“The cat is on the table” è ormai un ricordo

Otto diplomati italiani su dieci promossi in inglese

I ragazzi di oggi, anche in Italia, padroneggiano sempre meglio le lingue straniere: l'81,1% ha un livello intermedio (B1) di inglese e oltre la metà (51%) raggiunge l'avanzato (B2). Ma le esperienze all'estero e gli attestati internazionali sono ancora, in troppi casi, un lusso legato alle disponibilità economiche e culturali dei genitori

20 Mar 2026 - 17:26
 © -afp

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C'è stato un tempo in cui l'inglese - la lingua straniera considerata cardine per la crescita umana e lavorativa - rappresentava il vero tallone d'Achille degli studenti italiani, spesso fermi a una conoscenza scolastica e poco spendibile nel mondo reale.

Oggi, invece, a leggere i dati dell’ultima indagine AlmaDiploma 2026 sul Profilo dei Diplomati - relativa alle ragazze e ai ragazzi usciti dal sistema scolastico nel 2025 - quello stereotipo sembra finalmente superato.

I neodiplomati parlano, leggono e scrivono in lingua straniera con una certa sicurezza: oltre 8 su dieci dimostrano di avere un livello di autonomia sufficiente proprio in inglese, più di uno su due di raggiungere competenze elevate.

Eppure, dietro questo innegabile progresso si nasconde la solita, vecchia ombra: quella delle disuguaglianze sociali. Se, infatti, è vero che l'inglese è ormai di casa tra i ragazzi, il passaporto per eccellere - fatto di certificazioni internazionali e viaggi di studio all'estero - ha ancora un costo che non tutti i genitori possono permettersi. Un esempio? Chi proviene da famiglie agiate, dal punto di vista economico ma anche culturale, ha il doppio delle possibilità di avere una formazione supplementare.

L'inglese non fa più paura, anche grazie ai corsi privati

Come fa notare un’analisi approfondita del report effettuata dal portale Skuola.net, i numeri parlano chiaro e attestano un "salto di qualità" generazionale. Con ben l'81,1% dei diplomati del 2025 che dichiara di avere una conoscenza dell'inglese scritto pari o superiore allo standard B1: sulla base del Quadro Comune Europeo di Riferimento (CEFR), si tratta di un livello intermedio che consente, in teoria, di muoversi con sufficiente scioltezza nelle situazioni di vita quotidiana o durante i viaggi, comprendendo i punti chiave di discorsi comuni e sapendo produrre testi semplici.

Ma il dato che più balza all'occhio è quello relativo all'eccellenza nel padroneggiare la lingua. Oltre la metà dei ragazzi - il 51% - raggiunge o supera il livello B2: questo traguardo, sempre secondo le tabelle del CEFR, certifica una competenza avanzata, il che significa saper interagire con scioltezza e spontaneità anche con madrelingua, comprendere le idee principali di testi complessi e produrre elaborati scritti chiari e dettagliati in totale autonomia.

Un dato che, peraltro, va a confermare una tendenza in costante e netto miglioramento: rispetto al 2019, la quota di diplomati con un inglese scritto di livello B2 o superiore è cresciuta di quasi 7 punti percentuali.

Il merito, però, non è solo delle lezioni mattutine in classe. Le statistiche AlmaDiploma rivelano, infatti, un boom dei corsi di lingua extra-scolastici, frequentati oggi da una quota di studenti superiore del 15,3% rispetto al periodo pre-pandemico. Un segnale evidente di come le famiglie investano privatamente per colmare eventuali lacune e potenziare il curriculum dei figli.

Il peso della famiglia sulle certificazioni internazionali

Proprio sul fronte degli investimenti privati si apre, però, una prima importante forbice sociale. Perché un conto è frequentare un corso d’inglese, un altro è tradurlo in un attestato spendibile negli studi di livello superiore o per cercare un buon lavoro.

Ottenere un "patentino" linguistico riconosciuto a livello internazionale (come il PET, il First Certificate o il TOEFL) è, oggi, spesso fondamentale sia per l'ingresso in molte università sia per il mercato del lavoro. E, non a caso, oggi oltre un terzo dei diplomati - il 34,6% - riesce a mettersene in bacheca almeno uno.

Tuttavia, utilizzando come variabile d’indagine il background familiare, emerge un quadro a due velocità: conquista il certificato quasi un figlio di laureati su due (il 46,8%), ma appena un ragazzo su cinque (il 20,1%) tra coloro che hanno genitori con titoli inferiori al diploma.

Un divario che dimostra come il successo in questo ambito sia ancora fortemente legato alle risorse economiche e culturali del "salotto di casa".

Per quanto riguarda, invece, l’analisi di genere sono le ragazze che ottengono le certificazioni molto più frequentemente dei loro compagni maschi (38,2% contro 30,4%).

Viaggi-studio all’estero: un’altra questione di famiglia

Un discorso analogo a quello fatto per il legame tra famiglia e diplomi linguistici vale anche per le esperienze di studio oltre i confini nazionali. SI tratta di un altro acceleratore di vita, perché è innegabile che trascorrere un periodo all'estero durante le superiori è un'esperienza trasformativa. Che, attualmente, coinvolge circa un quarto degli studenti, più precisamente - secondo AlmaDiploma - il 23,1% dei diplomati (nel 16,8% dei casi tramite programmi organizzati dalla scuola, nel 6,3% su iniziativa personale).

Le studentesse, di nuovo, fanno la parte del leone, viaggiando nettamente di più rispetto ai ragazzi (27,3% contro 18,3%). 

Ma, soprattutto, pure qui l'ascensore sociale fatica a mettersi in moto. Lo studio extra-scolastico all'estero resta un traguardo legato all'istruzione dei genitori. A fare le valigie è il 27,8% di chi ha mamma o papà laureati, contro appena il 16,5% di chi proviene da famiglie meno istruite. In pratica, un figlio di genitori altamente istruiti ha quasi il doppio delle possibilità di viaggiare per motivi di studio.

Le mete preferite e l'impatto dell’indirizzo scolastico

Per chi riesce a partire, l'Europa è la destinazione regina. La meta più ambita in assoluto per i soggiorni di studio è la Spagna (scelta nel 19,0% delle esperienze), seguita a stretto giro dall'Irlanda (16,4%) e dal Regno Unito (16,1%). Mentre gli Stati Uniti d'America attraggono il 9,0% degli studenti, ma qui il costo del viaggio ha sicuramente il suo peso nel tenere basso il dato.

Chi parte, inoltre, difficilmente se ne pente: il 94,7% si dichiara soddisfatto dell'esperienza vissuta.

Resta, infine, un ultimo tassello a completare il mosaico delle disuguaglianze: il tipo di scuola superiore frequentata. L'indirizzo di studi, infatti, contribuisce ad amplificare ulteriormente i divari linguistici. Ad esempio, a raggiungere una competenza avanzata in inglese (almeno B2) è il 61,2% degli studenti liceali; percentuale che precipita al 42,6% negli istituti tecnici e a un misero 23,5% nei professionali.

La scuola italiana del 2025 ci consegna, dunque, il profilo di una generazione molto più aperta al mondo e capace di comunicare senza barriere. Ma, al tempo stesso, ci ricorda anche una dura verità: padroneggiare le lingue in modo eccellente e arricchire il proprio bagaglio con viaggi e certificazioni ufficiali è un traguardo ancora troppo dipendente dal portafoglio e dal titolo di studio di mamma e papà.