ANCORA IN FASE PRE CLINICA

Sigarette elettroniche, danni ai polmoni dopo poco tempo? Lo studio sui rischi per la salute

Una ricerca pubblicata su JCI Insight avrebbe rilevato alterazioni cellulari e segnali di stress ancora presenti giorni dopo la fine dell'esposizione

13 Ott 2026 - 17:12
 © Istockphoto

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"Il vapore delle sigarette elettroniche potrebbe compromettere in poco tempo la barriera protettiva delle regioni più profonde dei polmoni". È il quadro che emergerebbe da una nuova ricerca sulle e-cig, pubblicata su JCI Insight, secondo cui anche un'esposizione breve potrebbe innescare alterazioni biologiche che non si esaurirebbero necessariamente quando si smette di inalare. La ricerca avrebbe rilevato alterazioni cellulari e segnali di stress ancora presenti giorni dopo la fine dell'esposizione. 

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Lo studio, guidato da Irina Petrache del National Jewish Health, accende i riflettori sugli effetti del vaping nelle aree più delicate dell'apparato respiratorio. Un risultato importante, ma da interpretare con cautela: gli esperimenti sono stati condotti su cellule e tessuti polmonari umani in laboratorio, non su persone che utilizzano abitualmente le sigarette elettroniche.

Cosa succede ai polmoni dopo 24 ore?

 Per capire gli effetti dell'esposizione, il gruppo di ricerca ha concentrato l'attenzione sul cosiddetto polmone distale, la parte più profonda dell'apparato respiratorio, dove avviene il passaggio dell'ossigeno nel sangue. In questa regione, cellule epiteliali ed endoteliali collaborano per mantenere integra una barriera fondamentale per il corretto funzionamento dei tessuti. Gli esperimenti avrebbero mostrato che, già entro le prime 24 ore di esposizione al vapore delle e-cig, questa protezione potrebbe subire alterazioni.

I ricercatori avrebbero rilevato segni di stress cellulare, difficoltà nei meccanismi che permettono alle cellule di eliminare le componenti danneggiate e un rallentamento dei processi di crescita e riparazione. Sarebbe stato osservato anche un aumento della morte cellulare. Non si tratta, dunque, soltanto di una possibile irritazione momentanea delle vie respiratorie. I risultati indicherebbero che l'esposizione potrebbe interferire con processi biologici essenziali per preservare l'integrità del tessuto polmonare.

I danni non scompaiono subito

 Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarderebbe la persistenza degli effetti. Interrompere l'esposizione, almeno nei modelli analizzati, non sarebbe stato sufficiente a far scomparire rapidamente tutte le alterazioni. Dopo cinque giorni di contatto con il vapore delle sigarette elettroniche, alcuni segnali di stress polmonare sarebbero risultati ancora presenti dieci giorni più tardi. I ricercatori avrebbero riscontrato anche modificazioni persistenti della funzione di barriera e dei processi di rimodellamento dei tessuti.

Secondo i ricercatori il dato suggerirebbe che le conseguenze biologiche del vaping potrebbero protrarsi oltre il periodo in cui avviene l'esposizione. Resta però da chiarire quanto a lungo questi effetti possano durare nelle persone, se siano reversibili e in che misura dipendano dalla frequenza di utilizzo, dalla composizione dei liquidi e dalle modalità di inalazione. È, quindi, prematuro tradurre i tempi osservati in laboratorio in una previsione diretta di ciò che accade nei polmoni di chi utilizza una sigaretta elettronica nella vita quotidiana.

Vaping e infezioni respiratorie

 L'aspetto forse più delicato riguarda la risposta immunitaria. Oltre a osservare i danni cellulari, gli scienziati hanno analizzato come i tessuti precedentemente esposti al vapore avrebbero reagito  a una successiva infezione virale. L'attenzione si è concentrata anche sull'immunità Th1, una componente della risposta difensiva coinvolta nel contrasto alle infezioni da virus. Nei modelli sperimentali, alcune alterazioni di questa risposta sarebbero  rimaste evidenti anche dopo la fine dell'esposizione.

Quando i tessuti sono stati successivamente esposti al Sars-CoV-2, il virus responsabile del Covid-19, i ricercatori avrebbero rilevato una maggiore carica virale rispetto ai modelli di confronto. Sarebbe stata inoltre osservata una riduzione dell'attività di diversi geni coinvolti nella difesa antivirale. In altre parole, l'esposizione precedente al vapore sembrerebbe aver modificato le condizioni biologiche del tessuto, rendendo meno efficace parte della risposta contro il virus. Questo risultato non dimostra che chi svapa contragga più facilmente il Covid o sviluppi necessariamente una forma più grave della malattia. Indicherebbe, piuttosto, un possibile meccanismo biologico da approfondire con studi clinici e osservazioni dirette sulle persone.

Irina Petrache, pneumologa e responsabile della Division of Pulmonary, Critical Care and Sleep Medicine del National Jewish Health, sottolinea proprio la rapidità con cui sarebbero comparse alcune delle alterazioni osservate. Secondo la ricercatrice, anche un'esposizione di breve durata potrebbe innescare danni nelle regioni più profonde e delicate del polmone. Il valore dello studio sta soprattutto nell'aver individuato processi cellulari che meritano ulteriori verifiche, anche per comprendere se l'esposizione ripetuta possa ostacolare nel tempo i normali meccanismi di riparazione.

Rischio di danni cronici ancora da chiarire?

 Se le alterazioni cellulari si ripetessero con esposizioni frequenti, potrebbero teoricamente contribuire a mantenere uno stato di stress nei tessuti e a interferire con la loro capacità di recupero. È una delle ipotesi che emergono dal lavoro, ma non una conseguenza clinica già dimostrata.

Per capire se e quanto l'utilizzo abituale delle sigarette elettroniche possa favorire patologie respiratorie croniche saranno necessari nuovi studi capaci di valutare direttamente le persone, considerando durata e intensità dell'esposizione, caratteristiche dei dispositivi e composizione dei liquidi utilizzati. Anche la persistenza degli effetti dovrà essere approfondita: gli esperimenti mostrano che alcune modificazioni possono rimanere rilevabili dopo l'interruzione dell'esposizione, ma non stabiliscono se lo stesso accada con identiche modalità e tempistiche nell'organismo umano.

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