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Lavoro, 40% dei posti vuoti: i consigli per prevenire lo "skill mismatch" fin dalla scelta delle superiori

Un occhio al futuro e al mondo del lavoro è indispensabile. Ma niente conta più dell'attitudine dello studente che dovrà iniziare un nuovo percorso di studi

studenti scuola liceo Dad classe aula
Ansa

Meno di una settimana per sciogliere la riserva su una scelta che può ipotecare un pezzo di futuro: il 30 gennaio alle ore 20.00 suonerà la campanella (digitale) che sancirà la chiusura della finestra per iscriversi alle scuole superiori.

Ormai più o meno tutti avranno fatto la loro scelta, ma ci sono ancora degli indecisi. Per i primi, ora, l’interrogativo è soprattutto uno: avrò preso la decisione giusta, specialmente in prospettiva futura? Per i secondi, invece, l’incognita e un’altra: come selezionare il percorso più adatto senza che l’ansia da ultimo minuto comprometta tutto? A provare a rispondere a entrambe le domande ci ha provato il portale Skuola.net, interpellando uno dei massimi esperti di formazione e lavoro del nostro Paese: Francesco Baroni, country manager per l’Italia di Gi Group, tra le più importanti agenzie per il lavoro a livello internazionale.


Il momento delle iscrizioni alle superiori viene vissuto da molte famiglie e da molti ragazzi come un momento cruciale. Qual è il suo pensiero a riguardo?
“E’ sicuramente una fase delicata sia per il giovane studente che per la sua famiglia. Ma è un momento cruciale anche per il mercato del lavoro che in Italia si contraddistingue per un elevato skill mismatch – circa 4 posizioni su 10 non riescono a chiudersi perché non si trovano abbastanza lavoratori con le competenze richieste”.

 

Se suo figlio oggi fosse di fronte allo stesso bivio, quali considerazioni farebbe per aiutarlo nella scelta più opportuna?
“Come in tutti i processi decisionali, sono diversi i fattori da prendere in considerazione, ma l’aspetto più importante è partire dalla predisposizione dei ragazzi. E’ inutile e dannoso guidare verso una scelta che non tiene conto di questo elemento e quindi spingere verso un percorso piuttosto di un altro solo sulla base di considerazioni basate sulla maggiore probabilità di trovare un lavoro a breve termine o al contrario una maggiore remunerazione a lungo termine. Non è detto che un laureato in economia guadagnerà di più di un bravo meccanico o idraulico, anzi. Per avere un futuro brillante come manager d’azienda occorre una predisposizione così come occorre una predisposizione e un interesse per trovare soddisfazione in una carriera più tecnica”.

 

Sin qui gli aspetti individuali. Mentre dal punto di vista “strutturale”, quali valutazioni bisognerebbe fare?
“E’ necessario cercare di farsi un’idea più precisa sui diversi ambiti e sugli sbocchi occupazionali, che vada oltre gli stereotipi ancora oggi radicati nella nostra cultura. Per fare un esempio molto concreto, le materie STEM vedono una bassa presenza femminile e questo di certo non perché siano percorsi meno adatti alle ragazze, ma perché ancora troppo spesso vi è un freno culturale. La narrazione che spesso viene fatta e che a volte anche come genitori o docenti contribuiamo a sviluppare, non coincide con la realtà”.

 

Facendo una sintesi dei due ambiti, come dovrebbe procedere un famiglia ancora in dubbio sulla scelta da prendere?
“Eviterei di fare classifiche sulle diverse tipologie di indirizzi e scuole, ma mi concentrerei sulla valorizzazione di una predisposizione, del talento di mio figlio o mia figlia, con uno sguardo però anche al mercato del lavoro, trovando un punto di equilibrio, partendo dalla consapevolezza che in futuro, anche come conseguenza del calo demografico, trovare un lavoro non sarà un problema per chi avrà l’attitudine giusta e sarà disponibile ad adattare un percorso di studi secondario alle richieste del mercato attraverso corsi di formazione professionale specialistici. Quindi se un ragazzo dimostra un particolare talento è giusto assecondarlo ma con la consapevolezza che questo talento andrà calato sulla reale situazione del mercato del lavoro affiancando magari il percorso scolastico a una formazione post diploma specialistica”.

 

Da un decennio i licei hanno progressivamente aumentato il proprio share, sorpassando in termini di iscritti tecnici e professionali. Come giudica questo fenomeno?
“Si potrebbe essere tentati di valutare positivamente questo trend, perché implicitamente potrebbe significare un aumento delle persone laureate nel nostro Paese e quindi una maggior diffusione della formazione accademica. Tuttavia, questo dato va inserito nel contesto attuale che ci dice che l’Italia ha battuto il record in Europa per numero di NEET, che in Paesi competitivi come la Francia e la Germania il numero di diplomati ITS è di oltre 500/700mila contro i poco più di 20mila nostrani e che nel nostro Paese, come già dicevo sopra, lo skill mismatch è di circa il 40%. Forse, allora, va riletto il fenomeno che, pur non essendo la causa di questo scenario non idilliaco, non sembra essere neanche l’antidoto. Si deve quindi allargare lo sguardo e ritornare sul concetto di orientamento. È urgente pensare a livello di Paese a un’attività di orientamento strutturata che permetta di prevenire il fenomeno dell’ abbandono scolastico, fin dal momento della scelta sulla scuola superiore”.

 

Chi si ferma al diploma liceale e non prosegue gli studi, oggi ha meno probabilità di lavorare rispetto a chi ha in mano un titolo di istituto tecnico o professionale. È vero?
“In generale, possiamo dire che chi opta per un liceo è già più orientato a frequentare, dopo il diploma, un percorso universitario o di formazione terziaria. Questo, come detto, è uno degli aspetti da valutare in fase di scelta, ovvero la predisposizione e la volontà anche di proseguire gli studi dopo la scuola superiore. Durante il liceo, infatti, i ragazzi e le ragazze vanno sviluppando una “valigetta degli attrezzi”, come sono solito chiamarla io, più ampia e più indirizzata alle soft skills, mentre gli studenti e le studentesse dei tecnici e dei professionali si concentrano maggiormente su competenze hard che li preparano già al mondo del lavoro e a specifiche mansioni”. 

“Questo approccio si lega anche a un altro tema: il dialogo tra scuola e azienda nel nostro Paese. Esistono diversi strumenti che favoriscono questo scambio di approcci e know how, che, pur essendo ancora troppo poco valorizzati, sono più diffusi nei percorsi tecnici e professionali e consentono quindi ai diplomati di queste scuole e indirizzi di avere, rispetto ai colleghi liceali, una maggior professionalità, ovvero una conoscenza più orientata anche alle esigenze delle aziende, che possono quindi vantare fin da subito qualora dopo il diploma scegliessero di entrare nel mondo del lavoro”.

 

Si dice che da qui al 2030 la metà dei mestieri che si faranno oggi devono ancora essere inventati. Ha senso scegliere oggi sulla base dei trend occupazionali, in uno scenario così incerto? 
“Questa è una considerazione corretta: il mercato del lavoro sta cambiando molto rapidamente e questa evoluzione ha un impatto sulle competenze e sulle professioni. Proprio la mutevolezza del contesto - a volte, la sua imprevedibilità – e l’evoluzione costante delle modalità di lavoro ci spingono a porre particolare attenzione alle soft skills. Al fianco delle competenze più verticali e tecniche, queste diventano, quindi, sempre più importanti. Mi riferisco a disponibilità, capacità di mettersi in gioco, propensione continuo, così come alle competenze socio-emotive”.

 

Ma, in generale, ci sono dei "cavalli" su cui puntare? Ovvero settori lavorativi e percorsi formativi che sono più promettenti di altri?
“Parlando di competenze hard, ritengo che le due transizioni, quella ecologica e quella digitale, ci consentano di tracciare il perimetro anche nel medio periodo. Cosa intendo? L’importanza delle competenze digitali non diminuirà nei prossimi anni, potranno cambiare alcuni profili e nascerne di nuovi, ma il campo dell’informatica non potrà che crescere. A tal proposito, e più in generale, un discorso analogo va fatto per le materie STEM. Saranno necessarie professioni per implementare gli investimenti in trasformazione digitale più innovativi legati a cloud, mobile, big data, cyber security, IoT, che risultano in forte crescita. Inoltre, alcuni green jobs – trasversali ai diversi settori – potranno diventare sempre più strategici all’interno delle organizzazioni: nel quinquennio 2022-2026 il mercato del lavoro italiano richiederà il possesso di attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale a 2,4-2,7 milioni di occupati, come riporta il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal”.
 

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