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Cʼera una volta il Made in Italy

Anche nel 2015, marchi prestigiosi finiti in mani straniere. E il nuovo anno comincia con più di metà Piazza Affari già allʼestero.

C'era una volta il Made in Italy

Il 2016 dell'economia e della finanza italiana è cominciato con il vernissage in rosso di Piazza Affari, la Ferrari sul listino, la "grande opportunità" e il "simbolo di un'Italia che corre" per Matteo Renzi, in primissima fila alla cerimonia di entrata per la quotazione della Scuderia. Viene da aggiungere, guardandosi appena dietro le spalle, che il Cavallino lo rimanga, un simbolo del Tricolore. Che non solo la produzione, ma anche la proprietà, i maggiori azionisti parlino sempre la nostra lingua, visto che anche l'anno appena concluso ha segnato il passaggio in mani straniere di gruppi - e conseguenti marchi - che hanno scritto un bel pezzo di storia del Made in Italy.

Cʼera una volta il Made in Italy

Il 2016 dell'economia e della finanza italiana è cominciato con il vernissage in rosso di Piazza Affari, la Ferrari sul listino, la "grande opportunità" e il "simbolo di un'Italia che corre" per Matteo Renzi, in primissima fila alla cerimonia di entrata per la quotazione della Scuderia. Viene da aggiungere, guardandosi appena dietro le spalle, che il Cavallino lo rimanga, un simbolo del Tricolore. Che non solo la produzione, ma anche la proprietà, i maggiori azionisti parlino sempre la nostra lingua, visto che anche l'anno appena concluso ha segnato il passaggio in mani straniere di gruppi - e conseguenti marchi - che hanno scritto un bel pezzo di storia del Made in Italy.

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Proprio a Piazza Affari, a cavallo tra il 2014 e il 2015, è avvenuto il sorpasso: secondo i dati di Unimpresa diffusi pochi giorni fa, la percentuale di capitale delle aziende quotate controllata da gruppi stranieri è salito dal 44,3% al 51%, una leggera e comunque assai significativa maggioranza rispetto alle proprietà italiane. Gli esteri controllano un capitale di circa 278,7 miliardi, e la predominanza poi assume dimensioni ancora maggiore se si considerano tutte le società per azioni, non solo quelle presenti nel panel di Palazzo Mezzanotte.

Complessivamente, sono il 25,8% del totale le imprese "conquistate" dai non-indigeni, per un totale di investimenti di 527,1 miliardi. Ma qui, più che le cifre, l'immaginario è colpito dai nomi, dai marchi, dai loghi conosciuti da tutti che, anno dopo anno, sono emigrati: l'ultimo, in ordine di tempo, è stato quello di Pininfarina. Ma basta scorrere la gallery in cui abbiamo ricostruito i principali passaggi di mano degli ultimi 17 anni per trovare il meglio del settore alimentare, della moda, della tecnologia, delle comunicazioni, dell'industria: Star, Wind, Fastweb, Gucci, Algida, Bulgari, e ancora Prada, Buitoni, Perugina, Lamborghini, Pozzi Ginori, per finire a autentici colossi come Pirelli e Finmeccanica. E ora il 2016, che, se si seguono i molti rumours circolanti nell'ambiente finanziario, registrerà altre partenze importanti, forse insospettabili, sicuramente dolorose. L'Italia piace. E vende. Anzi, si vende. Un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda di teorie finanziarie e politiche: ma il drink, per l'uomo della strada, risulta comunque pesante, e dal retrogusto amaro.

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