Cancro, una sostanza psichedelica in aiuto ai pazienti oncologici contro i danni della chemioterapia
Uno studio dell'Università di Cambridge pubblicato su Science svela come il composto estratto da alcuni funghi allucinogeni previene la neuropatia periferica senza intaccare l'efficacia della cura
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Mani che non sentono più il calore di una tazza di caffè, dita che formicolano senza sosta o piedi attraversati da scariche di dolore: sono effetti collaterali della chemioterapia che possono accompagnare i pazienti oncologici oltre la fine delle cure. La neuropatia periferica è una conseguenza del danno che i farmaci chemioterapici infliggono ai nervi: contro questo nemico silenzioso potrebbe arrivare in aiuto la psilocibina, il principio attivo psichedelico estratto da alcune specie di funghi allucinogeni.
Una molecola già nota per un impiego tutto nuovo
La psilocibina non è una novità per la ricerca scientifica: da anni è studiata come possibile trattamento per le forme di depressione resistenti alle terapie tradizionali, e più recentemente anche in relazione ad alcune patologie metaboliche. Lo studio pubblicato su Science, coordinato dai ricercatori dell'Md Anderson Cancer Center di Houston, apre un fronte completamente diverso: quello della protezione dei nervi durante i trattamenti chemioterapici.
Negli esperimenti condotti su modelli animali, i ricercatori hanno somministrato due dosi di psilocibina prima dell'inizio della chemioterapia, osservando risultati sorprendenti: l'ipersensibilità al freddo non si è manifestata, le terminazioni nervose sono rimaste protette e la sensibilità al tatto si è conservata. Un dato cruciale, sottolineano gli autori, è che questo effetto protettivo non ha in alcun modo ridotto l'efficacia della cura antitumorale.
Come agisce psilocibina sui nervi?
Il team ha ricostruito nel dettaglio i meccanismi biologici alla base dell'effetto protettivo, individuando un'azione mirata sui mitocondri, le strutture cellulari che forniscono energia alle cellule. "La psilocibina fa molto di più che ridurre i segnali del dolore: protegge i nervi stessi attraverso l'apporto di energia" ha spiegato Patrick Dougherty, tra gli autori dello studio. "Questo effetto neuroprotettivo potrebbe aiutare i pazienti a tollerare lo stress della chemioterapia, preservando sensibilità, mobilità e qualità della vita, durante il trattamento e a lungo termine nel percorso di guarigione".
Verso la sperimentazione clinica
I risultati ottenuti sui modelli animali rappresentano solo il primo passo. I ricercatori hanno annunciato l'intenzione di avviare uno studio clinico vero e proprio, con l'obiettivo di verificare se i meccanismi protettivi osservati in laboratorio si traducano in benefici concreti per i pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia.
