Le bare cinesi low cost invadono l'Ue | I produttori in allarme: "Costano un terzo di quelle italiane"
In cinque anni è scomparso il 25% dei produttori europei. Le aziende chiedono a Bruxelles un'indagine per concorrenza sleale
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Il mercato europeo delle bare è sempre più sotto pressione per l'arrivo di prodotti cinesi a prezzi fortemente ridotti. Una concorrenza che sta mettendo in difficoltà i produttori del continente, tanto da spingerli a chiedere l'intervento della Commissione europea. Negli ultimi cinque anni un quarto delle aziende del settore ha chiuso, mentre le importazioni dalla Cina sono quasi raddoppiate. Nel mirino non ci sono soltanto i costi, ma anche i presunti aiuti statali alle imprese asiatiche, l'utilizzo di sostanze potenzialmente pericolose e il sospetto di pratiche utilizzate per aggirare i controlli doganali.
In cinque anni ha chiuso il 25% dei produttori in Europa
Il settore delle casse funebri, tradizionalmente legato a una produzione locale, si trova oggi a fare i conti con le conseguenze della concorrenza internazionale. Come riportato da Politico, nelle scorse settimane una delegazione di produttori europei ha incontrato alcuni funzionari della Commissione europea per chiedere l'apertura di un'indagine antidumping. L'obiettivo è verificare se le aziende cinesi stiano vendendo i propri prodotti nell'Unione a prezzi artificialmente bassi, anche grazie a sovvenzioni pubbliche e condizioni produttive particolarmente vantaggiose. In appena cinque anni, il numero dei fabbricanti europei è passato da 120 a 90, con la chiusura di circa il 25% delle realtà presenti sul mercato. Nello stesso periodo è cresciuto il valore delle importazioni di bare in legno dalla Cina: dai 16 milioni di euro registrati nel 2022 si è arrivati ai 28 milioni del 2025. Una situazione che ha spinto le aziende del continente a unirsi per tutelare il comparto e portare la questione direttamente all'attenzione delle istituzioni comunitarie.
Il divario dei prezzi e i dubbi sulle sostanze utilizzate
A rendere particolarmente difficile la competizione è soprattutto la differenza tra i costi di produzione. Secondo i dati riportati dagli eurodeputati di Fratelli d'Italia in un'interrogazione rivolta al commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic, realizzare una bara in Italia costa mediamente 260 euro, contro gli 80 euro necessari in Cina. Una distanza che consente ai produttori asiatici di proporre i propri articoli sul mercato europeo a un prezzo compreso tra 100 e 110 euro. Alla base di questo divario ci sarebbero diversi fattori: il costo molto contenuto della manodopera e del legname, gli aiuti statali e gli incentivi alle esportazioni garantiti dal governo di Pechino. Ma non solo, perché nel dossier vengono segnalati anche possibili problemi legati alla sicurezza dei materiali impiegati. In particolare, pare che nelle bare cinesi sarebbero utilizzate vernici tossiche vietate nell'Unione europea. Durante la cremazione, queste sostanze potrebbero rilasciare nell'atmosfera microparticelle cancerogene.
La cosiddetta "scappatoia Ikea" per rendere più difficile il tracciamento
Un altro aspetto segnalato dai produttori riguarda le modalità con cui alcune merci arriverebbero in Europa. Al centro delle segnalazioni c'è quella che viene definita "scappatoia Ikea". Il meccanismo consisterebbe nell'esportare le bare dalla Cina non assemblate, ma suddivise in singoli componenti e spedite in confezioni piatte, simili a quelle utilizzate per i mobili da montare. In questo modo, i prodotti potrebbero essere dichiarati alle dogane attraverso codici merceologici generici, riconducibili al legno o all'arredamento, anziché essere registrati come casse funebri. Una volta superati i controlli, i diversi elementi verrebbero assemblati direttamente sul territorio italiano e commercializzati come prodotti finiti. Una pratica che, se confermata, permetterebbe di rendere più difficile il tracciamento delle importazioni e di aggirare eventuali dazi.
