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"Colonia Basilicata", un libro-inchiesta riaccende i riflettori su reati ambientali e tutela della salute

Luci e ombre sulla stagione petrolifera lucana nel volume dellʼambientalista Giorgio Santoriello dellʼAssociazione Cova Contro. "Dopo i primi cinque anni di attività, ecco dati e foto anche inedite per aprire gli occhi, soprattutto dei giovani", dice a Tgcom24

cultura, libro, colonia basilicata, inquinamento, tumori, petrolio

"Mi appello alla comunità per alimentare una reazione popolare: la Basilicata è il paradiso dei petrolieri. Ma la gente ne è all'oscuro. I lucani non sono più padroni della loro vita e neanche dei loro sogni". E' con questi propositi che Giorgio Santoriello ha dato alle stampe "Colonia Basilicata. Cronache di un ambientalista pericoloso", frutto dei primi cinque anni di attività dell'associazione ecologista Cova Contro. "Il nostro welfare - spiega a Tgcom24 - è in mano ai petrolieri che si sono sostituiti allo Stato: gli studenti così vengono portati in gita agli impianti e beneficiano di borse di studio. Ma le nuove generazioni devono prendere consapevolezza delle contaminazioni di falde acquifere, invasi, dighe e dei danni dell'estrazione di petrolio e gas, delle onde elettromagnetiche".

Da cosa nasce questo libro-inchiesta?
"Nasce da un clima di pesante sfiducia nelle istituzioni che non comunicano di problemi ambientali né con le associazioni, né con i cittadini. La realtà è che la Basilicata è una colonia delle multinazionali petrolifere che si sono sostituite allo Stato, anche nel rifacimento delle strade, nel welfare. Dopo i primi cinque anni di lavoro come associazione, ora pubblichiamo dati e foto anche inedite e le nostre controanalisi sul disastro ambientale in corso. E' una reazione alla petrolizazzione massiva iniziata nel 2008-2009, ma che parte dai pochi pozzi attivi dei tempi di Mattei",

 

Le condizioni ambientali della Basilicata sono state denunciate già a fine settembre nella lettera aperta delle associazioni ambientaliste compresa la sua, indirizzata al neoassessore regionale alla Sanità. Quale il risultato ottenuto?
"Nessuna risposta ricevuta. Silenzio totale dalle istituzioni, che tratta e firma contratti. Sembra tutto in continuità con il passato. Abbiamo riferito in quell'occasione a un assessore che è anche un pediatra di 3,250 nuovi casi di tumore in Basilicata, ma è un numero su base Istat, perché c'è un problema strutturale di raccolta dati. In Basilicata il Registro dei Tumori, che viaggia con tre anni di ritardo, non incontra la popolazione, non discute i dati. C'è un problema di trasparenza. Non abbiamo capito come funziona, come è stato accredito nel 2016. Senza considerare il problema della georeferenziazione".

 

Cos'è?
"Posso risiedere a Potenza e lavorare a Viggiano, ma se il tumore viene diagnosticato in Basilicata, va in quota Potenza. Il Registro è basato su una metodica vecchia. Non c'è comunicazione con le strutture sanitarie extraregionali dove i lucani vanno a curarsi. Qui manca una biobanca. Qui manca uno studio eziologico, un'enciclopedia oncologica dei lucani".

 

Tra gli aspetti in ballo, economico, politico, sociale, ambientale, c'è anche quello sanitario, dunque.
"Certo. Il rapporto del 2011 dell'Istituto Superiore di Sanità, così come le indagini statistiche del Mario Negri sulla mortalità in Val d'Agri, è stato tenuto chiuso per cinque anni in un cassetto. I dati erano in una chiavetta usb in formato Word, quindi anche modificabile, scoperta da me, mentre la Regione continuava a ignorarli. La prima vera indagine epidemiologica in Val d'Agri è del 2017 firmata dal Cnr di Pisa; uno studio da un milione e duecentomila euro, all'avanguardia, che referta un aumento della mortalità nella popolazione lucana, soprattutto tra le donne, e una crescita delle patologie. Eppure l'aspetto sanitario non rientra mai negli accordi tra Regione e multinazionali petrolifere". 


Sembra mancare tutto, insomma?
"Non manca il conflitto di interessi tra politica e multinazionali. Se i controlli avessero funzionato davvero, non saremmo arrivati alla corruzione, al voto di scambio nel nome del petrolio".

 

Un problema che ha radici nel passato?
"Risale agli Anni '60, con la prima industrializzazione e la nascita dei poli chimici. Oggi paghiamo l'eredità del passato e si continua a impattare sull'ambiente senza garanzie. E oggi è anche difficile individuare i responsabili di allora: aziende che non esistono più, che si sono trasferite all'estero".

 

Ma riguarda solo l'Alta Basilicata?
"Riguarda tutta la Basilicata. Nella zona di Melfi ci sono la Fiat e l'inceneritore, sul quale c'è un'inchiesta giudiziaria in corso, in cui è però stato stralciato il disastro ambientale. Così, nonostante la diossina sia stata trovata in uova e latte materno, anche lì si continua a lavorare nello stesso modo".

 

Nel volume punta il dito anche contro le eco-mafie.
"Perché il petrolio fa gola alla criminalità organizzata, ma nonostante le decine di inchieste, per la maggior parte archiviate, si parla poco delle infiltrazioni della mafia nell'affare che riguarda anche lo smaltimento dei rifiuti estrattive e la bonifica".

 

Favorevoli al daspo ambientale pensato dal ministro all'Ambiente Costa?
"Ci troviamo da sempre in questa situazione: vengono promessi più posti di lavoro, più gas gratuito alle comunità... Tutta un'aberrazione del principio del 'chi inquina paga', non c'è libertà politica di far pagare chi ci inquina. Questo perché la politica incontra più le lobby che la salute dei cittadini e il disastro ambientale non è monetizzabile. L'unica soluzione? Far pagare chi inquina e farlo chiudere".


Ma non andrebbero ad aggiungersi danni collaterali?
"La nostra vita è diretta da aziende che non hanno neanche sede in Basilicata. Le nostre risorse vengono sfruttate con accordi capestri e privatistici: i profitti vanno ai privati, i danni restano al pubblico. Quanto ai posti di lavoro, la filiera è automatizzata e qui ci sono solo professionisti formati che arrivano da fuori. La microeconomia prodotta riguarda affitti, piccolo commercio, ma per esempio i prezzi di terreni agricoli di gran pregio vicino ai giacimenti sono crollati e c'è una gara al ribasso. Di lucani nel petrolio saranno impiegati in 400/500, anche l'indotto è esterno, si raffina a Taranto, per esempio, e pochi importanti posti di lavoro sono nelle mani di élite locali. Per questo parlo di colonizzazione. Con il Daspo ambientale posti di lavoro si genererebbero comunque: per bonifica, riconversioni, risanamento ambientale a scopo agricolo... Migliaia di vite non possono sottostare al braccio di ferro per un pugno di posti di lavoro",

 

Petrolizzazione e sue conseguenze: ma la Basilicata è un unicum in Italia?
"La petrolizzazione è avvenuta in aree riconosciute a livello europeo come fragili. In nessuna parte d'Europa è avvenuto quanto c'è stato qui. La Basilicata è indicata come una cavia anche nei cablaggi di Wikileaks. Qui sono state sperimentale le perforazioni orizzontali che sfuggono a ogni legge. Il legislatore non è neanche al passo con le tecnologie. E' solo una questione di royalties: Viggiano, per esempio, fa regione a parte".

 

C'è un modello possibile?
"L'esempio virtuoso può essere la Norvegia: lì il grosso della spesa va in investimenti per i cittadini, non in spesa corrente come avviene qui".

 

Da ultimo, quali sono le vostre richieste?
"Censire tutti gli impianti della filiera industriale petrolifera, ma anche le discariche; conoscere i reali costi di bonifica dove è possibile bonificare; mirare a uno sviluppo industriale con certezza di controlli veri; aumentare la forza in campo della magistratura, che qui è di periferia e che non può attualmente fronteggiare né le multinazionali né la criminalità organizzata; migliorare le leggi per reati ambientali".

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