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Tai O, i pescatori sulle palafitte

Un villaggio senza tempo a Lantau

08 Dic 2005 - 09:31

Uno spicchio di quel che sopravvive della Cina antica passa da Lantau, la più grande e affollata delle 236 isole dell’arcipelago (solo un centinaio sono abitate) di Hong Kong. Si tratta dell'antico villaggio di pescatori di Tai O, una realtà rimasta intatta nonostante sia diventata una meta obbligata di qualsiasi escursione turistica.

Arrivarvi non è impresa facile. Dall’occidentale Kowloon City dobbiamo salire su un bus, raggiungere l’isola di Lantau, cambiare pullman (mezzi pubblici e taxi hanno diverse aree di competenza, ndr) e avventurarci su e giù per strade di collina troppo piccole per l’andirivieni dei mezzi di trasporto. Dopo un’ora buona di marcia, accompagnata anche dalla vista di splendide spiagge, si rimette piede a terra in un parcheggio anonimo. Tutto il resto un nome ce l’ha: Tai O. Villaggio dei pescatori, da loro creato e da loro vissuto ancora oggi. Si tratta di un budello lungo ducento metri dove le abitazioni diventano bancarelle. E viceversa. Davanti alle “case” vengono esposti nidi di rondine, frutta essiccata, pesce fritto, molluschi secchi, spezie… Qualcuno estrae anche una manciata di monili fatti a mano, cappelli tipici e diversi rimasugli di cineseria assortita.

Una donna è circondata da parecchi clienti. E’ sufficiente avvicinarsi a lei per scoprire il suo segreto: vende pesce vivo. Sulla bici appositamente attrezzat, sono piazzate otto bacinelle con acqua corrente (azionata dalla dinamo della bici, ndr) con il pescato fresco. A maneggiare il tutto solo donne e un uomo anziano. Non è dato a sapere dove siano gli uomini: a pescare o a lavorare da qualche altra parte? Non c’è tempo per porsi la domanda: la macchina fotografica di un occidentale punta la bancarella del pesce fritto e involontariamente l’anziana sedutavi dietro. Un’altra donna, forse una parente, grida qualcosa in mandarino e la guida invita l’incauto fotografo a puntare lo zoom solo sulla merce. “Sono convinti che le foto rubino l’anima e la longevità” spiegherà più tardi.

Quello che fa specie è che dietro alla bancarella stia anche la casa del venditore. Non è chiaro dove finisca la merce in vendita e dove inizi il privato. In pochi metri quadrati, tutta la vita di una famiglia. Povertà e dignità vanno di pari passo: la stessa donna intima di non riprendere gli “interni” dell’abitazione. Non sappiamo quale rischio si corra ma accettiamo di buon grado. Pochi passi e la stessa donna richiama il nostro accompagnatore. Dietrofront sulle foto? Baratta la dignità domestica per un pugno di dollari? Niente affatto. Ci offre la possibilità di vedere da vicino il delfino bianco, il mammifero che popola queste acque.

Affare fatto: saliamo sulla giunca a motore e ci si spalanca davanti un mondo nuovo, quello delle palafitte. Chi non commercia vive su palafitte di fortuna, fatte con tronchi storti, a meno di due metri dal livello del mare. I locali sono arrabattati in qualche modo con lamiere e pezzi di bambù, panni stesi e comignoli fumanti. Dicono che vivere in queste banlieue mandarine siano in tremila. La speranza è che si tratti di una stima in eccesso. La successione delle palafitte si perde a vista d’occhio tranne che per un buco di una ventina di metri. “C’è stato un incendio qualche anno fa lì” spiega il pescatore al timone della giunca. Non è dato sapere che fine abbia fatto chi viveva lì.

Identica sorte misteriosa per il fine ultimo del nostro viaggio in mare: del delfino bianco nemmeno la pallida ombra.

Sauro Legramandi