mondo con un ritornello, ma cambiare chi lo ascolta. C'era l'amore fragile e disperato di Canzone per un'amica e di Cirano, dove perfino un uomo capace di sfidare tutti abbassa la spada davanti ai sentimenti. E poi c'era La locomotiva: non l'apologia della violenza, ma il racconto epico e struggente di una fame di giustizia che continua a correre sui binari della storia. Guccini non scriveva canzoni, raccontava l'uomo con tutte le sue contraddizioni. I suoi anni erano gli anni delle contestazioni studentesche. I filmati in bianco e nero lo raccontano con i capelli lunghi e lo sguardo acceso. Ma in tutte le sue canzoni di denuncia non ha mai cercato o sfiorato la violenza. Cercava gli argomenti. Era Cirano, non quello della spada ma quello della penna. "Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio". Non alzava i pugni, non sfiorava mai la violenza. L'unica cosa che alzava era il livello della discussione: l'unico in grado di spiegarci l'anarchia raccontando un ferroviere.
Il vecchio, il bambino e mio nonno
Io Guccini non l'ho incontrato nei libri. L'ho incontrato sul sedile della macchina, accanto a mio papà, quando ero piccola piccola. Partiva Il vecchio e il bambino, io ascoltavo quella pianura dove "crescevano gli alberi e tutto era verde", sentivo quel vecchio raccontare un mondo che il bambino non aveva mai visto. E pensavo a mio nonno. Pensavo alla sua mano nella mia e al potere di un anziano che ti racconta il mondo che non c'è più, l'ambiente violentato dall'uomo, di cui oggi parliamo tanto. Guccini mi ha insegnato che la nostalgia non è desiderare il passato. È accorgersi che qualcuno ci ha rubato il paesaggio senza nemmeno chiedere permesso.
Il “grazie” di una vita
Poi, tanti anni dopo convinsi mio padre a fare un viaggio fino a Pavana. Per me era come un pellegrinaggio. Volevo vedere il posto dove erano nate quelle parole. Arrivammo davanti a casa sua. Le persiane erano chiuse. Mi ritrovai a sbirciare tra le finestre come fanno i bambini davanti alla casa di un mago. Poi, in piazza, durante una serata dedicata a lui, arrivò davvero. Bastone. Camicia azzurra. Passo lento. Si sedette. Non cantò. Aveva deciso da tempo che non avrebbe più cantato. Ma quando prese il microfono per dire semplicemente "grazie", bastarono quelle poche sillabe. Quel timbro era ancora lì. Bastava una parola per capire che certe voci non appartengono a chi le possiede ma sono un po’ anche di chi le ha ascoltate per una vita. Oggi ci lamentiamo che nessuno scrive più canzoni così. Forse la domanda è un'altra: siamo ancora capaci di ascoltarle? Guccini non è diventato grande perché era migliore degli altri. È diventato grande perché pretendeva molto da chi aveva davanti. Non regalava certezze. Chiedeva fatica. Oggi premiamo chi semplifica. Lui complicava. Oggi vincono gli slogan. Lui scriveva poesia. E la poesia, a differenza del rumore di fondo, non muore mai, come Dio.
