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L’adozione dell'intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese potrebbe comportare un impoverimento importante dell'occupazione nei prossimi cinque anni. A dirlo è il Randstand workmonitor, il report annuale sul mercato del lavoro realizzato da Randstand, multinazionale olandese che si occupa del mercato del lavoro. Le posizioni più basse del mercato del lavoro, quelle definite "entry level", potrebbero completamente scomparire, trasformando l'IA in un vero e proprio debito tecnologico per le nuove generazioni su cui potrebbe incorrere un gap occupazionale molto forte. Se per le grandi aziende questo comporterà un efficientamento organizzativo, con risparmi miliardari dovuti IA tagli, per le piccole e medie imprese sarà una transizione molto importante che dovrà essere governata.
A tracciare una rotta concreta è Mudra, advisory company italiana specializzata nella valorizzazione degli asset intangibili. Secondo la sua fondatrice e Co-Ceo Carlotta Silvestrini, "il rischio per le Pmi non è restare escluse dalla trasformazione digitale, ma entrarci senza una strategia, inseguendo la promessa di uno strumento che taglia i costi nel breve periodo ma genera debito culturale e organizzativo nel lungo". Per evitarlo, Mudra fornisce cinque scelte strategiche per trasformare l'intelligenza artificiale da rischio a risorsa.
Il paradosso dei dati fantasma
Il primo passo è risolvere quello può essere chiamato il "paradosso dei dati fantasma": i dati ci sono, ma spesso non sono utilizzabili. Anagrafiche incomplete, documenti non strutturati, informazioni disperse tra sistemi incompatibili rendono inutile qualsiasi investimento in IA, per quanto avanzato. Mappare cosa c'è, in che formato e chi ne ha accesso è il vero punto di partenza.
