Come gli Stati del Golfo cercano di aggirare lo Stretto di Hormuz
Al vaglio delle "petromonarchie" rotte alternative al passaggio nel collo di bottiglia, sul modello "East-West" dell'Arabia Saudita
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Il più grande incubo di ayatollah e pasdaran potrebbe avverarsi nel giro di poco tempo: i Paesi del Golfo che stipulano accordi e rafforzano i propri rapporti commerciali con il "Piccolo Satana", come viene soprannominato Israele a Teheran e dintorni. A causa del blocco dello Stretto di Hormuz (non totale, possono transitare solamente le imbarcazioni "amiche" della Repubblica islamica), gli Stati del Golfo, Arabia Saudita in primis, stanno rivedendo le rotte di oleodotti e gasdotti per aggirare il collo di bottiglia e continuare a esportare gas e petrolio. Secondo il quotidiano britannico Financial Times, diversi Paesi arabi dell'area stanno prendendo in seria considerazione la costruzione di pipeline che colleghino il Golfo Persico al Mar Rosso, o peggio, per gli ayatollah, al Mar Mediteraneo, perché in questo caso gli oleodotti e i gasdotti arriverebbero fino a Israele e, più precisamente, al porto di Haifa. Una svolta paragonabile agli Accordi di Abramo del 2000, quando Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (si aggiungeranno poi Marocco e Sudan) riconobbero lo Stato ebraico che assieme agli Stati Uniti e con il beneplacito dell'Arabia Saudita furono i "registi" dell'intesa.
Replicare il modello "East-West" saudita
Da quando l'Iran ha deciso di mettere sotto scacco l'intera economia mondiale bloccando lo stretto di Hormuz, è emerso il valore strategico dell'oleodotto "Est-Ovest", costruito dall'Arabia Saudita negli anni Ottanta per timore di una recrudescenza del conflitto tra Repubblica islamica e Iraq. Circa 1.200 chilometri di metallo, acciaio e cavi che trasportano sette milioni di barili di petrolio al giorno fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso: una via di rifornimento vitale in questi tempi di crisi. In tal senso, sarebbe fondamentale la ripresa del progetto del corridoio Imec (sostenuto dagli Usa) che collegherebbe l'India al Mediterraneo, con il porto israeliano di Haifa come punto d'arrivo.
Nuove strade e ferrovie
Secondo il Financial Times, la soluzione più praticabile al momento non sarebbe la creazione di una specifica pipeline: nel breve (se non brevissimo periodo) meglio l'ampliamento delle infrastrutture energetiche già esistenti nell'area, insieme alla realizzazione di strade e ferrovie per porre fine al ricatto iraniano. Una rete che "ingabbierebbe" ayatollah e pasdaran, coinvolgendo paesi come Siria, Giordania, Iraq. Il condizionale dunque è d'obbligo, visti i costi esorbitanti che le petromonarchie del Golfo dovrebbero sostenere (trai 15 e i 20 miliardi di dollari), le non facili trattative con gli altri attori statali coinvolti, le diverse conformazioni geografiche degli Stati e la minaccia (su tutti) dell'Isis sempre in agguato.
