Da vedere e da mangiare

Treviso, tra bellezze palladiane, Montello e… tiramisù

A spasso nella Marca Trevigiana dove nacque il dolce più noto al mondo

di Nadia Baldi
04 Nov 2026 - 07:00
1 di 9
© Istockphoto  | Treviso, Piazza dei Signori 
© Istockphoto  | Treviso, Piazza dei Signori 
© Istockphoto  | Treviso, Piazza dei Signori 

© Istockphoto | Treviso, Piazza dei Signori 

© Istockphoto | Treviso, Piazza dei Signori 

Dopo la proclamazione dei vincitori della 10° Tiramisù World Cup 2026 a Treviso, un italiano nella ricetta creativa e un brasiliano in quella tradizionale, è ancora più chiaro che il tiramisù è più di ogni altro dolce l’ambasciatore della cucina italiana nel mondo. È un dessert che racconta l’Italia e in particolare il suo territorio originario, Treviso.

Il nostro viaggiatore in cerca delle origini del tiramisù si troverà di fronte a una ricostruzione articolata fra “leggenda”, che lo vedrebbe nato in una casa di piacere trevigiana come ricostituente, “testimonianze” di dolci predecessori a base di ricotta del Friuli risalenti agli anni Trenta e Cinquanta; e infine “documentazione”, che Treviso ha, relativa alla codificazione del tiramisù nella sua ricetta riconosciuta oggi come tradizionale: gli ingredienti e la preparazione sono quelli del ristorante le Beccherie (il nome del locale richiama gli antichi bechèr, i macellai che animavano il mercato della zona), locale storico dentro le mura trevigiane, che fra gli anni ‘70 e ‘80 ha messo per iscritto la ricetta. Il tiramisù era nel menù del ristorante già nel 1972, per l’intuizione del pasticcere Roberto “Loly” Linguanotto, che consisteva nell'unire mascarpone, savoiardi, caffè, uova, zucchero e cacao - pochi semplici ingredienti crudi - fondamentali ancora oggi nel regolamento della World Cup, quelli che hanno reso inconfondibile il dolce più noto al mondo.

Il nostro viaggiatore può godersi a questo punto un giro tra canali, portici e negozi eleganti nel centro storico di Treviso, mentre si gusta il dessert in formato da passeggio. Camminando dal Canale dei Buranelli, che sembra uno specchio dai riflessi nitidi, all’Isola della Pescheria, circondata dal fiume Cagnan e animata dal mercato, fino a piazza dei Signori, cuore della vita cittadina, e poi lungo il Calmaggiore fino alla Cattedrale, si incontrano palazzi storici, botteghe e caffè, che invitano ad approfondire la scoperta di Treviso. Senza fretta, come propone la Fondazione DMO Marca Treviso, che allarga l’orizzonte mettendo in rete le diverse anime del territorio, invitando il nostro viaggiatore a conoscere una destinazione poco nota fuori dai circuiti turistici più affollati, attraverso esperienze che favoriscono una conoscenza più autentica della Marca trevigiana (www.marcatreviso.it).

Il viaggio ci porta verso Nervesa della Battaglia, sulle pendici del Montello, dove sorge l’Abbazia di Sant’Eustachio. Le sue origini risalgono all’XI secolo, quando il complesso benedettino divenne un importante centro religioso e culturale. Oggi le strutture superstiti, restaurate e rese nuovamente visitabili, conservano il fascino di un luogo in cui la storia si legge tanto nelle pietre quanto nel paesaggio circostante. Già il sentiero per l’abbazia è così bello da fa star bene, sia che si affronti in fuoristrada sia a piedi. Lo sguardo spazia tra i colori autunnali e i profumi di sottobosco, mentre pian piano la vista si apre sulla pianura e sul corso del Piave; siamo in un territorio segnato da vicende storiche: la Grande Guerra ha lasciato tracce profonde in quest’area, il Montello e il Piave, che furono teatro di combattimenti decisivi, e la memoria di quegli eventi è impressa nel carattere di questi luoghi. Le rovine dell’abbazia, bombardata nel 1918 nella battaglia del solstizio, raccontano la lunga storia della comunità locale, mentre il silenzio rotto solo dal fruscio del vento invitano a fermarsi, osservare e immaginare le trasformazioni attraversate da questa terra.

Il Montello è un’altura ricoperta in gran parte da boschi e sentieri che fanno venire voglia di salire in sella alla bici: da qui si può pedalare in sentieri di campagna fra vegetazione in tutte le sfumature dei colori autunnali, fino a raggiungere Villa Barbaro, conosciuta anche come Villa di Maser, uno dei capolavori di Andrea Palladio. Costruita nel 1500 per i fratelli Daniele e Marcantonio Barbaro, la dimora è uno straordinario esempio di equilibrio tra architettura, arte e vita agricola. La sua eleganza non è soltanto esteriore: il progetto interpreta un’idea di armonia nella quale la residenza signorile e le attività produttive della campagna convivono in un disegno unitario.

Nella stessa villa si trovano gli affreschi di Paolo Veronese, che trasformano gli ambienti interni in uno spazio di illusioni prospettiche, figure dipinte e aperture immaginarie verso altri paesaggi. Le pareti sembrano animarsi, le architetture dipinte prolungano quelle reali e la luce naturale accompagna lo sguardo da una sala all’altra. All’esterno le fontane, il parco e i vigneti completano la cornice, restituendo il senso di una dimora nata per essere insieme luogo di rappresentanza e centro della vita di campagna: il paesaggio della Marca è stato modellato nel tempo dal rapporto tra cultura e agricoltura. Un dialogo che continua oggi nei vigneti e nelle aziende del territorio, dove le produzioni locali sono parte integrante dell’identità del luogo.

Google Preferred Site

La Marca trevigiana si rivela così una destinazione da vivere per tappe, lasciando che siano i luoghi stessi a suggerire nuove deviazioni. Partendo dal tiramisù si arriva agli affreschi di una villa rinascimentale, alle pietre di un’antica abbazia e sui sentieri di un territorio che conserva la memoria della propria storia. Un viaggio nel Veneto meno frettoloso, dove il piacere della scoperta sta anche nel prendersi il tempo per assaporarla.