Tgcom24 ha intervistato Nico Vascellari, uno dei padri del gruppo "neodadaista" a Torino per il Club to Club.
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"Ninos du Brasil" nasce come un gioco senza regole, uno scherzo tra Nico Vascellari, il cantante, e Nicolò Fortuni, batterista, quando ancora erano i "With Love". Più o meno dieci anni fa, i due hanno aperto un concerto fingendosi il loro gruppo spalla: "Un duo brasiliano che suona un'unica canzone fino allo sfinimento, dicendo sempre ninos du brasil, ninos du brasil, ninos du brasil". Quello scherzo che ha strappato i sorrisi e ha fatto ballare come indigeni pubblico e compagni ora è diventato un progetto "serio", senza però perdere la spontaneità e lo spirito scherzoso e provocatorio della sua natura leggiadra. Un mix irriverente di samba, minimal techno, batucada e primordialità e bottiglie e lattine: un rituale indisciplinato. Tgcom24 approfittando del loro concerto al Club To Club, il festival dal respiro internazionale tra arte e musica di Torino, iniziato il 7 novembre e che si conclude domenica 10, ha fatto due chiacchiere con Nico Vascellari, che, per rigor di cronaca, è necessario inquadrare in un più ampio quadro artistico.
Oltre a essere un musicista indisciplinato, infatti, Nico Vascellari è uno dei maggiori artisti visivi contemporanei in circolazione. Espone in tutto il mondo ed è apprezzato da Marina Abramovich, che gli ha consegnato da presidente di giuria il premio per la migliore performance internazionale nel 2005. Vascellari è uno di quelli che non ti aspetti, che ha avuto la capacità di saper liberare il suo spirito dadaista e primordiale. Un giovane che si è fatto da solo e che ora da Vittorio Veneto vive a New York. Ascoltando solo il suo istinto. Prima con la musica poi con l'arte.
Quando nasce Ninos du Brasil?
Ninos du Brasil nasce come uno scherzo, una battuta tra me e Nicolò, che è l'altro membro del gruppo. Tanti anni fa pensando a come avremmo potuto aprire, al tempo ci sembrava in maniera provocatoria, il concerto di un altro gruppo in cui suonavamo insieme: i "With love". L'idea era quella di fare finta di essere un duo brasiliano, un duo dominato totalmente dalle percussioni e dalle voci. Avevamo ipotizzato di fare solo un'unica canzone che doveva durare fino all'eusarimento delle energie.
Avete metaforicamento sfinito e ucciso i With love?
In realtà è passato un po' di tempo prima che nascessero i Ninos du Brasil dopo lo scioglimento dei With Love. Nonostante il tempo passato, per qualche strana ragione pensavamo che lo scherzo fosse ancora divertente o se non altro lo era per noi, così abbiamo deciso di provare a iniziare a presentarlo al Dissonanze. Poi l'anno scorso ci siamo dati un aut aut e ci siamo detti proviamo a concentrarci, entriamo in sala registrazioni e vediamo se riusciamo a fare delle canzoni. Non esisteva un' ispirazione particolare, l'idea è quella di avere un disco dominato da percussioni più o meno reali, per cui valeva un tom piuttosto che una lattina o una bottiglia o un pezzo di legno, e le voci e da lì è nato un anno fa "Muito N.D.B." per la Tempesta internatiol e la Tannen records. E' un disco che ha avuto una discreta attenzione e che ci ha portato a suonare un po' ovunque, noi per primi eravamo entusiasti. Per la prima volta in un gruppo, e vale per entrambi, c'era un'idea assoluta di leggiadria e di divertimento.
Lo spirito migliore...
Sì nel tempo devo dire che le cose che nascono senza alcuna prestesa, spontanee, sono alla fine quelle che pagano di più. Io come artista combatto molto con l'idea che tante volte le prime idee che vengono in testa sembrano le più scontate e invece col senno di poi sono quelle che hanno più potenzialità e più personalità.
Fonte di ispirazione?
Abbiamo iniziato ad ascoltare della musica che non avevamo mai sentito prima che può andare dalla batucada alla samba passando per la techno minimale. Il nostro approccio si ispira a qualcosa che è atavico: il ritmo. E' primitivo. Ci piace che sia così, lo scherzo nasceva dall'idea di un concerto, i nostri pezzi devono funzionare dal vivo.
Come siete arrivati al Club to Club?
Quest'anno siamo stati invitati dal direttore artistico del festival, Sergio Ricciardone, oltre che a Torino anche per le preview di Londra e Instanbul, lui ci ha visto suonare dal vivo un paio di volte: alla Buka e probabilmente qualche mese prima alla Triennale di Milano. Semplicemente penso che il progetto gli sia piaciuto, noi ovviamente il festival lo conoscevamo e lo seguivamo già da ben prima per cui abbiamo accolto con entusiasmo l'invito.
I primi passi nel mondo dell'arte?
Tutto è iniziato quando ho deciso di lasciare l'università, perché mi sembrava piuttosto inutile per quello che io volevo fare, per quello che intuivo avrei voluto fare. Ero sicuro di quello che non avrei voluto fare, tra queste leggere dei libri per andarli a ripetere a qualcuno, non era esattamente utile in quel momento. E ho pensato: cosa voglio fare? Di certo volevo essere autonomo, artista era la parola che potesse racchiudere al meglio questa intuizione. Così l'ho detto ai miei genitori che mi hanno messo di fronte alla scelta o studi o inizi a lavorare, come farebbero tutti i buoni genitori e in quel momento Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione fondato da Luciano Benetton e Oliviero Toscani, mi è parsa una buona soluzione, era il posto giusto dove tutto sommato potevo studiare e avere un approccio pratico alle cose e in più venivo pagato. Ho mandato il mio portfolio, sono piaciuto all'allora capo del dipartimento del design e sono entrato. Poi quando mi è stato proposto di diventare un consulente ho lasciato perché volevo fare l'artista e mi sono trasferito in Olanda dove ho iniziato con le prime performance, che erano dei lavori in cui in qualche modo cercavo di creare un nesso, ma questo l'ho capito solo poi, tra esperienza come musicista e quello che mi interessava quando andavo a visitare durante i tour con la mia band i musei.
Nell'arte chi apprezzi di più?
Le mie fonti di ispirazione sono svariate, vanno dallo sfogliare riviste costantemente, quasi in maniera maniacale, fino ad andare a mostre e concerti ma anche passeggiate nei boschi e un sacco di altre cose. Se dovessi fermarmi a pensare comunque sceglierei Mike Kelley: è un artista al quale ho sempre molto guardato e il cui lavoro sento vicino, sebbene il mio modo di approcciare all'opera sia molto diverso dal suo.
Come nasce l'amicizia tra te e Marina Abramovich?
Il nostro incontro è avvenuto in occasione del premio internazionale dove presentavo il mio lavoro "Nico and the Vascellari" (dove ho coinvolto la mia famiglia a cui sono molto legato), e che Marina in primis, ma anche la giuria, fatta eccezione di Renato Barilli, ha molto apprezzato. Da lì si è evoluto il rapporto, prima via email perché abitavo ancora in Italia poi quando mi son trasferito a N.Y., per pura fatalità casa mia era a due minuti a piedi da casa sua. Così siamo diventati amici. In altre occasioni mi ha invitato a partecipare a suoi progetti, è stata sempre una persona estremamente generosa con me e ovviamente un'artista con cui è un piacere e un onore potersi confrontare e poter collaborare. Adesso a dicembre parteciperò allo spettacolo teatrale sulla vita di Marina diretto da Bob Wilson "The life and death of Marina Abramovich".
Quando è venuta a Milano personalmente sono rimasta delusa dal lavoro della Abramovich, mi è sembrato fosse solo un'opera costruita per fini commerciali... Che ne pensi?
La cosa interessante di quel lavoro, che non credo sia così scontato e commerciale, è che fa parte del percorso di Marina, rispetto ai suoi primi passi nel mondo dell'arte il pubblico partecipa attivamente. A Milano il pubblico diventa effettivamente il performer. Secondo me nel percorso di Marina è un lavoro pertinente, è un'evoluzione legata al processo dell'artista.
Come vedi l'arte in Italia, il futuro?
L'Italia non è un Paese che considera la cultura come necessaria o che è comunque assolutamente incapace di valorizzare quello che ha. Prendi Pompei quando sento persone che sono andate da poco l'hanno trovata in condizioni peggiori rispetto all'ultima volta i cui erano già stati, qualsiasi artista contemporaneo tu prenda in considerazione se è riuscito a fare qualcosa di tangibile ha dovuto farlo partendo dall'estero. E' un peccato, d'altronde l'arte non è l'unica cosa che questo Paese sembra non apprezzare soprattutto non valorizzare.