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Viaggio dentro Verona dove "la camicia nera è gradita e tollerata": un libro inchiesta racconta l'estrema destra

Paolo Berizzi firma un'inchiesta vecchio stile: dal neonazismo di Ludwig a Freda, dai “butei del centro” agli ultrà dell’Hellas passando per chi cerca di arginare l’estrema destra nella città scaligera

Una Verona a tinta unita. Una Verona città di provincia che anela a diventare capitale della destra più estrema d’Italia, con vista sul sovranismo europeo. Una Verona dove il diverso fatica troppo a integrarsi. E’ questo il ritratto del capoluogo veneto di Paolo Berizzi che, per Rizzoli, ha pubblicato "E' gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell'estrema destra tra l'Italia e l'Europa".

Inviato del quotidiano “Repubblica”, da anni sotto scorta per le minacce ricevute, l’autore mette nero su bianco un’inchiesta giornalistica vecchio stile. Berizzi si documenta e poi gira di casa in casa per farsi raccontare Verona da chi ne ha riempito le pagina di cronaca nerissima.

Ne esce un viaggio tra storia e attualità, tra un passato che si pensava remoto e un futuro che è in mano a una minoranza. Perché gli estremisti numericamente sono in minoranza ma, secondo l’autore, imperversano grazie a “fasce di popolazione che, sebbene non aderiscano in modo formale a certe campagne e a certi slogan, nemmeno li rifiutano. Queste fasce diventano catalizzatori delle pulsioni della destra”. La tolleranza verso gruppi e/o movimenti estremisti consente alla minoranza di diventare protagonista. Secondo il giornalista la pancia di Verona insomma ha la meglio sul pensiero di Verona.
 

Nel suo viaggio Berizzi prima studia, rivanga e poi indaga. Lo fa citofonando a casa di Wolfgang Abel che, una volta uscito di prigione, vive con l’anziana madre nell’anonimato di Montericco di Arbizzano, nel comune di Negrar. Per la cronaca nerissima Abel è conosciuto come Pierrot, una delle due menti dei neonazisti di Ludwig (l’altra è Marco Furlan). Ha scontato 23 anni di prigione per aver ucciso dieci persone anche se altri 28 delitti accostati a lui e Furlan sono ancora oggi irrisolti. Secondo i magistrati Ludwig uccideva per “ripulire il mondo” da omosessuali, tossici e prostitute. Il concetto di “pulizia” spesso faceva rima con l’incendio doloso. Pierrot oggi fa il consulente informatico, dice di “non c’entrare con Ludwig, mi hanno messo in mezzo perché sono tedesco e Ludwig nacque in Germania”. Di fatto Abel non ha mai chiesto la revisione del processo.

Dai terroristi a chi i terroristi li ha perseguiti. Il libro di Berizzi passa anche da un colloquio senza fronzoli con Guido Papalia, il magistrato che, a Verona, liberò il generale Dozier rapito dalle Brigate Rosse, arrestò 450 trafficanti di droga, indagò gli assalitori del campanile di San Marco a Venezia e fermò il Fronte Nazionale di Franco Freda. Pensionato per limiti d’età, Papalia parla di un concetto di razza da difendere che in città “sopravvive perché le istituzioni che dovrebbero condannare certi episodi non lo fanno. Li tollerano o strizzano l’occhio”.

 

E poi via a raccontare il legame tra chi è nato in una curva dell’Hellas (che con Dio, patria e famiglia sono i fondamenti di un certo pensiero) ed è approdato nell’arena politica scaligera tra Lega e destra. Via a raccontare di chi dice non gradisce e non tollera la camicia nera a Verona. E’ il caso di Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo che passa le giornate a ripulire pareti e muri di Verona e circondario da svastiche, rune e insulti monocolori. Non li cancella, sarebbe troppo facile. Questo talento pop li trasforma in cibo, perché lui solo quello disegna, Così una svastica su una parete diventa una salsiccia, una croce celtica una frittata e via di questo passo. Anche per questo riceve minacce circostanziate che, a sua volta, circostanzia in più di una caserma dei carabinieri. Anche per questo (forse) a Cibo, artista di professione e richiesto all’estero, nessun ente pubblico veronese ha mai commissionato un singolo disegno.        

 

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