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Una campagna di disinformazione, una missione chirurgica. Ma anche l'aiuto dei locali e la fortuna del pilota: così il pilota è stato salvato
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È stato portato in salvo. Con un blitz notturno, descritto come "uno dei più difficili e complessi nella storia delle operazioni speciali americane", il pilota statunitense precipitato in territorio iraniano è stato recuperato. Una missione durata una manciata di ore, che ha coinvolto centinaia tra uomini e velivoli, e che ha costretto l’esercito americano a far saltare in aria almeno tre tra aerei ed elicotteri per evitare che potessero finire in mano iraniana.
L’operazione è scattata pochi minuti dopo l’incidente di venerdì, in cui due membri dell’equipaggio di un F15E Strike Eagle erano stati costretti a eiettarsi nelle province di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, una zona non lontana dalla centrale nucleare di Isfahan e nota per la sua catena montuosa che arriva a superare i 5mila metri di altitudine. Uno dei due piloti era stato immediatamente salvato mentre l’altro, addetto ai sistemi d’arma, non è stato ritrovato. "È partita una lotta contro il tempo", hanno detto alcuni ufficiali americani al New York Times. "Nelle ultime 48 ore, ritrovarlo era la priorità numero uno per le nostre forze".
Il primo passo cruciale nella missione di salvataggio lo ha compiuto lo stesso pilota. Attenendosi alle linee guida fornite a ogni aviatore americano, ha trovato rifugio in una fessura a 2.100 metri sul massiccio del monte Dena. La geografia del luogo, che forniva facili nascondigli, ma anche la fortuna di essere precipitato in una regione fortemente avversa al regime degli ayatollah ha permesso all’uomo di sopravvivere le ore necessarie con l’aiuto dei locali.
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La testa di ponte americana, prima e dopo il blitz. A destra, sono visibili gli aerei da trasporto truppe. A sinistra, il fumo dopo che due velivoli sono stati fatti saltare in aria
Una volta che la sua posizione è stata rintracciata dagli agenti della Cia, anche grazie a un localizzatore e a un dispositivo di comunicazione sicuro per coordinarsi con i commilitoni, gli 007 americani hanno avviato una campagna di disinformazione e inganno. L’obiettivo era convincere l’esercito iraniano, dall’interno dello stesso Iran, che il pilota fosse già stato salvato e si stesse allontanando via terra su un convoglio. Una strategia che, accompagnata da raid aerei contro tutte le forze dei pasdaran che tentavano di avvicinarsi al luogo dove l’F15E era stato abbattuto, ha creato un muro tra il soldato e i nemici.
Il tutto per preparare la missione effettiva, un vero e proprio blitz di terra in cui il Pentagono è riuscito addirittura ad allestire - completamente indisturbato - una testa di ponte nei monti iraniani, poi usata come punto di appoggio per gli aerei e gli elicotteri delle forze speciali. Secondo il New York Times, l’operazione ha coinvolto centinaia di soldati delle forze speciali, tra cui membri della sesta squadra dei Navy Seal, ma anche decine di aerei da combattimento e da attacco, elicotteri, nonché risorse informatiche, spaziali e di intelligence.
Proprio quando tutto era filato liscio e il militare era stato recuperato dai Navy Seal, ecco l’inconveniente. Due aerei da trasporto americani, probabilmente due C-130 Hercules, e almeno un elicottero MH-6 Little Bird non sono riusciti a decollare dalla testa di ponte per la sabbia presente sulla pista, rimanendo intrappolati lì. Il Pentagono ha allora ordinato immediatamente l’invio di altri tre aerei, che hanno caricato a bordo gli uomini presenti nei monti iraniani. Non prima, però, di aver fatto saltare in aria agli aerei a terra per evitare che cadessero nelle mani iraniani. Il pilota, secondo Trump "ferito ma non in gravi condizioni", è stato condotto in una base in Kuwait per ricevere cure. Missione compiuta, senza neanche una vittima americana.