"Computo, ergo sum"

La rivincita della filosofia, così l'IA riscopre il valore delle grandi domande (e cerca filosofi)

Le Big Tech assumono sempre più "pensatori" per progettare l'intelligenza artificiale del futuro. Una svolta che ribalta vecchi stereotipi e riporta le discipline umanistiche al centro dell'innovazione

di Manuela D'Argenio
01 Lug 2026 - 07:00
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Ne abbiamo sentiti genitori arrabbiati, nonni increduli, zii disfattisti. Un iscritto alla facoltà di filosofia corrispondeva a un disoccupato quasi sicuramente. Per decenni, quella laurea, è stata considerata il simbolo degli studi "senza sbocchi". E invece, quegli studenti ci avevano visto lungo perché oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, sono proprio i pensatori l'anello mancante tra il passato e il futuro, La connessione necessaria che apre la mente e aiuta persino le macchine a elaborare il pensiero critico. Lo dicono i numeri delle grandi aziende e lo dicono le percentuali dei neo laureati assunti. 

Cercasi filosofi - I grandi laboratori che sviluppano i modelli di IA stanno assumendo un numero crescente di filosofi, esperti di etica, logica, epistemologia e filosofia del linguaggio. Una scelta che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata paradossale, ma che oggi risponde a una necessità concreta: costruire macchine sempre più intelligenti significa affrontare problemi che non sono soltanto tecnici, ma anche concettuali, linguistici e morali. La conferma arriva anche dal mercato del lavoro. Secondo i dati pubblicati dalla Federal Reserve Bank di New York, riferiti al 2024, i laureati statunitensi in filosofia registrano un tasso di disoccupazione del 5,1%, inferiore a quello dei laureati in informatica, che raggiunge il 7%. Numeri che sorprendono e che raccontano un cambiamento profondo nella domanda di competenze.

Perché i filosofi sono diventati indispensabili? - I moderni sistemi di intelligenza artificiale sono straordinariamente potenti nel riconoscere schemi, elaborare informazioni e generare testi, immagini e codice. Ma non comprendono il significato delle proprie affermazioni né possiedono un sistema di valori. Ogni decisione sul loro comportamento deve quindi essere progettata dagli esseri umani. È qui che entra in gioco la filosofia. I filosofi sono abituati a lavorare su concetti complessi e spesso ambigui, su temi esistenziali come "cosa significa la verità"? E allora come si prende una decisione giusta quando due principi entrano in conflitto? Quando una risposta può essere considerata sufficientemente certa? Sono interrogativi che oggi emergono quotidianamente nello sviluppo dell'IA. L'etica contribuisce a definire i principi che guidano il comportamento dei sistemi intelligenti; la logica aiuta a costruire ragionamenti coerenti; la filosofia del linguaggio permette di analizzare il significato delle parole e le ambiguità della comunicazione tra esseri umani e macchine. In altre parole, mentre gli ingegneri progettano il funzionamento dell'intelligenza artificiale, i filosofi aiutano a definire il quadro concettuale entro cui essa dovrà operare.

Dai dipartimenti universitari alle Big Tech - La richiesta di queste competenze è diventata così forte da modificare anche il panorama accademico. Molti studenti di filosofia ricevono offerte di lavoro ancora prima di conseguire la laurea. Lo racconta Luciano Floridi, tra i massimi studiosi internazionali di etica digitale e professore alla Yale University, secondo il quale le aziende di IA stanno reclutando giovani filosofi direttamente negli atenei. Il fenomeno riguarda anche il mondo della ricerca. Floridi parla di una vera e propria "emorragia" nei dipartimenti di filosofia: sempre più docenti e ricercatori lasciano l'università per entrare nei laboratori delle aziende tecnologiche, dove possono contribuire allo sviluppo dei nuovi modelli di intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale ed energia: quanto consuma ogni clic

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Il principio dell'ignoranza socratica: "So di non sapere" - Arriva da lontano, dunque, la riflessione che i progettatori vogliono trasferire in qualche modo alle macchine. Quella celebre frase "Io so di non sapere", attribuita a Socrate è esattamente il punto di partenza per ogni autentica ricerca della conoscenza. Per il filosofo ateniese, riconoscere i limiti del proprio sapere significava evitare la presunzione, mettere continuamente alla prova le proprie convinzioni e mantenere un atteggiamento critico verso ogni risposta considerata definitiva. Ed è proprio quel principio dell'ignoranza socratica che i laboratori di intelligenza artificiale cercano di trasferire ai propri sistemi. I modelli linguistici sono progettati per fornire risposte plausibili, ma possono anche generare allucinazioni, cioè dare informazioni false con grande sicurezza. Per questo è necessario sviluppare sistemi capaci di riconoscere i propri limiti, esprimere il grado di incertezza delle risposte, dichiarare quando non dispongono di informazioni sufficienti e, se necessario, astenersi dal formulare affermazioni non supportate dai dati.

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Non è solo una questione etica -  Un modello di IA che genera contenuti fuorvianti o può essere facilmente utilizzato per scopi dannosi rappresenta un rischio enorme sotto il profilo economico, normativo e reputazionale. Anticipare questi problemi significa sviluppare prodotti più affidabili, conformi alle normative e capaci di conquistare la fiducia degli utenti. Per questo motivo le aziende cercano professionisti capaci di trasformare principi astratti come equità, responsabilità, trasparenza e tutela dei diritti in criteri concreti di progettazione. In altre parole, l'intelligenza artificiale più affidabile non è quella che pretende di sapere tutto, ma quella che sa riconoscere quando non sa. Per questo motivo i filosofi non vengono coinvolti soltanto per affrontare questioni etiche. Il loro contributo riguarda il modo stesso in cui l'IA ragiona, argomenta e gestisce l'incertezza. La vera innovazione non consiste nel costruire sistemi che sembrino onniscienti, ma nel progettare sistemi sufficientemente "umili" da riconoscere i propri limiti. 

Il pensiero critico tra passato e futuro -  La crescita dell'intelligenza artificiale sta così ridisegnando il rapporto tra scienza e umanesimo. Se fino a ieri sembrava che il futuro appartenesse esclusivamente agli ingegneri, oggi appare sempre più evidente che le tecnologie più avanzate hanno bisogno anche di chi sa analizzare concetti, interpretare significati e affrontare dilemmi morali. Insomma, più le macchine diventano sofisticate, più aumenta il valore delle competenze tipicamente umane. La rivoluzione dell'intelligenza artificiale potrebbe così segnare anche la rivincita della filosofia, riportando al centro del dibattito quelle grandi domande esistenziali che accompagnano il pensiero occidentale da oltre duemila anni e che, oggi, sono diventate indispensabili anche per progettare il futuro digitale.

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