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"In nomine Satan", Cerman: "Sulle Bestie di Satana non si conosce tutta la verità"

E' uscito nei cinema il 24 aprile il film, opera prima del regista Emanuele Cerman, ispirato ai noti fatti di cronaca.

- Dalla cronaca nera al grande schermo. La terribile vicenda delle Bestie di Satana ha ispirato "In nomine Satan", opera prima del regista Emanuele Cerman, in sala dal 24 aprile. Un dramma-thriller che non punta su scene efferate ma prova a dare una visione meno manichea di quanto accaduto. "Sono partito dalla vicenda - dice a Tgcom24 Cerman - per poi traslarla in modo che diventasse un monito per qualcosa che potrà sempre accadere".

    Nato come progetto per la tv che doveva essere diretto da Stefano Calvagna, "In nomine Satan" si è poi trasformato in un progetto cinematografico. Calvagna rimasto comunque tra i protagonisti, ha passato la regia nelle mani di Cerman, che ha chiesto di modificare la sceneggiatura in modo che fosse più aderente al suo modo di vedere le cose. "Questo è un film indipendente a bassissimo costo ma sono riuscito a porre quello che per me è il punto interrogativo principale. Ovvero su una vicenda che ha allarmato e attirato l'attenzione di tutti gli italiani per un anno, dopodiché è sparita ma secondo me lascia dei vuoti allucinanti. Io ho il dubbio che ci siano persone che hanno una colpevolezza relativa rispetto a quella che è stata affibbiata loro".

    Cosa l'ha ispirata di questa vicenda?
    In Italia è assente da decenni una cinematografia che vada ad analizzare il lato oscuro del nostro Paese. Non riuscivo a comprendere come nella vita si potessero prendere determinate vie "sbagliate". Posto che la distinzione tra bene e male non può essere così superficiale. Nelle province degradate e isolate, dove c'è una privazione culturale gigantesca, che non può essere supplita da famiglie che non hanno una condizione economica agiata, si vive peggio che nelle periferie delle metropoli. 

    Quindi la società è la prima colpevole?
    La nostra è una società nella quale si costruiscono centri commerciali e chiudono teatri, cinema e librerie. Nelle scuole vengono tolte le materie umanistiche e più legate alla cultura. E' ovvio che ci sia un inaridimento e quando si passa dalla società dei contenitori alla società del controllo, si crea il problema della ricerca del potere. Ci si affida a queste realtà esoteriche o filomassoniche, nell'illusione di ottenere qualcosa che la società non ti garantisce più.

    A quali fonti ha attinto per ricostruire la vicenda?
    Mi sono solo ispirato agli eventi. Ho preso l'omicidio principale, che ho ricreato, e da lì sono andato alla ricerca di questo passaggio. Mi sono concentrato su quei personaggi che avevano fatto più parlare di sé. Il caso è diventato un caso mediatico perché è la prima volta che viene arrestata un'intera setta. L'unico precedente è quello di Charles Manson, negli Stati Uniti. 

    Come hanno reagito i protagonisti della storia?
    Prima del film ho rischiato addirittura una querela dall'avvocato Franceschetti, che è il legale di Sapone e Leone. Poi invece venne a un festival di Roma e si commosse e mi ringraziò per aver insinuato il germe del dubbio rispetto alla visione dei media, nella quale tutti i ragazzi erano uguali e con uguale livello di colpevolezza.

    Da questo film si aspetta che faccia riaprire la discussione sul caso?
    Lo spero molto, soprattutto per le persone che sono rimaste schiacciate da questa vicenda.

    E sul piano personale?
    Le difficoltà sono state talmente alte che non avevamo i soldi per far tradurre il film e nonostante questo riusciremo a presentarlo in più festival internazionali. Dopo questo spero di arrivare a un'opera seconda in una situazione non solo di maturità espressiva ma anche garantita da una produzione e da una distribuzione adeguate. 

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