Bare made in China, la battaglia dell'ultimo artigiano contro la concorrenza sleale: "Il nostro è un patrimonio da tutelare"
Cresce l'allarme per i cofani funebri prodotti all'estero e importati in Europa a prezzi stracciati, spesso eludendo dazi e violando norme: da Paolo Imeri (Art Funeral Italy) e dal matematico Emiliano Inguscio una denuncia antidumping per tutelare un patrimonio manifatturiero che vale una tradizione secolare
di Fabio BerettaA sinistra: tre generazioni della famiglia Imeri, titolari della Art Funeral Italy di Caravaggio. A destra: il matematico Emiliano Inguscio © Tgcom24
Nel comparto funebre italiano, ma più in generale a livello globale, è in corso una guerra commerciale e culturale. Da una parte c'è la tradizione secolare del legno intarsiato a mano, delle tavole uniche e della filiera locale; dall'altra un flusso inarrestabile di manufatti industriali completamente "anonimi", realizzati a basso costo su catene di montaggio automatizzate.
Paolo Imeri, titolare dell'azienda Art Funeral Italy di Caravaggio, in provincia di Bergamo, è uno degli ultimi produttori che difendono l'eccellenza manifatturiera italiana. E che, insieme al consulente matematico Emiliano Inguscio, è oggi in prima linea con un'iniziativa legale senza precedenti a tutela dell'intero settoreò. L'iniziativa antidumping, già portata all'attenzione del governo italiano e delle istituzioni europee ha l'obiettivo di proteggere il mercato interno dai danni economici causati da quella che viene definita, senza mezzi termini, una concorrenza sleale proveniente dalla Cina e dai Paesi dell'Est Europa.
Imeri, lei è tra i pochissimi produttori davvero artigianali in Italia. Com'è cambiata la filiera dei cofani funebri con l'avvento del mercato estero?
"Purtroppo persino grandi aziende storiche del mercato italiano hanno dovuto cedere all'importazione per assecondare la richiesta di prodotti a basso costo delle imprese di onoranze funebri. Ma scegliendo la via del ribasso non si tutela né il committente finale, né la dignità del defunto stesso che invece dovrebbe essere l'obiettivo principale della nostra professione".
Perché un cofano funebre non è un semplice manufatto.
"No, è un prodotto che assume a tutti gli effetti una funzione pubblica, veste il defunto esattamente come un abito nuziale nell'ultimo saluto e lo identifica per ciò che è stato. Personalmente ho scelto di mantenere l'intera filiera a Caravaggio, usando solo legname italiano per un prodotto che, in ogni sua componente, si può definire interamente "Made in Bergamo". E questo è in netta contrapposizione con tutto quello che succede oggi in Italia..."
Le differenze tra un prodotto artigianale italiano e uno d'importazione si notano?
"Eccome. Le differenze sono sostanziali e toccano, innanzitutto, direttamente il rispetto delle leggi cimiteriali e di polizia mortuaria. Ad esempio, la normativa impone spessori minimi del legno, tavole uniche di almeno 2 cm per la tumulazione e 2,5 cm per l'inumazione. I fabbricanti cinesi, invece, non solo non rispettano questi limiti, ma impiegano tavole incollate da scarti, aumentando le rese di 3 o 4 volte a costi stracciati. Inoltre non utilizzano verniciature all'acqua conformi alle norme ISO e impiegano componenti di qualità nettamente inferiore. Se si segasse a metà un cofano cinese, come io in primis ho provato a fare, ci si accorgerebbe subito che manca tutta quella struttura prescritta dalla legge."
Nonostante il mercato sia inondato da casse estere, la sua produzione continua a "vestire" nomi illustri. Come si spiega questo paradosso?
"Negli ultimi sei anni, per la scomparsa di grandi personalità del nostro Paese, dallo spettacolo alla politica all'imprenditoria, le famiglie, che pure si sono trovate davanti a casse realizzate in Cina senza saperlo, hanno scelto spontaneamente il nostro prodotto artigianale. Non lo hanno fatto per il nome del marchio, ma perché la differenza visiva e qualitativa al momento dell'ultimo saluto è abissale. Il prodotto cinese non ha identità né personalità: viene realizzato da robot su rulli, proprio come avviene in una catena di montaggio. Questo significa che persone che cercano un'adeguata rappresentazione per l'ultimo saluto di un proprio caro hanno visto la differenza: un cofano cinese ha un impatto visivo e di qualità nettamente inferiore rispetto a quella italiana."
Da qui è nata la decisione di presentare una denuncia antidumping per fronteggiare la concorrenza sleale.
"Sì, l'ho fatto perché ho a cuore questo comparto e il suo indotto per il mercato italiano. E per garantirne la sopravvivenza era fondamentale presentare l'esposto contro questa nuova invasione da parte dei produttori cinesi."
A quanto ammonta l'indotto delle importazioni estere nel nostro Paese?
"Oggi l'importazione dalla Cina ha superato il 60% del mercato italiano. Su circa 660.000 decessi all'anno in Italia, 6 cofani funebri su 10 sono cinesi, a cui si aggiungono quelli che arrivano dall'Est Europa, in primis da Moldavia, Romania e Albania. La mia realtà produce circa 500 cofani all'anno: conti alla mano, è lo "zero virgola" del totale".
Secondo lei è stato un fenomeno improvviso o è stata più una tendenza cresciuta nel corso del tempo?
"Qualcosa si era già intravisto nel passato, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a un vero e proprio boom di importazioni. Pensi che solo negli ultimi due anni si è passati dal 40% al 60% di presenza estera nel mercato italiano: un'accelerazione favorita dai grossisti che hanno iniziato a operare principalmente durante l'emergenza Covid".
Come riescono questi prodotti a entrare sul mercato nazionale e a prezzi così bassi?
"Si tratta di una vera e propria concorrenza sleale. Un cofano cinese costa un quarto, un sesto, anche un ottavo in meno rispetto a uno realizzato a mano da noi. Senza contare che, per eludere i controlli doganali e pagare tasse inferiori, molte merci subiscono triangolazioni via Grecia o Turchia ed entrano in Italia disassemblate sotto forma di tavolame o semilavorati. Una sorta di modello "Ikea" montato in loco e privo delle necessarie certificazioni. Ma in questa maniera svendiamo completamente il nostro lavoro, la nostra arte per non avere nulla in cambio. Perché l'impresario acquista questi cofani a costi stracciati e li rivende a prezzi elevati al consumatore, che ignora da dove provengano e se siano a norma. E neanche si pone il problema di capire se il prodotto finale rispetta i requisiti di legge per essere venduta".
È un problema solo italiano?
"Sicuramente in Italia è un fenomeno che si è accentuato parecchio. Un po' perché in Italia le comunità cinesi sono presenti ovunque in maniera molto marcata, un po' perché altri Paesi come la Francia o la Spagna, anch'essi custodi della tradizione mediterranea, sono stati più virtuosi nel proteggere le loro filiere interne con azioni mirate."
A incidere non è solo una questione economica, ma forse anche una crisi valoriale.
"Sicuramente, con il passare delle generazioni, si sta perdendo il culto dei defunti. Una volta c'era molta più attenzione e sensibilità verso questo tema molto delicato. Valori che oggi si stanno perdendo: i giovani sono meno interessati, hanno meno cura di questi aspetti. Ma anche perché se ne parla poco, il nostro lavoro rimane ancora un tabù per molte persone e, anche a livello professionale, si fa sempre meno formazione".
Per arginare questa deriva, dicevamo, avete avviato una battaglia a livello europeo. Quali sono i dettagli?
"Insieme a Emiliano Inguscio, che gestisce le relazioni istituzionali a Bruxelles, abbiamo analizzato la bilancia commerciale e presentato una denuncia antidumping. I presupposti ci sono tutti: grave danno per l'industria manifatturiera italiana, crollo dei margini operativi e contrazione della produzione interna di un comparto, quello italiano, che è il primo al mondo per know-how. Inguscio sta facendo veramente un lavoro straordinario portando il dossier all'attenzione del governo italiano e del Parlamento europeo. Sulla base di questo lavoro, confidiamo nell'apertura delle indagini da parte della commissione per mettere alla luce quanto rilevato dai produttori."
Quali sono le misure concrete che chiedete alle istituzioni?
"Chiediamo l'applicazione di dazi antidumping specifici sulle importazioni cinesi, controlli più severi sulle norme di polizia mortuaria e, soprattutto, l'obbligo della trasparenza sull'origine del prodotto. Così come per un telefono o per la carne si dichiara dove il bene è stato fabbricato, anche le onoranze funebri dovrebbero indicare chiaramente se il cofano è realizzato in Italia, in Cina o nell'Est Europa. In questo modo non si ostacola quella che a tutti gli effetti è una concorrenza sleale, ma si fa soprattutto formazione e si restituisce al cittadino il diritto di scegliere consapevolmente."
Temete che le imprese estere possano trasferire i loro stabilimenti in Italia?
"Impiantare una fabbrica a norma in Italia non sarebbe economicamente sostenibile per loro, visti i costi delle materie prime e le rigide normative locali. Il rischio vero è che creino poli distributivi e magazzini propri sul territorio nazionale — come già avviene nell'area di Milano — per scavalcare gli intermediari e operare con strutture volatili, creando un danno enorme per l'indotto e per l'erario italiano. Non possiamo permettere che vada perduto un patrimonio artigianale da centinaia di milioni di euro che offre lavoro a un'enorme quantità di professionisti e collaboratori. Ma soprattutto, non possiamo permettere che il momento del commiato, forse il più importante ed emotivo nella vita di una persona, venga ridotto a una mera speculazione commerciale".
