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L'internazionalizzazione delle imprese come impulso alla crescita

Nel 2013 il numero di aziende italiane che hanno esportato dei beni all'estero sono state circa 212 mila

- Molte imprese italiane hanno fatto una scelta precisa: passare da una dimensione prettamente locale ad una internazionale, offrendo i propri prodotti (o servizi) a mercati diversi da quello del nostro Paese. Un percorso che, per quanto difficile, offre comunque i suoi vantaggi.

L'internazionalizzazione delle imprese come impulso alla crescita

A gennaio, secondo quanto rilevato dall'Istat, le esportazioni extra-Ue sono risultate in calo sia su base mensile (-2,4%) che annuale (-3,5%). La flessione riguarda principalmente l'energia e in misura minore i beni strumentali. Dati (negativi) che si vanno ad aggiungere a quelli riferiti qualche tempo fa da Unioncamere, secondo cui dal 2009 al 2013 complessivamente le esportazioni – extra Ue e non – sono cresciute meno della media dei nostri principali partner europei (il 7,5% contro l'8,4%).

Eppure, in tempi difficili come quelli attuali caratterizzati da una domanda interna ancora molto debole, trovare nuovi mercati dove operare può essere una soluzione: non a caso, in occasione della sua ultima indagine, l'istituto di ricerca Tecnè non esitava ad indicare nell'internazionalizzazione delle imprese uno dei cinque fattori di impulso alla crescita economica del nostro Paese.

Ma operare oltre confine non è un'operazione semplice, anzi: una volta scelto un mercato, è necessario raccogliere il maggior numero di informazioni possibili ed eventualmente adattare prodotti e servizi alle esigenze-richieste dei futuri clienti. Le imprese vanno accompagnate così nel passaggio da una dimensione locale ad una internazionale. Un percorso spesso difficile e che in pochi hanno deciso di affrontare: nel 2013, secondo l'Istat, le aziende italiane che hanno effettuato vendite di beni all'estero sono state 211.756.

Di queste, molte sono le aziende (specie quelle di piccole-medie dimensioni) che hanno deciso di operare su un numero ristretto di mercati: secondo i più recenti dati dell'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane (Ice), il numero medio dei Paesi serviti da ciascun operatore (5.7) è viziato dalle scelte delle aziende più internazionalizzate – ovvero quelle stabilmente esportatrici e presenti in un numero elevato di mercati – che hanno deciso di diversificare ulteriormente le destinazioni delle proprie merci o servizi.

La maggior parte preferisce operare soltanto su un mercato, prediligendo quelli europei: sempre secondo l'Ice, nel 2013 il 71,1% degli esportatori italiani operava in almeno un mercato dell'Unione europea. Sono relativamente pochi quelli presenti in Asia centrale (7,5%) e Oceania (8,3%).

In alcuni comparti il grado di internazionalizzazione – misurato in termini di fatturato – è particolarmente elevato, osserva l'Istat. Nel settore di estrazione di minerali da cave e miniere ed alcune attività manifatturiere (tra i quali emergono la fabbricazione di autoveicoli e di apparecchiature elettriche) che rispettivamente realizzano all’estero un fatturato pari al 42,7 e al 21,7% di quello nazionale.

Operare su mercati diversi da quello italiano offre diversi vantaggi: secondo l'Ice, le imprese esportatrici – sia di grandi che piccole dimensioni – sono caratterizzate da indicatori strutturali, come la produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto) e l'intensità di lavoro qualificato (costo del lavoro per addetto), migliori di quelle che operano soltanto sui mercati interni.

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