Psicologia del sé

Ritrovare se stessi: perché la vita ci porta sempre più vicini a ciò che siamo

Crescendo impariamo ruoli, aspettative e modi di essere. Ma maturare significa anche riconoscere ciò che ci appartiene davvero e avere il coraggio di scegliere una vita più coerente con noi stessi

di Silvia Trevaini
13 Set 2026 - 07:00
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© Istockphoto

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Da bambini impariamo molto presto chi dobbiamo essere. Impariamo quali comportamenti vengono premiati, quali emozioni è meglio trattenere, cosa rende orgogliosi i nostri genitori, cosa ci permette di essere accettati dagli amici e, crescendo, cosa la società considera successo, bellezza, realizzazione o felicità. È un processo necessario: costruire la propria identità significa anche confrontarsi con il mondo e imparare ad abitarlo. Ma può accadere qualcosa di paradossale. Mentre diventiamo sempre più bravi a rispondere alle aspettative esterne, possiamo progressivamente perdere il contatto con ciò che desideriamo davvero. È allora che una frase apparentemente semplice assume un significato molto più profondo: la vita può essere vista come un percorso che ci avvicina sempre di più a noi stessi. Non perché esista da qualche parte un "vero io" immutabile che dobbiamo semplicemente trovare, ma perché con l'esperienza possiamo imparare a riconoscere meglio valori, bisogni, desideri, limiti e contraddizioni che ci appartengono. In psicologia questo percorso incontra concetti come autenticità, costruzione dell'identità, consapevolezza di sé e coerenza con i propri valori. E spesso sono proprio i momenti in cui tutto sembra andare storto a costringerci a chiederci una cosa che avevamo smesso di domandarci: la vita che sto vivendo mi somiglia ancora?

All'inizio della vita impariamo soprattutto ad adattarci

 L'essere umano nasce profondamente dipendente dagli altri. Appartenere, essere accolti e costruire legami sicuri non sono bisogni superficiali, ma elementi fondamentali dello sviluppo. È quindi naturale imparare ad adattarsi all'ambiente familiare e sociale. Il bambino molto vivace può capire che viene apprezzato maggiormente quando è tranquillo. Quello sensibile può imparare che piangere viene considerato segno di debolezza. Chi riceve riconoscimento soprattutto per i risultati può crescere associando il proprio valore alla prestazione. Più avanti arrivano la scuola, il gruppo dei pari, il lavoro, le relazioni sentimentali e oggi anche i social, che aggiungono nuovi modelli ai quali confrontarsi. Niente di tutto questo significa necessariamente vivere una "falsa vita". L'identità stessa si sviluppa attraverso le relazioni. Il problema può nascere quando l'adattamento diventa così forte da non riuscire più a distinguere ciò che vogliamo da ciò che abbiamo imparato a volere. Si può scegliere una carriera perché rappresenta davvero la propria aspirazione oppure perché rende orgogliosa la famiglia. Si può restare in una relazione perché la si desidera o perché l'idea di deludere gli altri appare insopportabile. Persino l'immagine di una vita perfetta può essere costruita più sulle aspettative esterne che sui propri valori. Ed è possibile accorgersene molto tardi.

Perché a un certo punto quello che prima funzionava non basta più

 Ci sono periodi della vita nei quali qualcosa comincia a stare stretto. Un lavoro raggiunto dopo anni di sacrifici non dà la soddisfazione immaginata. Una relazione apparentemente perfetta non rende felici. Arriva un compleanno importante e improvvisamente ci si domanda dove siano finiti i propri desideri. Oppure un cambiamento, una separazione, un trasferimento o la fine di una fase della vita rompe un equilibrio che sembrava definitivo. Questi momenti vengono spesso interpretati esclusivamente come crisi. E possono certamente provocare sofferenza. Ma dal punto di vista psicologico possono rappresentare anche occasioni di riorganizzazione dell'identità. Ciò che desideravamo a vent'anni non deve necessariamente rappresentarci a quaranta o a sessanta. L'identità non è una fotografia scattata una volta per tutte: continua a modificarsi attraverso esperienze, relazioni e scelte. Per questo cambiare idea non significa necessariamente aver sbagliato prima. Talvolta significa semplicemente essere cambiati. La persona che eravamo ha fatto determinate scelte con le risorse, i bisogni e la consapevolezza che possedeva allora. Crescere significa anche concedersi il diritto di verificare se quelle scelte continuino ad appartenerci oggi.

Togliere invece di aggiungere: il paradosso della maturità

 Una parte consistente della vita viene trascorsa ad aggiungere: competenze, risultati, relazioni, oggetti, ruoli, riconoscimenti. Crescere, però, può richiedere anche il movimento opposto. Togliere. Togliere il bisogno di piacere a tutti. Togliere alcuni "devo" che abbiamo ereditato senza mai metterli in discussione. Togliere relazioni mantenute soltanto per paura della solitudine. Togliere obiettivi che inseguiamo perché sembrano giusti agli occhi degli altri. Togliere persino alcune immagini di noi stessi alle quali siamo rimasti fedeli nonostante non ci rappresentino più. È qui che entra in gioco il concetto psicologico di autenticità. Essere autentici non significa dire qualsiasi cosa ci passi per la testa, mettere sempre se stessi al primo posto o rifiutare compromessi e responsabilità. Significa cercare una ragionevole coerenza tra ciò che sentiamo, i valori in cui crediamo e il modo in cui scegliamo di vivere. Ed è un processo tutt'altro che semplice. Perché essere più vicini a se stessi può comportare anche la possibilità di non corrispondere più all'immagine che qualcuno aveva costruito di noi.

Il bisogno di approvazione può allontanarci da ciò che siamo

 Essere apprezzati fa bene. Il problema nasce quando l'approvazione degli altri diventa il principale criterio attraverso il quale misuriamo il nostro valore e prendiamo decisioni. Oggi questo meccanismo ha trovato nei social un amplificatore potentissimo. Possiamo conoscere in pochi secondi la vita, o almeno la versione pubblica della vita, di centinaia di persone. Vediamo corpi, case, viaggi, matrimoni, carriere e famiglie e inevitabilmente li confrontiamo con i nostri. Il rischio è costruire una vita molto convincente vista dall'esterno, ma poco soddisfacente vissuta dall'interno. Avvicinarsi a se stessi significa allora imparare progressivamente a spostare la domanda. Da "Cosa penseranno di me?" a "Questa scelta è coerente con ciò che per me conta davvero?" Non significa diventare indifferenti agli altri. Abbiamo bisogno delle relazioni e il nostro comportamento ha conseguenze sulle persone che amiamo. Significa però evitare che lo sguardo esterno diventi l'unico specchio attraverso cui riusciamo a riconoscerci.

Conoscersi significa anche accettare le proprie contraddizioni

 C'è infine un equivoco importante: pensare che "trovare se stessi" significhi arrivare a una versione definitiva, perfettamente risolta e sempre sicura di ciò che vuole. Non esiste. Possiamo desiderare indipendenza e contemporaneamente avere bisogno degli altri. Essere forti in alcune situazioni e vulnerabili in altre. Volere stabilità e sentire contemporaneamente il desiderio di cambiare. Possiamo persino avere valori importanti che, in determinate circostanze, entrano in conflitto tra loro. La maturità psicologica non consiste necessariamente nell'eliminare queste contraddizioni, ma nell'imparare a riconoscerle senza lasciare che siano sempre paura, senso di colpa o aspettative esterne a decidere al nostro posto. Conoscersi significa anche scoprire i propri limiti. Capire quali relazioni ci fanno bene, quali situazioni continuiamo a tollerare contro noi stessi, che cosa ci dà energia e che cosa ce la sottrae. E soprattutto comprendere che dire qualche "no" può essere necessario per poter pronunciare dei "sì" più autentici. Passiamo una parte della vita cercando di diventare qualcuno: più bravi, più forti, più belli, più realizzati, più desiderabili. Con il tempo, però, può emergere una domanda diversa: e se non dovessimo continuamente diventare qualcun altro, ma imparare a riconoscere sempre meglio chi siamo? Avvicinarsi a se stessi non significa smettere di evolvere. È esattamente il contrario. Significa permettere alla propria identità di cambiare senza perdere il contatto con i valori che sentiamo davvero nostri. Forse è anche per questo che alcune crisi, pur dolorose, finiscono per cambiare profondamente una vita: fanno cadere qualcosa che avevamo costruito e ci costringono a vedere cosa rimane. E allora la domanda non è più soltanto "Sto facendo la cosa giusta?", ma una più intima e forse più difficile: "La persona che sono diventata mi somiglia davvero?"