l'intervista

Protesi peniene, "Non trasformiamo il caso di Agrigento in un processo sommario contro il trattamento delle disfunzioni sessuali"

Il dottor Gianluca Sampogna dell'ospedale Niguarda di Milano spiega che cos'è la protesi, quando si usa e perché il caso di cronaca potrebbe rischiare di rendere più complicate le future terapie

di Sergio Bolzoni
18 Ott 2026 - 12:18
 © Tgcom24

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Ha fatto particolare scalpore il caso delle protesi peniene di Agrigento. Se ne è parlato tanto in termini di reato contro il Servizio sanitario nazionale (che non eroga questo servizio) e visto l’argomento anche in termini stupidamente goliardici sui social. In realtà si tratta di un problema sanitario serissimo. “Non vorrei che questa vicenda si trasformasse in un processo sommario contro la protesi peniena, contro il trattamento delle disfunzioni sessuali o, peggio ancora, contro i pazienti che hanno realmente bisogno di questa cura” spiega il dottor Gianluca Sampogna, urologo dell’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda di Milano, che si occupa in particolare di incontinenza urinaria e chirurgia protesica peniena, con specifica esperienza nelle persone con malattie neurologiche. Si dice preoccupato per l'eco mediatica che ha avuto il caso: “E’ fondamentale evitare di confondere un’eventuale irregolarità con il valore terapeutico dell’intervento". 

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Che cos’è esattamente la disfunzione erettile?

La persistente incapacità di ottenere e mantenere un’erezione sufficiente a consentire un’attività sessuale soddisfacente. Non è un problema estetico e non coincide con il desiderio di modificare l’aspetto o le dimensioni del pene come sembrerebbe passare dai post pubblicati in questi giorni. Si tratta di un problema serio che può compromettere profondamente il benessere fisico, psicologico, relazionale e sociale della persona.

Quanti uomini ne soffrono in Italia?

Si parla di almeno tre milioni di uomini con disfunzione erettile clinicamente significativa. Indagini più recenti, basate su una definizione più ampia, indicano che quasi un uomo adulto su due può riferire almeno qualche grado di difficoltà a ottenere o mantenere l’erezione. Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili, ma fanno comprendere le dimensioni del problema e quanto sia sbagliato considerarlo marginale.

Quali terapie sono oggi disponibili?

La protesi è soltanto una delle numerose possibilità terapeutiche. Il primo passaggio consiste nell’individuare e, quando possibile, correggere le cause e i fattori di rischio: diabete, ipertensione arteriosa, obesità, sedentarietà, fumo, malattie cardiovascolari, disturbi neurologici, alterazioni ormonali ed eventuali effetti collaterali dei farmaci. Quando è presente una componente psicologica o relazionale può essere indicato un percorso psicosessuologico. Successivamente, abbiamo i farmaci per bocca, le iniezioni intracavernose (punture nel pene) di farmaci vasoattivi e i dispositivi vacuum, che favoriscono l’erezione creando una pressione negativa attorno al pene. In alcuni casi possono essere discusse le onde d’urto a bassa intensità, mentre trattamenti come plasma ricco di piastrine e cellule staminali rimangono invece sperimentali al momento. E poi ci sono le protesi peniene.

Che cos’è una protesi peniena?

La protesi non serve ad allungare il pene e non è un intervento estetico. È un dispositivo impiantato chirurgicamente all’interno dei corpi cavernosi per restituire al pene una rigidità adeguata. Sostituisce il meccanismo dell’erezione quando questo non risponde alle altre terapie o quando il paziente, dopo un’informazione completa, preferisce una soluzione definitiva.

Come si svolge l’intervento e che cosa deve aspettarsi il paziente dopo l’operazione?

L’intervento viene eseguito generalmente in anestesia generale o spinale e dura circa un’ora e mezza. Attraverso una piccola incisione, solitamente tra pene e scroto, il chirurgo inserisce due cilindri all’interno dei corpi cavernosi. Nelle protesi malleabili vengono posizionati due cilindri semirigidi e modellabili all’interno dei due corpi cavernosi nel pene. Nelle protesi idrauliche tricomponenti si aggiungono una piccola pompa nello scroto e un serbatoio contenente liquido nella parte bassa dell’addome. Tutti gli elementi rimangono all’interno del corpo e non sono chiaramente visibili dall’esterno. La degenza è generalmente di uno o due giorni. Dopo circa un mese, una volta completata la guarigione, il paziente può iniziare a utilizzare la protesi e riprendere l’attività sessuale.

Quali sono le possibili complicanze?

Come ogni intervento chirurgico, anche l’impianto di una protesi peniena presenta possibili complicanze, che devono essere spiegate chiaramente durante l’acquisizione del consenso informato. Nel periodo immediatamente successivo possono verificarsi dolore, ematoma, sanguinamento, problemi della ferita e, raramente, lesioni dell’uretra o degli organi vicini. La complicanza più temuta è l’infezione, perché può rendere necessaria la rimozione del dispositivo e un successivo reimpianto. Nel tempo possono verificarsi malfunzionamenti anche se circa 3 dispositivi su 4 sopravvivono a distanza di dieci anni. 

Sul caso di Agrigento bisogna attendere che – come si dice – la giustizia faccia il suo corso. Ci sono rischi che getti cattiva luce sull’argomento e che quindi chi ne ha bisogno possa trovare difficoltà a trovare un ospedale che esegua l’intervento?

Le risorse pubbliche devono essere utilizzate con rigore, trasparenza e sulla base di indicazioni cliniche documentate. Tuttavia, la società non deve trasformare questa indagine in una caricatura della salute sessuale. Dobbiamo pretendere appropriatezza e rigore nell’utilizzo delle risorse pubbliche e, contemporaneamente, riconoscere la dignità di una terapia che, per alcuni pazienti molto ben selezionati, cambia realmente la vita. L’imperativo categorico è non ridurre la salute sessuale a una battuta. 

All’ospedale Niguarda di Milano avete avviato un progetto dedicato alle protesi peniene nelle persone con lesione midollare. Perché è così difficile parlare di questi problemi?

Parliamo spesso di persone molto giovani che, dopo un trauma o una malattia neurologica, devono improvvisamente confrontarsi non soltanto con la perdita della capacità di camminare, ma anche con problemi sessuali e riproduttivi. 
La prima difficoltà è culturale. Nella riabilitazione ci si concentra comprensibilmente sulla sopravvivenza all’inizio e sulla mobilità in un secondo momento, mentre la sessualità viene spesso rimandata o considerata accessoria. 
La seconda difficoltà è organizzativa. Un percorso del genere richiede collaborazione tra urologi, riabilitatori, fisiatri, infermieri, psicologi, sessuologi e personale specializzato. Servono sale operatorie, dispositivi, risorse, continuità assistenziale e un follow-up strutturato. Quando mancano personale e finanziamenti, anche i progetti clinicamente validi rischiano di rallentare o interrompersi.
Esistono poi difficoltà cliniche specifiche. Nella persona con lesione midollare bisogna valutare attentamente una serie di condizioni per ridurre il più possibile le complicanze come la gestione della vescica e dell’intestino, le infezioni urinarie, l’incontinenza, il cateterismo intermittente, la sensibilità, la spasticità, la destrezza delle mani, il rischio di lesioni da pressione e la capacità di utilizzare correttamente il dispositivo. Non basta che il paziente desideri la protesi: bisogna selezionarlo, informarlo, prepararlo e seguirlo nel tempo. Questo dimostra quanto sia lontana dalla realtà l’immagine di un intervento eseguito con leggerezza o per finalità puramente estetiche.

Lo stesso problema riguarda anche i pazienti oncologici?

Certamente. Guarire un tumore è essenziale, ma le conseguenze delle terapie – disfunzione erettile, alterazioni dell’orgasmo e perdita dell’intimità – non possono essere liquidate come un prezzo inevitabile sul quale non vale la pena intervenire. La survivorship non riguarda soltanto quanti anni una persona vivrà, ma come potrà viverli. Non dobbiamo contrapporre quantità e qualità della vita: dobbiamo prenderci cura di entrambe. 
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità, non semplicemente come assenza di malattia, disfunzione o infermità. Recuperare la possibilità di vivere una relazione intima non è un capriccio e non è un lusso. Può incidere profondamente sull’autostima, sulla salute mentale, sull’identità, sulla relazione di coppia e sulla partecipazione sociale.