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Marracash: "Ho riscoperto la mia musica, ecco il mio hip hop con Tiziano Ferro"

Il rapper presenta a Tgcom24 il nuovo album "Status" che esce il 30 gennaio

- Cappellino, nero d'ordinanza, accessori in oro. Marracash presenta il nuovo album che esce il 30 gennaio, "Status", rimanendo fedele a se stesso. Come ha fatto nell'ultimo lavoro, dopo tre anni di ricerche. E' volato a Los Angeles e Londra, ha fotografato la realtà, "ingordo" com'è di tutto quello che lo circonda, e ha rispettato la promessa: non diventare quello che odiava. "Questo è il mio hip hop, compreso Tiziano Ferro", racconta a Tgcom24.

    Diciotto brani - da "Bruce Willis" a "Untitled", da "Bentornato" ad "A volte esagero" e "Sindrome depressiva da social network" - che vantano la collaborazione di Fabri Fibra, Neffa, Gué Pequeno e Tiziano Ferro, Coez, Salmo e molti altri. E in cui Marracash ha puntato soprattutto sui testi. Lavorando in modo "serrato".   

    Come nasce questo album?
    Non volevo fare un fotocopia degli altri miei album. E' un disco solido, monumentale, compatto come intenti e argomenti. E' un disco dove più che mai le mie canzoni parlano per me. E' fluviale, denso, pieno di testo.

    Perché ci hai messo tre anni?
    Non faccio musica per rispettare dei calendari o delle leggi di mercato. In questi anni ho fatto mille cose, ho accumulato un bagaglio di esperienze che mi ha permesso di avere qualcosa da dire. Ho fatto numerose collaborazioni, ho aperto una etichetta in cui produco nuovi artisti, ho lanciato una linea di abbigliamento. Insomma, non sono mai sparito...

    Sei un po' critico con i tuoi colleghi che fanno hip hop...
    L'hip hop è diventata pop, metto in discussione lo stare nell'hip hop degli altri. Un testo come 'Vendetta' ha un altro livello di profondità, con questo disco ho capito cosa volevo dalla musica e chi volevo essere. E non volevo diventare Laura Pausini... Mi sento a disagio nella grande famiglia dell'hip hop. 'Che ci faccio qui, cosa c'entro tra loro?' mi sono chiesto, mettendomi in discussione, e mi sono dato la risposta: non è quello per cui io ho cominciato a fare musica.

    Qual è il tuo messaggio?
    L'hip hop deve educare i giovani ad essere ribelli, a vent'anni ci si aspetta una ribellione, un atteggiamento di rottura, se non c'è è preoccupante. Ho provato a cimentarmi in diversi generi e nella maturità che a trentacinque anni ho raggiunto ho capito che non voglio diventare quello che odiavo, il rischio è proprio quello. Non voglio essere messo nel calderone di gente che fa altra roba, non ho faticato dieci anni per essere messo allo stesso livello di altri 15 che fanno hip hop e che con me non hanno nulla da spartire.

    Critichi molto i talent...

    Non sono andato ospite ad Amici e tanti anni fa ho rifiutato di fare il giudice a 'X Factor', perché appunto non è quello che sognavo, non è quello che voglio dalla musica... Sia chiaro, se mi invitano in alcune trasmissioni ci vado, se il mio pezzo passa in radio sono contento... Ho collaborato con Giusy Ferreri quando i talent erano il demonio...

    Fedez dice di non essere un rapper...
    Per fortuna.. alla grande, l'ha detto lui...

    L'esperienza americana?
    Lì c'è molta più considerazione, in Italia chi fa muscia è come se facesse un furto. E' come non lavorare. In America c'è una professionalità ai massimi livelli.. L'album è mixato da Anthony Killhoffer, braccio destro di Kayne West, che ha prodotto robe gigantesche... ha lavorato con noi senza fermarsi, ha aggiunto arrangiamenti..

    Cosa ti ha ispirato?
    Non nascondo che il pop americano è sempre una ispirazione. Kayne West mi piace, mi interesso di tutto.. nel disco c'è un lavoro serratissimo sui testi, c'è un tentativo di andare a colpire gli stereotipi. Spesso ti trovi a sognare delle robe che poi non vuoi... C'è tanta frustrazione... Non c'è niente di male se guadagni e ti sacrifichi per ottenere qualcosa, è importante il valore dell'impegno, che va trasmesso. Nel momento in cui vai a completare un discorso artistico ci sta, ma se è solo materialismo, allora no. Non te lo perdono...

    Non c'è più autocelebrazione?
    Diciamo che ho accantonato il lato cazzaro, per dare sfogo alla mia vera anima. Perché sono le cose vere quelle che contano. Si imputano a Roberto Saviano i soldi che ha guadagnato, i giovani dovrebbero sognare di diventare ricchi così. Invece di osannare chi fa i soldi in altri modi...  

    Uno che ti piace?

    Non ho sentito il disco, ma il singolo di Mengoni è bello, ha una produzione internazionale, è una mosca bianca... E poi Lorenzo Jovanotti è uno capace di sperimentare sempre anche se potrebbe permettersi di fare sempre le stesse cose. Io mi sento un po' una sua versione dark...

    Vasco invece lo hai incontrato a cena..
    E' stato un onore. Mi ha chiesto che cos'è per me il rap, gli ho risposto che è un po' quello che faceva lui. Raccontare delle cose che hai provato, ad esempio quando fai una canzone d'amore devi essere innamorato.

    E come nasce la collaborazione con Tiziano Ferro?
    Lo stimo moltissimo, la cosa che mi piace di lui è che prova a dare internazionalità alla musica, curando anche l'aspetto sonoro. Mi aveva fatto dei complimenti e abbiamo iniziato una corrispondenza, lui è uno dei pochi che puoi chiamare per fare un pezzo hip hop. Perché lo conosce. Siamo riusciti a fare un pezzo bellissimo, è una canzone non spacca-classifiche, è triste, densa. Per me lui è un po' un John Legend, ci siamo scritti 'facciamo una bella canzone'. E il risultato mi piace tantissimo.

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