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"LʼItalia non è più italiana": ecco come lʼindustria, il cibo e le infrastrutture strategiche sono finite in mani straniere

Lʼultimo libro-inchiesta di Mario Giordano racconta di come e perché è cambiata la proprietà di tanti pezzi del nostro Paese

"L'Italia non è più italiana": ecco come l'industria, il cibo e le infrastrutture strategiche sono finite in mani straniere

"L’Italia non è più italiana". È il racconto del Paese che Mario Giordano illustra nel suo ultimo libro-inchiesta (Mondadori, 184 pagine, 19 euro): un viaggio in giro per la Penisola tra borghi e fabbriche, edifici storici e brand famosi della moda ormai in mano a proprietari stranieri.

Dal castello piemontese del 1200 comprato a Casalborgone dalla setta americana della felicità al palazzo della Zecca gestito dai cinesi, dall’isola di Venezia in mano ai turchi ai vigneti della Toscana acquistati dalla multinazionale belga delle piattaforme petrolifere, passando per supermercati, botteghe storiche, alberghi di lusso, case, piazze, ospedali, porti e stazioni.

Persino la mafia vincente, ormai, è straniera. Da Cosa Nostra a Cosa Loro: le cosche nigeriane, sconfitta la camorra dei casalesi a Castel Volturno, si sono estese da Torino alla Sicilia, dove potrebbero scatenare una nuova guerra per il controllo del territorio. E, intanto, si afferma la Cupola cinese. Ormai non siamo nemmeno più padrini a casa nostra.

Lo stesso autore racconta ai lettori di Tgcom24 come i gioielli più o meno grandi del Belpaese siano perduti per sempre e perché sia così grave.

Grandi gruppi industriali, brand di moda, servizi e banche: ogni settore italiano è oggetto della razzia straniera. Quali sono le dimensioni e le motivazioni del fenomeno?
Ogni 48 ore una nostra azienda passa in mani straniere. Alcuni casi diventano famosi e conquistano le prime pagine dei giornali - penso ai casi Embraco, Pernigotti, Versace - ma la maggior parte delle acquisizioni avviene nel silenzio perché una parte dell'opinione pubblica dice "che male c'è?". Come provo a raccontare nel libro, il male c'è ed è profondo. Innanzitutto perché non abbiamo in mano le redini del nostro paese, come è stato denunciato dai Servizi segreti in un una relazione al Parlamento di cui si è parlato troppo poco e che lancia l'allarme: non controlliamo più niente in settori quali la siderurgia, la metalmeccanica, la chimica, e in altri che sarebbero tipicamente italiani (penso alla moda e all'alimentare). E poi perché siamo incapaci di fare sistema e di difendere i nostri beni. Infine perché i gruppi che fanno shopping da noi tutelano principalmente i propri interessi.

Perché l'arrivo di capitali stranieri non è positivo per le realtà italiane? Perché i nuovi padroni sono soltanto predoni?
Normalmente i nuovi padroni non sono imprenditori ma operatori della finanza, fondi di investimento o multinazionali. Nel libro racconto un aneddoto su Michele Ferrero: davanti a un manager che gli proponeva un taglio al personale in un momento di difficoltà dell'azienda, raccontò di come i contadini sfruttassero l'inverno per ristrutturare la cascina, pitturare gli steccati, pulire le stalle. In quella situazione prese una decisione da imprenditore, non da burocrate rispondendo al dirigente: "Mandi gli operai al momento senza lavoro a tinteggiare la fabbrica, l'unico che licenzio è lei". Ecco, gli imprenditori di una volta erano legati al territorio e facevano scelte conoscendo i propri operai, oggi manca una imprenditoria umana. Le decisioni strategiche sul nostro futuro oggi vengono prese in asettici uffici del North Carolina o di Shanghai, da persone che non hanno mai visto un’officina, che non hanno alcuna relazione con la nostra terra e la nostra storia. E questo è un pericolo per il nostro paese. 

E gli stessi italiani non hanno grande consapevolezza e orgoglio...
Siamo totalmente incapaci di amare l'Italia. Comincio questo libro andando davanti alla vecchia cascina di mio nonno, a Canelli, in Piemonte, attualmente decrepita, in stato di abbandono. Tutto attorno le altre cascine acquistate da inglesi e francesi sono disabitate, ma perfettamente ristrutturate. La dimostrazione del fatto che non sappiamo valorizzare e recuperare il nostro patrimonio. Mi piacerebbe lanciare una campagna social con l'hashtag #salviamoletradizioni. Iniziamo a salvare l'Italia tutelando la nostra lingua, la nostra tavola. Dilaga la cucina etnica, ma ci sono 250 cibi italiani a rischio (e nessuno li difende). Dilagano i termini inglesi, ma la nostra lingua rischia di scomparire (e i parlamentari sono i primi a dare alle leggi nomi stranieri). Cito come ultimo caso Parmalat, una ricchezza italiana di cui nessuno dei nostri imprenditori si è fatto carico e che è andata ai francesi. Ci vogliono i politici, ma soprattutto imprenditori di livello.

L'inchiesta documenta come anche la malavita oggi sia in mano a organizzazioni straniere. Com'è possibile?
A casa nostra non siamo più padroni e nemmeno padrini. Le mafie straniere sono così forti da riuscire ad avere la meglio su quelle italiane. Sono stato a Castel Volturno dove la mafia nigeriana ha creato il suo grande hub malavitoso, cacciando la camorra dei Casalesi. Chiaramente non difendo la mafia, ma questo fenomeno è sintomo di come sta cambiando il nostro paese.

La globalizzazione è un processo ormai irreversibile? Cosa possiamo fare per rallentarla o indirizzarla a nostro vantaggio?
Non so se siamo ancora in tempo, ma dobbiamo iniziare a difendere l'Italia. Anche per un motivo di opportunità: conoscere la propria identità è il presupposto per confrontarsi con il diverso e dialogare. Un mondo di dazi e di muri non piace a nessuno, ma non ci possiamo nemmeno raccontare la favola bella del mercato aperto, troppo spesso utilizzata per fregare chi è più debole. Non bisogna idealizzare e nemmeno demonizzare l'apertura dei mercati: il mare aperto è meraviglioso ma pure capace di ucciderti se non sei attrezzato per solcarlo. L'Italia è andata nel mare aperto della globalizzazione senza essere preparata e ne stiamo pagando le conseguenze.

Un'anticipazione del libro per i lettori di Tgcom24

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