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Dentro il genio di Paul McCartney: le cose da sapere su 8 sue canzoni

Da "Yesterday" a "Let It Be", ecco come sono nate alcuni dei brani più amati di Macca


Paul McCartney, 80 anni da leggenda

Yesterday (1965)


Che per non poco tempo ha avuto come “working title” le uova strapazzate. McCartney stese il pezzo una mattina, dopo essersi svegliato con l’immortale melodia come eredità onirica della notte. Un sogno e un giro così bello che, raccontò molte volte, pensò, di avere inconsapevolmente copiato. Fissate le note, mancava il testo, apparso diversi mesi dopo: e in attesa dei “problemi che sembravano così lontani e ora sono qui per restare”, le parole di ancoraggio furono “uova strapazzate, oh cara, come amo le tue gambe, ma non così tanto come le uova strapazzate”


 


Blackbird (1968)


Il merlo poi riprodotto anche nel capolavoro acustico di Macca, contenuto nel "White Album", è l’ispiratore del mood quieto, bucolico. Ma il titolo è il testo sono una metafora per i neri d’America, che stavano combattendo all’epoca per i diritti civili. E a loro, a detta dello stesso autore, fu dedicata. “Prendi queste ali rotte e impara a volare/tutta la vita/hai aspettato questo momento per elevarti”


 


Helter Skelter (1968)


Lo scivolo gigante, o anche un “casino assoluto” per un prototipo di heavy metal allora impensabile per i Beatles e specialmente per il raffinato Pmc. Che, competitivo com’era, non prese bene una recensione che definiva “I can see for miles” degli Who come il pezzo “più selvaggio” mai uscito fino a quei giorni. Non lo era affatto, ma intanto rese possibile questo brano - anch’esso pietra miliare del "White Album" - che manda scemo Ringo (“ho le vesciche alle dita”, urla alla fine) e purtroppo anche Charles Manson, che scriverà, sbagliando pure, il titolo sul muro della casa di due delle sue vittime, i coniugi La Bianca.


 


Lovely Rita (1967)


Ben lungi da detonare un classicissimo “lei non sa chi sono io”, Paul dedicò una delle canzoni di Sergeant Pepper’s a una zelante ma “deliziosa” vigilessa, Rita (in realtà chiamata Meta, Meta Davis) che osò elevargli una contravvenzione per avere sgarrato con il parchimetro fuori da Abbey Road, a Londra. Non che la cosa non lo avesse fatto incavolare: ma nell’estate dell’amore 1967, vietato incazzarsi, specie per un Beatle. E allora, come racconta il pezzo, meglio invitarla a prendere un té.


 


Hey Jude (1968)


“Hey Jude, non starci male. Prendi una canzone triste e rendila migliore”. Quante volte ce lo siamo detti, l’abbiamo cantata prima del coro finale più grande di sempre. Ma chi è Jude, chi ha ispirato l’opera forse più universale di Sir McCartney? Nientemeno che l’allora seienne Julian Lennon, in sofferenza perché papà John aveva appena lasciato la famiglia per andare a stare con Yoko Ono. Paul andò a trovarlo e al ritorno, in coda in macchina, partorì il primo verso del capolavoro. Inizialmente con “Hey Jules”, perché così chiamava il bambino. Ma Jude suonava molto meglio.


 


Maxwell’s silver hammer (1969)


Anche i Beatles, anche l’inarrivabile Paul scriveva e pubblicava canzoni brutte. Questa, compresa in Abbey Road, ne è la prova: una marcetta con un ritornello da canzoncina infantile che narra le “imprese” di uno studente di medicina serial killer, Maxwell Edison. Era un’epoca in cui le figure di ispirazione non mancavano (vedi anche la coeva Midnight Rambler” dei Rolling Stones), e PMC non si fece molti scrupoli a scrivere una storia truce sopra un motivetto leggerino e francamente non indimenticabile.


 


Picasso’s last world (1973)


Motivo minore del McCartney solista, sul lato B di “Band in The Run”. Ma la genesi è quella perfetta per descrivere il talento e il genio di McCartney. A un party in Giamaica, l’ormai ex Beatle conosce Dustin Hoffman. Cenano insieme e l’attore vorrebbe una prova della capacità compositiva di Paul. Prendono un giornale e scelgono un articolo: Picasso se ne era andato e si citavano le sue ultime parole. Agguantata una chitarra, in dieci minuti la canzone era impostata, di fronte a uno spiazzato e sgomento Hoffman (“Vieni qui - urlò alla moglie - la sta scrivendo!”)


 


Let it Be (1970)


Inno di spiritualità e fatalismo, è in realtà un doppio omaggio alla droga leggera e alla madre in un colpo solo. La “Mother Mary” che arriva e regala parole di saggezza non è solo la terapeutica marijuana, ma anche “Mamma Mary” nel vero senso della parola, Mary Mohin McCartney, scomparsa per un cancro al seno quando Paul aveva solo 14 anni. Chi ha visto “Get Back” ricorderà la lunga gestazione di questo mega classico: bene, nello stesso giorno Macca si presentò anche con “The Long and Winding Road”. Così, per gradire.


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