IL RAPPORTO ALMALAUREA

La laurea "vale" ancora più del diploma: 2 neolaureati su 3 non accetterebbero un lavoro a meno di 1.500 euro al mese

I laureati italiani raggiungono tassi di occupazione record (oltre il 90% a cinque anni dal titolo) forti di un curriculum sempre più ricco: il 68% lavora già durante gli studi e il 60% fa tirocini. Consapevoli del proprio valore, i giovani cambiano radicalmente priorità e diventano più selettivi. Ma restano gli scogli del divario di genere e di un "ascensore sociale" bloccato

11 Giu 2026 - 13:12
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Una laurea vale (mediamente) ancora più di un diploma, non solo a livello culturale ma anche in termini di occupabilità e di retribuzione media sul mercato del lavoro. Ed è per questo che la maggior parte dei neo-laureati non accetterebbe (giustamente) uno stipendio d’ingresso inferiore ai 1.500 euro netti.

Saremmo di fronte alla realizzazione dell’equazione che fin da piccoli molti di noi hanno ricevuto: se ti impegni, vedrai i risultati. Peccato che, come spesso accade, dietro al dato medio si nascondono verità scomode, come il divario di genere (e di titolo) e un ascensore sociale bloccato.

Insomma, dietro a un laureato che guadagna abbondantemente sopra i 2.000 al mese a cinque anni dal conseguimento del titolo in un ambito di competenze iper richiesto, ce n’è un altro che nello stesso periodo di tempo ha faticato da morire per trovare un impiego del tutto incoerente con i propri studi e che viaggia su retribuzioni ben inferiori. Però la media corrisponde a 1.900 euro (per un titolo di secondo livello, a cinque anni dal conseguimento). 

È questa la fotografia scattata, ad ampio spettro, dal XXVIII Rapporto AlmaLaurea, appena uscito e analizzato dal portale Skuola.net. Un’indagine che rappresenta al meglio sia il Profilo sia gli Esiti Occupazionali di oltre 330 mila neolaureati (del 2025) e 700 mila laureati occupati (a uno, tre o cinque anni dal titolo).

I dati del 2026, infatti, segnano un vero e proprio spartiacque: i giovani chiedono retribuzioni dignitose, flessibilità e coerenza con gli studi intrapresi, forse anche supportati da un tasso di occupazione ai massimi storici e da un bagaglio di competenze sempre più solido.

La rivoluzione delle priorità: il work-life balance non è più un optional

Il dato più dirompente dell'indagine riguarda le aspettative economiche e le condizioni di lavoro a cui si aprono i neolaureati. Alla vigilia del titolo, ben il 66,9% di loro ha dichiarato di non essere disposto ad accettare una retribuzione netta mensile inferiore a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno. Ovviamente, poi, tra il dire e il fare… c’è il mercato del lavoro.

Si tratta, comunque, di una quota quasi triplicata rispetto a soli pochi anni fa (era il 24,4% nel 2016), che riflette la ferma volontà di veder riconosciuto il proprio investimento in istruzione.

Ma non è solo una questione di soldi. Cresce, infatti, in modo drastico la selettività anche verso mansioni non allineate alle proprie competenze: la disponibilità ad accettare lavori "non coerenti" con il percorso formativo è calata di quasi 11 punti percentuali, scendendo dall'87,2% al 76,4%.

Al contrario, esplode la richiesta di tempo libero (+26,6 punti percentuali nelle priorità dei ragazzi), di flessibilità d'orario (+20,7 punti) e di un ambiente di lavoro sereno.

Come sottolineato dalla Direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo: “Non sono più solo carriera e guadagno a contare: hanno acquisito rilevanza sempre maggiore aspetti connessi alla qualità del posto di lavoro, come il tempo libero, la flessibilità dell’orario di lavoro, la qualità delle relazioni con i colleghi, l’essere partecipi di processi lavorativi che generano utilità sociale”.

L'identikit del laureato: esigente, ma con una solida preparazione

Da dove nasce questa nuova "intransigenza" giovanile? Certamente non da un puro “capriccio”, ma da un percorso accademico che li prepara concretamente a una vita reale costruttiva. Quasi 9 laureati su 10 (l'89,1%) si dichiarano complessivamente soddisfatti dell'esperienza universitaria, tanto che il 72,1% ripeterebbe esattamente lo stesso corso nello stesso ateneo.

Il Profilo tracciato da AlmaLaurea svela, inoltre, il ritratto di una generazione estremamente dinamica: il 60,9% svolge un tirocinio curriculare riconosciuto durante gli studi e ben il 68% lavora mentre porta avanti l’università. Inoltre, il 10,2% consolida il proprio curriculum con un'esperienza di studio all'estero.

Si tratta, nel complesso, di studenti che si laureano in media a 26,3 anni, con un brillante 102,8 su 110 come voto medio e con una regolarità negli studi che supera il 60%. Ed è su questa solida consapevolezza che si fonda il nuovo approccio al lavoro: i giovani sanno di avere le carte in regola e, di conseguenza, alzano l'asticella delle pretese.

L'occupazione vola e lo smart working ferma la fuga all'estero

Il mercato, dal canto suo, assorbe i talenti a ritmi da record. A un anno dal titolo, il tasso di occupazione raggiunge l’81,2% per i laureati triennali e l’80,8% per i magistrali. A cinque anni dalla laurea, i numeri sono ancora più incoraggianti: lavora il 91,7% dei “triennalisti” e ben il 94,4% dei magistrali, con una disoccupazione fisiologica crollata al 2,6%. Segno che il titolo universitario ancora rappresenta un buon investimento in termini di crescita personale.

Per soddisfare la richiesta giovanile di conciliazione vita-lavoro, però, le aziende stanno anche provando a cambiare. Rendendo, ad esempio, strutturale lo smart working: a cinque anni dal titolo magistrale il lavoro “agile” coinvolge ben il 37,6% dei laureati.

Questa flessibilità, peraltro, pare stia generando un effetto collaterale inaspettato: frenare la tradizionale "fuga dei cervelli". La disponibilità a trasferirsi all'estero per lavoro è infatti scesa al 45,2% (era oltre il 50% nel 2015), proprio perché le nuove tecnologie permettono sempre più spesso di lavorare in contesti internazionali, pur restando in Italia.

Le ombre: l'ascensore sociale bloccato e il tabù delle STEM per le donne

Ma non è tutto rose e fiori. Infatti, se il quadro generale è positivo, il sistema Italia è ancora zavorrato da divari inaccettabili. L'università fatica a funzionare come ascensore sociale: attrae sempre più studenti da contesti favoriti, tanto che quasi il 35% dei laureati (il 46,3% nelle magistrali a ciclo unico) ha almeno un genitore con un titolo universitario.

Ancora più allarmante è il divario di genere. Le donne sono la maggioranza assoluta dei laureati (59,6%), ma restano di fatto escluse dalle discipline tecniche e scientifiche (STEM), dove sono ferme attorno al 40% da un decennio.

Uno squilibrio che si paga a caro prezzo nel mondo del lavoro: a parità di condizioni, gli uomini hanno il 13,7% di probabilità in più di essere occupati e guadagnano in media 67 euro netti al mese in più delle loro colleghe.