L'OSSERVATORIO

Nativi digitali, acquirenti analogici: la GenZ sceglie il negozio fisico

I giovani, ancora oggi, amano acquistare “tra gli scaffali”. Perché, oltre ai prodotti, i negozi tradizionali garantiscono un’esperienza sociale. Le cose cambiano quando si chiede loro se vorrebbero intraprendere una carriera nel settore del retail, ma solo per poca conoscenza delle opportunità professionali. Lo rivelano i dati dell’Osservatorio di Federdistribuzione e Skuola.net

11 Mar 2026 - 11:39
 © Skuola.net

© Skuola.net

Dopo una scorpacciata di digitale post-pandemia, i ragazzi della Generazione Zeta si stanno ora riappropriando di una dimensione “disconnessa” della vita: non solo la moda Y2K accompagnata da lettori mp3 vecchia scuola o macchine fotografiche digitali, ma anche un ritorno agli acquisti analogici, che li riporta verso i tradizionali punti di vendita fisici, da soli e in compagnia.

Oltre 3 giovani su 4, infatti, ancora oggi continuano a servirsi nei negozi, “vanno a fare shopping” insieme agli amici e (addirittura) spesso dettano l’agenda degli acquisti di famiglia.

Tuttavia, questa relazione profonda con il mondo del retail non si traduce, ai loro occhi, in un'immediata attrattività in termini lavorativi. Visto che 4 su 10 scartano a priori l’idea di poter lavorare in un punto vendita o per una catena di negozi. Un vero peccato, dato che il settore della Distribuzione Moderna è in forte espansione e offre numerose opportunità occupazionali, di fatto non sempre colte.

È questa la fotografia del rapporto tra GenZ e consumi che emerge dall'Osservatorio Giovani & Retail 2026, il progetto di ricerca sviluppato da Skuola.net in collaborazione con Noi Distribuzione, l’iniziativa promossa da Federdistribuzione, l'associazione che riunisce e rappresenta le aziende della Distribuzione Moderna in Italia. Un'indagine che ha coinvolto un campione di 1.000 ragazze e ragazzi tra i 17 e i 25 anni.

Il negozio "su strada" continua ad avere il suo fascino (e la sua utilità)

L’indagine, come anticipato, ha fatto emergere dei risultati sorprendenti. Con il 45% dei giovani intervistati che afferma come il proprio canale d’acquisto prevalente resti il negozio fisico, affiancato quasi in egual misura - nel 32% dei casi - dall’online.

Questi dati smentiscono, dunque, la convinzione (degli adulti) di avere di fronte una generazione persa nel digitale e confermano il desiderio dei ragazzi di un ritorno a esperienze più fisiche, come ad esempio andare in un negozio o in un centro commerciale più (24%) o meno (51%) spesso per passare il tempo insieme ai propri amici.

I motivi che spingono agli acquisti "analogici"

Se andiamo, poi, ad analizzare nel dettaglio i motivi principali per cui si acquista ancora offline, possiamo isolare tre grandi ragioni che muovono i loro comportamenti: in primis il prodotto - poterlo provare (53%), l’ampia scelta (43%), prezzi e promozioni (24%), la qualità (24%), articoli esclusivi non disponibili online (9%) -, in seconda battuta la socialità - fare acquisti con le altre persone (14%), la relazione con il personale del punto vendita (14%) -, infine l’aspetto emozionale.

Infatti, si acquista in certi tipi di negozi fisici non solo per il contenuto ma anche per il tipo di aura -  usando un termine molto in voga nelle nuove generazioni - che trasmettono sotto forma di presenza sui trend social (7%), approvazione da parte del gruppo dei pari (7%) oppure allestimento della location (12%).

Ogni prodotto ha il suo canale d'acquisto

In virtù di questa precisa e articolata selezione dei bisogni primari da soddisfare, vige anche una certa dimensione utilitaristica degli acquisti: il 59%, ad esempio, dice di non essere fidelizzato al punto vendita ma va dove trova quello che gli serve, mentre il 38% più o meno spesso prova nel negozio fisico e compra poi online (mettendo in atto la pratica del cosiddetto showrooming).  

E, più in generale, i giovani selezionano attentamente il canale da utilizzare a seconda del prodotto da comprare: offline si acquistano soprattutto prodotti di abbigliamento (così per il 70%), alimentari (62%) e, in parte, articoli per la cosmesi e la cura della persona (44%); online invece si compra prevalentemente tutto ciò che afferisce agli hobby e al tempo libero (52%), insieme anche a una parte dell’abbigliamento (48%) e a prodotti di tecnologia/elettronica (38%). Confermando, una volta di più, che i giovani acquistano dove li porta la convenienza, nel senso più ampio del termine. 

I giovani sono spesso gli "influencer" di casa

Tutta questa preparazione sul “cosa conviene dove” si traduce, inoltre, in una forte capacità di condizionare - almeno a detta dei diretti interessati - le abitudini di consumo delle famiglie: circa 7 intervistati su 10 affermano di incidere abbastanza (51%) se non addirittura molto (18%) sugli acquisti per il nucleo familiare, sia per quanto riguarda i canali di rifornimento che per i prodotti da scegliere.

Allo stesso modo, quando si tratta delle decisioni di acquisto che li riguardano direttamente, il 42% afferma di avere abbastanza voce in capitolo e il 31% di essere decisamente influente.

Fino quasi a trasformarsi in veri e propri influencer della casa: il 25% consiglia spesso ai genitori negozi o brand che ha sperimentato, al 44% capita più occasionalmente ma comunque accade. 

Si tratta di dati che rafforzano il ruolo dei giovani come veri opinion leader domestici, in grado di orientare e "svecchiare" le abitudini degli adulti di riferimento.

Un lavoro nel retail? Sì, ma come punto di passaggio

Come anticipato, però, se il retail è centrale nelle abitudini quotidiane ed è conosciuto quasi alla perfezione nelle sue dinamiche, lo scenario cambia radicalmente guardando alle prospettive occupazionali intraviste nel settore: esistono infatti numerose figure professionali specializzate e ben retribuite, che però spesso vengono ignorate.

Solo il 9%, infatti, si dice - proiettandosi in avanti - interessato a lavorare in un punto vendita in maniera stabile, mentre il 15% prenderebbe in considerazione l’ipotesi solo se l’impiego fosse compatibile con le proprie esigenze di tempo libero e per il 37% si tratterebbe di un impiego temporaneo.

Conoscendo il settore si tende a cambiare idea

Attenzione, però, a vederci una sorta di snobismo. Perché questo atteggiamento è, almeno in parte, frutto di una conoscenza superficiale del mondo del retail, che sovente si ferma all’addetto vendite o poco più, ignorando le figure manageriali che sono presenti nei punti di vendita e nelle organizzazioni centrali delle grandi catene, che non si occupano solo di “semplice” distribuzione ma anche di logistica, sostenibilità, costruzione di punti vendita, pianificazione urbanistica e finanziaria.

A riprova di quanto appena detto, approfondendo ulteriormente l’argomento, si scopre che il 39% del campione intervistato, una volta spiegati questi aspetti, si mostra molto più interessato a lavorare in questo settore in generale, mentre il 22% punterebbe soprattutto ad uno dei ruoli operativi nelle direzioni delle grandi catene. 

Suggerendo, una volta di più, la necessità di imprimere una svolta decisa al modo in cui i percorsi di orientamento scolastico vengono svolti: troppo spesso ai nostri giovani non viene spiegato per bene il mondo del lavoro e delle sue professioni - da svolgere sia con laurea che con diploma - rendendo più difficile un accesso e una ricerca di posizioni nei settori dove ci sono le opportunità maggiori.