Proteste studentesche: uno su tre partecipa in maniera attiva, ben sei su diecicondividono le ragioni dei manifestanti
Carenze delle strutture scolastiche, troppi fondi destinati alle armi, la difficoltà di emanciparsi: ecco i motivi delle proteste studentesche più condivisi dai diretti interessati
© ansa
Alla faccia della generazione sdraiata sul divano: ben un terzo degli studenti delle superiori (il 33%) sta partecipando attivamente alle proteste studentesche di questi giorni.
A tracciare i confini dell’adesione attiva alle istanze giovanili emerse in questo “autunno caldo” della scuola (e non solo) è un sondaggio effettuato da Skuola.net su un campione di 1.500 alunni proprio delle classi superiori.
Entrando nel dettaglio delle adesioni, circa 1 su 10 ha dichiarato di prendere o di aver preso parte a un'occupazione vera e propria nel proprio istituto, mentre grossomodo un quarto (24%) ha partecipato ad autogestioni, scioperi, manifestazioni o sit-in.
Ma l'impatto del fenomeno è ancora più vasto: se si sommano a questi anche coloro che non hanno animato in prima persona le proteste ma vivono in istituti mobilitati (26%), si scopre che ben 6 su 10 - precisamente il 59% - sono entrati a stretto contatto con qualche forma di dissenso e quasi altrettanti (56%) condividono abbastanza se non completamente i motivi delle manifestazioni.
Il confronto Italia-Francia: l'attrazione per la "linea dura" e la scelta pacifica
Volendo allargare il punto di osservazione, è inevitabile che l'effervescenza delle scuole italiane vada a intrecciarsi con le immagini delle deflagranti piazze francesi, creando un interessante cortocircuito nelle opinioni dei giovani.
I ragazzi subiscono fortemente il fascino della mobilitazione transalpina: il 63% degli intervistati si dichiara d'accordo (il 21% "completamente", il 42% "abbastanza") con le modalità di protesta portate avanti dai coetanei di Francia.
Mentre, paradossalmente, il gradimento per le forme di protesta adottate in Italia si ferma un gradino più sotto, raccogliendo il 56% dei consensi (17% "completamente", 39% "abbastanza").
Tuttavia, quando si tratta di schierarsi apertamente con uno dei due modelli, da noi prevale ancora l’approccio morbido e il rifiuto della violenza urbana.
Messi di fronte a una scelta, il 62% degli studenti preferisce la linea più "dialogante" degli italiani, convinto che sia meglio manifestare pacificamente. Le scorribande nei centri cittadini degli scorsi giorni vanno dunque inserite più in un contesto di guerriglia urbana, che poco ha a che fare col mondo della scuola.
Resta comunque una consistente minoranza (38%) pronta ad avallare la linea dura d'oltralpe, convinta che "solo così si arriva a qualche risultato".
Le occupazioni come "disobbedienza civile": le conseguenze non spaventano
Nonostante ciò, gli studenti non sono comunque disposti a rinunciare alle azioni di rottura tradizionali, considerate uno strumento indispensabile per farsi ascoltare. Di nuovo, più di 6 giovani su 10 (62%) si dichiarano d'accordo con le occupazioni scolastiche: il 23% vi partecipa solitamente in modo attivo, mentre il 39% le appoggia moralmente pur senza un coinvolgimento diretto.
Ma il dato che più di tutti certifica la determinazione di questa generazione è quello legato alla consapevolezza delle proprie azioni (almeno in questo campo). Tra i favorevoli alle occupazioni, una schiacciante maggioranza (86%) è perfettamente al corrente delle possibili conseguenze "legali" che ne derivano - impadronirsi della scuola rappresenta un reato - ma dichiara che parteciperebbe comunque.
A questi, poi, si somma un ulteriore 12% che non conosceva i rischi penali, ma che ammette di non volersi fare intimorire e, se capitasse, di partecipare ugualmente. Solo un residuo 2% farebbe un passo indietro per paura della legge.
Più fondi alle scuole, meno alle armi: i motivi della rabbia
Ma cosa spinge i ragazzi a superare la paura delle sanzioni? Stavolta non sono le solite rimostranze contro la dirigenza scolastica o la mancanza di professori (un motivo che spinge alla protesta appena il 4% del campione). Le proteste di queste settimane hanno, infatti, un respiro più “politico”.
Solo un quinto dei ragazzi (22%) sostiene di scendere in piazza per la classica e cronica "carenza delle strutture scolastiche". Mentre per oltre un terzo degli studenti (il 34%) il motivo principe della protesta è la richiesta di "aumentare gli investimenti sulla scuola e ridurli sulle armi".
Accanto a questo attivismo globale, non manca l'angoscia per il domani, con un altro 22% che manifesta per denunciare "le difficoltà per i giovani di crearsi un futuro".
Non si tratta dunque di una generica ribellione adolescenziale, ma della lucida presa di posizione di una generazione che chiede un cambio di rotta radicale nelle priorità del Paese.
Da non sminuire, anche se alcune istanze possono non essere corrispondenti alla prova dei fatti: se è vero che negli ultimi anni è cresciuta la spesa in difesa, è anche vero che questo non è avvenuto a scapito degli investimenti sulla scuola, che sono aumentati a loro volta andando a pareggiare l’inflazione (cosa che invece non è avvenuta in Francia).
