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"Woodstock" 50 anni dopo: la storia del festival rivive con Ezio Guaitamacchi e Andrea Mirò

Tra racconto, suoni e visioni, due appuntamenti dal vivo a Roma e Milano. Sul palco anche la vocalist Brunella Boschetti

"Woodstock" 50 anni dopo: la storia del festival rivive con Ezio Guaitamacchi e Andrea Mirò

Sono passati 50 anni da Woodstock, la madre di tutti i Festival, che radunò in una fattoria a nord di New York mezzo milione di giovani all’insegna di "pace, amore e musica". Sul palco si esibirono star come Jimi Hendrix, Joan Baez, The Who, Janis Joplin, Joe Cocker, Carlos Santana. Il critico musicale, autore e conduttore radio/televisivo Ezio Guaitamacchi, in occasione di questo anniversario, ha ideato lo spettacolo "Woodstock. 50 anni di pace, amore e musica", accompagnano dalla vocalist Brunella Boschetti e con la speciale partecipazione di Andrea Mirò. Previsti due appuntamenti dal vivo, il 3 maggio a Roma (Teatro Studio) e il 6 a Milano (Santeria Toscana). L'autore l'ha raccontato a Tgcom24.

Perchè a 50 anni di distanza è importante raccontare Woodstock?
Perché, in quel momento, è stato l’evento pubblico nella storia americana con il maggior numero di adesioni (più del doppio rispetto alla celebre “Marcia su Washington” indetta dal Dr. Martin Luther King - leader del movimento dei diritti civili - il 28 agosto del 1963). Perché è stato la “madre di tutti i festival rock” Perché ha rappresentato l’apoteosi della contro cultura hippie, la realizzazione del sogno di uno stile di vita alternativo. Perché ha cambiato il mondo: e non solo quello della musica (diventata il mezzo migliore e più efficace per dialogare con le giovani generazioni) ma anche quello della moda, della comunicazione e dei media. Perché è stato una grande manifestazione di “pacifismo”: in quei giorni gli Stati Uniti combattevano una guerra (difficile da capire e da spiegare) in Indocina, in Vietnam. L’esercito americano, all’epoca, non era formato da militari di professione: un giovane che riceveva il “draft” (la cartolina) era arruolato e doveva partire per il Vietnam con poche speranze di tornare sano e salvo. Il mondo della musica (e del rock, in particolare) si era così schierato in modo esplicito e compatto contro la guerra. Basti pensare all’inno cantato da Country Joe McDonald sul palco di Woodstock (I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die-Rag) o alla versione dissacrante e “politica” che Jimi Hendrix riservò all’inno americano. Di conseguenza, la “Woodstock Nation” diventò la metafora di una popolazione ideale unita dal motto hippie “Peace and Love”. Perché mezzo secolo dopo lo "spirito di Woodstock" è sempre vivo e attuale. E val la pena raccontarlo e riviverlo alle giovani generazioni.

La storia del festival è pieno di aneddoti e curiosità. Quali sono quelli più divertenti per te?
Gli organizzatori del Festival avevano fatto un patto con i “radical” (gli attivisti politici da sempre scettici e polemici con gli hippie, che consideravano superficiali e poco “impegnati”): “vi lasceremo il palco a disposizione per i vostri annunci e comizi a patto che non ci rompiate le palle”, avevano detto. In quei giorni, uno dei leader “radical” (John Sinclair, da tempo sotto il mirino dell’FBI) era stato arrestato per aver acquistato uno spinello da una poliziotta sotto copertura. Si era beccato dieci anni di galera… 10 anni per un cazzo di spinello. La cosa aveva fatto infuriare tutto il movimento e creato solidarietà nel mondo della musica. John Lennon compose la canzone “John Sinclair” e organizzò diversi concerti/manifestazioni a favore dell’amico in prigione. Abbie Hoffman, uno dei “capi” dei “radical” scelse però il momento sbagliato per il suo appello a favore di Sinclair. Salì sul palco nel bel mezzo del set di The Who che a Woodstock stavano presentando in versione integrale la loro nuova rock opera “Tommy”. Tra un brano e l’altro di “Tommy”, Hoffman fece soltanto in tempo a dire: "È una vergogna che John Sinclair stia marcendo in prigione…" quando Pete Townshend, compositore e leader della band inglese, si scagliò contro di lui sbattendogli sulla testa la sua bellissima Gibson SG modello “diavoletto” e mandandolo sonoramente affanculo. Interrogato recentemente al proposito, Townshend ha dichiarato. “È stato l’atto più democratico della mia carriera”. Ma ci sono tanti altri aneddoti gustosi, molti dei quali raccontati nel mio spettacolo e nel libro “Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo” da poco pubblicato nella collana che dirigo in Hoepli.

Raccontaci com'è organizzato e composto il tuo spettacolo dal vivo?
È un affascinante viaggio nel tempo tra racconti, curiosità e aneddoti arricchiti da immagini e filmati storici proiettati su un grande schermo alternati a versioni originali, in chiave acustica, di alcuni dei brani più leggendari eseguiti sul palco di Woodstock. La nostra storia inizia proprio nei primi anni 60 quando Woodstock era una colonia di artisti che balzò sulla bocca di tutti quando Bob Dylan prese casa lì. Prosegue narrando la genesi del Festival, il suo svolgimento e tutte le stranezze che portarono mezzo milione di persone a raggiungere una fattoria di latticini nella contea di Sullivan, a due ore e mezza da New York. Sul palco, come e le mie chitarre, ci saranno la mia partner artistica (la formidabile vocalist Brunella Boschetti) e la bravissima poli strumentista e cantante Andrea Mirò, che insieme a me ha curato la direzione musicale dello show. Sul finale, si racconta anche cosa c’è oggi a Woodstock e come “lo spirito di Woodstock” sia più vivo e attuale che mai.

Il rock oggi è solo retromania per te?
Il rock è una forma d’arte popolare. E come tutte le forme d’arte ha avuto un momento di nascita, di sviluppo, di consacrazione e di inevitabile declino. Stiamo parlando di una forma di espressione unica nella storia dell’uomo contemporaneo che ha creato proseliti, influenzato centinaia di milioni di individui sparsi in tutto il pianeta, che ha creato per decenni una identità collettiva e che sta durando dal 1954, anno in cui noi storici della materia, ne decretiamo la nascita. Oggi, con alcuni dei grandi maestri ancora in vita (e con uno di loro, Bob Dylan, insignito del premio Nobel) da una parte c’è la possibilità per tutti di godere dell’arte di questi fantastici geni della razza umana, talenti paragonabili alle più grandi menti di sempre, da Leonardo a Mozart, da Picasso a Shakespeare. L’influenza della storia di questa musica è stata così potente da rendere i giovani epigoni succubi di quelle fonti di ispirazione. Ma è giusto e normale che sia così.

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